La sostenibilità ambientale è al centro dell’attenzione per il settore bancario, anche sulla spinta del Regolatore, che ha iniziato a definire criteri per la definizione di strategie interne, sistemi di governo e monitoraggio dell’impatto ambientale diretto e indiretto degli istituti di credito.
Comprese le architetture IT: se ne è parlato al primo incontro della “community of practice” FSI Head of Architecture, la community di Responsabili Architetture di aziende finanziarie creata da Red Hat.
Il tema della riduzione dell’impatto ambientale dell’IT aziendale non è un mero esercizio di marketing. Si tratta di ridurre il consumo di energia e di risorse: in altre parole, si traduce anche in una riduzione dei costi.
Soprattutto, come vedremo, nei modelli pay per use tipici del cloud. In generale, i fronti di attenzione sono tre: applicazioni, server e governance.
Lavorare sulle applicazioni
Ci sono sostanzialmente due modi per ridurre il consumo delle applicazioni, come è emerso dal dibattito.
Il primo è migliorare la qualità e la velocità del software, per consumare di meno: ottimizzando la build si possono avere più applicativi eseguibili nativi.
Test recenti confermano che il modo in cui viene scritta l’applicazione fa la differenza: ad esempio, in modalità reactive e non imperative.
E poi si può lavorare sulla densità delle applicazioni: si può arrivare a un livello paragonabile a quello del GO (il linguaggio di programmazione di Google, NdR), consumando meno risorse per gestire lo stesso numero di richieste.
Oppure, ovviamente, gestendo più richieste con le medesime risorse.
Seguire il business
Il risultato ottimale per risparmiare sui consumi e ridurre le emissioni, comunque, si ottiene con un mix di fattori in base, anche, alle effettive necessità del business aziendale.
Due progetti di ricerca sono particolarmente interessanti, secondo Red Hat: Project Loom, sulla gestione più efficace dei thread in Java Virtual Machine; e io_uring, in cui il concetto di reactive viene portato a livello di sistema operativo, con buoni risultati in termini di densità applicativa in alcune tipologie di database.
Il ruolo dei system integrator
Il dibattito tra i membri della community ha evidenziato come l’ottimizzazione delle applicazioni, per ridurne l’impatto ambientale, sia ancora un tema di frontiera per i system integrator. Che presentano grandi differenze di consapevolezza e di competenze, anche a livello di singolo team.
I system integrator giocano comunque un ruolo fondamentale in questo senso e la stessa Red Hat li sta supportando per sviluppare le skill necessarie a un approccio più green.
Lavorare sul data center
Un secondo ambito di azione è il data center.
Per il settore finanziario ci sono aspetti regolamentari, come la data locality e la latenza, che rendono impossibile lo spostamento del data center in aree geografiche che permettono di risparmiare sui consumi.
Ma restano, comunque, altri spazi di manovra. Stime di Red Hat parlano di un 30% di “server zombie”, cioè server su cui girano applicazioni non più attuali, oppure di hardware acquistato per progetti mai completati, oppure dismessi.
Queste risorse computazionali e di storage sono utilizzate così poco, che si potrebbero tranquillamente spegnere.
Valutare in anticipo i workload
Come spiegato da Kathy Stalcup su Business2Community del 21 gennaio 2021, la spesa IT globale nel 2021 è aumentata di 26,6 miliardi di euro a causa di overprovisioning e di risorse “always on”.
Un problema a cui si potrebbe ovviare valutando i workload: quali applicazioni devono funzionare 24/7 e quali, invece, sono necessarie solo durante gli orari di business, oppure sono eseguite in modalità batch.
Il nodo della scalabilità
Il confronto tra i partecipanti alla community ha fatto emergere la necessità di avere maggiore visibilità sulle applicazioni.
Altro nodo: la banca deve comunque mantenere le risorse necessarie a rispondere a un outage o ai picchi di workload, non sempre prevedibili.
Oltre al fatto che alcune delle tecnologie attualmente in uso potrebbero non supportare questo tipo di scaling.
Un modello ibrido per il legacy
E quindi il tema della riduzione dei consumi va inquadrato nel percorso di evoluzione dell’IT delle banche.
Fino a poco tempo fa, si basava esclusivamente su data center in house.
Questa componente legacy resta e va ottimizzata il più possibile.
Ma si integra in un modello ibrido, con l’avvio dei journey to cloud, con una struttura anche di costi altrettanto ibrida, in cui il consumo di risorse è sinonimo di sostenibilità ambientale sì, ma anche economica.
Le banche sulla nuvola...
I modelli di frontiera come il serverless, in cui lo scaling delle risorse avviene più in base all’input che ai consumi, accendendo e spegnendo il cloud, sono ancora lontani per le banche, che sono solo parzialmente nella nuvola, tipicamente in versione privata o ibrida.
… con modelli “pay as you go”
Si arriva, allora, al tema del monitoraggio e della governance, per utilizzare in modo più efficiente le risorse, tenendole comunque a disposizione.
Oggi l’attenzione del business è sulla funzionalità: le applicazioni devono essere performanti.
Ma con la progressiva adozione del cloud e i modelli “pay as you go”, l’utilizzo delle risorse sarà direttamente collegato alle spese e diventerà evidente anche per il business.
KPI per misurare l’efficienza
Per dare al tema di sviluppo la possibilità di prevedere la quantità di risorse che saranno utilizzate dalle applicazioni che stanno realizzando, si arriverà probabilmente alla negoziazione con i system integrator per definire dei KPI.
Almeno in una prima fase, si tratterà di KPI concepiti per misurare l’efficienza, mentre per il green non ci sono ancora né indicatori né processi strutturati.
Alla ricerca di uno standard
Alla definizione di metriche per la sostenibilità, però, ci stanno lavorando in molti.
I principali fornitori cloud globali hanno iniziative proprietarie.
Ma ci sono anche progetti open source, come Cloud Carbon Footprint e Scaphandre: gli obiettivi sono simili, ma il primo misura il consumo del server, il secondo l’utilizzo della CPU.
Arrivare a un report sulle emissioni del data center
Red Hat è coinvolta, insieme a IBM e ad altre realtà, in Project Kepler, che adotta il modello della observability: si esportano i dati sulle attività in un database e si stima il consumo dell’energia, correlandolo all’impronta carbonica grazie a strumenti come Electricity Maps.
L’idea è arrivare a un report delle emissioni che tenga conto dell’efficienza del data center e del luogo in cui si trova.
Da questi dati si procede poi all’inverso, per ridurre il consumo di risorse.
Altri due progetti, Peaks and Clever, si concentrano sull’ambito Kubernetes per assegnare, ad esempio, i carichi di lavoro.
Le iniziative puntano a individuare il migliore matching tra necessità computazionali e risorse a disposizione, con l’obiettivo di ridurre l’impronta carbonica al minimo necessario.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2023 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.