Manca una strategia nell’open banking. Come abbiamo ormai compreso, gli istituti di credito vogliono aprirsi all’open banking ma non sanno quale strada percorrere.
La mancanza di una visione strategica
A sottolinearlo è anche una indagine di Tink: il 27% degli istituti intervistati in Italia nel 2020 non aveva ancora una pianificazione stabilita in merito. Ma senza una strategia, non si va avanti, soprattutto per via della competizione in questo mercato: chi adotta una strategia chiara sarà il primo a ottenere risultati concreti, ma ogni organizzazione ha il suo business model ideale da definire.
Gli investimenti
Si può partire dai casi d’uso di open banking più elementari: pensiamo all’account aggregation. Ma poi sarà necessario avanzare e testare casi d’uso più sofisticati. Questo vuol dire investire: secondo i dati di Tink, in Italia, se il 47% degli istituti finanziari non spende più di 50 milioni di euro nelle strategie di open banking, è oltre la metà dei dirigenti italiani a indicare di spendere più di 100 milioni di euro. Questo mostra chiaramente che le istituzioni finanziarie stanno iniziando a guardare alle opportunità commerciali che l'open banking può offrire.
Collaborare con il FinTech
Della necessaria collaborazione con il FinTech si parla ormai da tempo. Secondo i dati Tink, in Italia nello specifico, il 17% degli istituti ha in corso una partnership per alimentare la propria strategia di open banking. Numeri destinati a crescere nell’anno in corso, attraverso collaborazioni intelligenti che aiutino le banche ad affrontare processi di approvvigionamento e di onboarding, sempre nell’ottica di migliorare l’esperienza del cliente finale.