
Esperimento riuscito per il telelavoro: alla fine di un anno pandemico in cui il 40% dei dipendenti ha lavorato da remoto, la produttività sembra non essere venuta meno. Ma molto dipende dal contesto in cui si lavora.
Uno studio di Boston Consulting, “What 12.000 Employees Have To Say About the Future of Remote Work”, condotto su 12mila dipendenti in tre Paesi (Usa, Germania e India), consultati prima e dopo lo scoppio della pandemia, segnala che il 75% ha dichiarato di avere mantenuto o aumentato lo stesso livello di produttività nelle attività a carattere individuale.
Nelle attività collaborative la produttività è molto più bassa
C’è qualche criticità, invece, nelle attività collaborative, dove la produttività è stata stabile o superiore solo per un lavoratore su due, il 51%. Un punto su cui sicuramente andranno applicati dei correttivi.
I 4 ingredienti
Che cosa determina la produttività? Quattro elementi:
- connettività sociale;
- salute mentale;
- salute fisica;
- strumenti di lavoro.
Bastano due fattori problematici, e la produttività scende
Il 79% di chi è soddisfatto su tutti questi quattro elementi ha avuto un’ottima produttività. Chi ha avuto problemi in due o tre fattori, invece, solo nel 16% dei casi ha mantenuto o aumentato la produttività. Troviamo evidentemente anche elementi al di fuori del controllo dell’azienda, ovviamente. Ed è quindi essenziale che ci sia flessibilità, con un modello di ambiente lavorativo ibrido in cui il lavoratore abbia capacità di decidere su tempi e luoghi del proprio lavoro. Se a casa non si trova bene, che venga in ufficio, insomma.
1 lavoratore su 5 sempre da remoto?
Andranno quindi ripensati gli spazi e il ruolo degli uffici. Ma anche le socialità e le interazioni tra colleghi, di cui tutti i telelavoratori sentono la nostalgia. I vertici delle aziende, secondo i 1.500 intervistati da BCG per la ricerca “The Path to Remote-Working Maturity”, stimano almeno un 65% di risorse che continueranno a lavorare parzialmente da remoto e un 18% fully remoted.
Nel banking il problema sono i processi
Un’analisi sul settore bancario italiano, sempre di BCG, sottolinea un problema tecnologico. Mancano processi digitalizzati (77%) e l’accessibilità da casa di alcuni software (indicata dal 76%) per vedere funzionare un modello di lavoro smart. Il 93% dei rispondenti, però, lavorerebbe da casa almeno 1 giorno a settimana e il 77% almeno 2 giorni a settimana. Il modello che emerge è quello di un 3+2 che emerge anche dalle altre ricerche. Prima del Covid, il 25% dei lavoratori interpellati non aveva neanche un giorno di lavoro “smart” o “tele” al mese.
«Il mondo del banking – afferma Matteo Radice, Managing Director e Partner di BCG, responsabile della Practice People per Italia, Grecia, Turchia e Israele – conferma che le aspettative della workforce sono quelle di continuare con modelli di lavoro da remoto, facendo attenzione all’investimento in tecnologia sia da un punto di vista hardware (dotazioni, processo) che da un punto di vista più soft (training)”. Giulia Airaghi, Project Leader BCG, mette in evidenza come sia comunque necessario fare attenzione “alla spaccatura tra mondo remoto e in ufficio: esistono diverse sfumature di grigio, diversi modelli di ibrido (ufficio/casa o altro luogo), che devono essere disegnati in base alle attività specifiche di ciascun profilo. Ovvero, per le diverse funzioni aziendali si dovrà pensare ad un modello diverso in base alla natura diverse delle attività che svolgono».