Chi è il proprietario dei dati?

Abbiamo diritto a possedere i nostri dati?  Qualcosa in più della privacy o della protezione dei dati: il pieno possesso. È uno dei temi al centro del Web Summit 2019 in corso a Lisbona.

edward snowden privacy

I leader della nuova privacy

A parlarne due big, di quelli veri. Edward Snowden, ovviamente in videoconferenza, nella sessione di apertura. E Brittany Kaiser, “whistleblower” ufficiale del caso Cambridge Analytica che tanti problemi ha causato a Facebook. Due voci contro, due “pentiti” verrebbe da chiamarli, che hanno rivelato al grande pubblico (che, per la verità, non sembra così interessato dal tema) come i nostri dati vengono raccolti, elaborati, manipolati.

Se BigTech e governi collaborano (più o meno di nascosto)

Della storia di Snowden, film compreso, si sa molto: la quantità di dati e informazioni che ha rivelato è talmente mastodontica che, a distanza di qualche anno, resta solo la consapevolezza (ma il sospetto sarebbe stato comunque lecito) che BigTech e governi (quello USA in particolare) collaborino per raccogliere dati potenzialmente utili alla sicurezza nazionale. Il problema, sottolinea Snowden, è che un’attività giustificabile per contrastare il terrorismo o investigare crimini gravi sia diventata una “registrazione costante” di ciò che fanno moltissime persone. Anche quelle neppure sospettate di avere violato la legge: si raccolgono e conservano informazioni che potrebbero tornare utili. Un giorno, nel caso. Roba da Minority Report.

Il problema è tecnologico e anche democratico

Un problema, ha sottolineato Snowden, che ha due facce: tecnologica, in primis. Perché questa registrazione costante avviene sempre. Anche ora, mentre mi leggete. È costante, appunto. E in secundis democratica: perché avviene in barba a leggi, tribunali, diritti. BigTech e governi hanno unito le forze, sommato i loro poteri, nell’indifferenza generale e senza che nessuno possa chiamarli a rispondere. Snowden cita Google, Facebook e Amazon come aziende che hanno i dati delle persone al centro del business model. E sottolinea il rischio che queste aziende, oltre a registrare tutto ciò che accade nelle nostre vite private, possano decidere che cosa possiamo vedere e che cosa no, che cosa possiamo pubblicare e che cosa no. Se l'informazione passa da loro, il controllo è totale.

La minaccia alla democrazia viene dall'interno

Anche la signora Kaiser non usa mezzi termini: il caso Cambridge Analytica ha dimostrato che la più grande minaccia alla democrazia (in USA, NdR, ma il discorso vale per tutti i paesi) non è internazionale, ma domestica. Altro che presunti hacker russi: il problema è l’utilizzo dei dati per profilare gli utenti e disinformarli in modo scientifico, manipolando le informazioni a cui hanno accesso. La soluzione? Quell’educazione digitale che di fatto è totalmente assente: smartphone e tablet sono diventati strumenti per intrattenere anche i bambini di pochi anni. Senza preoccuparsi, anche in età più mature, di spiegare loro che cosa è internet, come funziona, che ne è dei nostri dati. Tutti aspetti che gli stessi genitori, spesso e volentieri, conoscono pochissimo.

Possedere il petrolio che produciamo

Da qui l’idea, fortissima: i dati devono essere di proprietà dell’individuo. Altro che digital asset: sono di proprietà di chi li produce, non possono quindi essere venduti da terzi e usati per profilarci, in modo negativo o positivo. Casomai, siamo noi a potere scegliere di monetizzare, eventualmente, i nostri dati. La metafora del “petrolio di internet” funziona in questo caso divinamente: ognuno di noi è un piccolo produttore di petrolio, ma non ne trae alcun beneficio.

La tecnologia c'è. Ma chi farebbe una legge del genere?

Come farlo? Le soluzioni tecnologiche, definite “etiche”, con cui riprendere il controllo dei nostri dati esistono già. Quello su cui Mrs Kaiser e Mr Snowden concordano è la necessità di leggi ad hoc, che riportino il controllo dei dati all’individuo ponendo un limite allo strapotere delle BigTech. La ragione viene spiegata da Snowden commentando il GDPR, che nel nome rimanda alla data protection. Il problema non è proteggere i dati: non si deve guardare a un concetto astratto come alla “protection”, bensì alla concretissima “collection”. Che cosa potrebbe portare la politica non nazionale, ma praticamente mondiale (una legislazione in pochi paesi serve a poco) a varare un provvedimento del genere? Ogni risposta plausibile presuppone uno scandalo legato ai dati ben più grande di quelli visti finora.

 

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