In questo episodio di define banking parliamo di trasferimento tecnologico e brokeraggio di brevetti: che ruolo possono giocare per le imprese in generale e per le banche?
Ne abbiamo parlato con Emilia Garito, ingegnere informatico e fondatrice, nel 2011, di Quantum Leap, società del gruppo Be. Shaping the Future, e una delle prime in Italia a specializzarsi proprio in questo ambito.
AG. Che cosa è Quantum Leap e come nasce?
EG. Quantum Leap è una società di consulenza in trasferimento tecnologico. Abbiamo iniziato il nostro percorso oltre 10 anni fa, aiutando i centri di ricerca ad avvalorare le soluzioni scientifiche e a valorizzarne la proprietà intellettuale attraverso attività di brokeraggio.
Così abbiamo capito qual era lo stato dell’arte tecnologico delle nostre accademie e della ricerca industriale. E abbiamo compreso anche che il trasferimento tecnologico non può essere improvvisato, oppure una tantum, ma è un processo che va accompagnato e strutturato all’interno di una collaborazione tra ricerca e impresa.
Abbiamo allora iniziato a lavorare con tante grandi e medie aziende italiane, più o meno tecnologicamente avanzate, mettendo a punto un processo che facilita la collaborazione e, quindi, l’innovazione attraverso il co-sviluppo.
Facilitiamo e accompagniamo questo processo di trasferimento tecnologico attraverso analisi, servizi e valutazioni che fanno comprendere, ad accademia e industria, qual è la migliore direzione di sviluppo tecnologico per rafforzare il posizionamento dell’industria sui mercati, per presentarsi in maniera più competitiva sullo scenario internazionale.
Siamo quindi una boutique di consulenza verticale su quella che ci piace chiamate IP Strategy, cioè i business model basati sulla valorizzazione della proprietà intellettuale.
AG. Il nostro pubblico è composto da banche, ma anche da startup e imprese. Iniziamo da queste ultime: per le aziende italiane, perché la valorizzazione della proprietà intellettuale è un tema importante? E siamo indietro o avanti rispetto agli altri Paesi europei?
EG. La proprietà intellettuale è uno strumento di accelerazione della crescita proprio per le startup e le piccole imprese italiane. Che, per la loro dimensione, hanno difficoltà a entrare in mercati molto difficili usando solo i canali di vendita di prodotto.
Rafforzare la proprietà intellettuale, proteggere il know how, consente alle PMI di arrivare anche a definire delle collaborazioni, all’interno del territorio nazionale ma soprattutto all’estero, basate sull’approccio della valorizzazione.
Penso a un’impresa che ha difficoltà a entrare nei mercati asiatici e americani, anche se ha un vantaggio tecnologico competitivo e anche molto ben protetto, la quale in alternativa ai tradizionali canali commerciali grazie al licensing della proprietà intellettuale può quindi iniziare a impostare una partnership basata sulla produzione, sul co-sviluppo, sulla vendita con altre aziende più grandi e soprattutto già presenti sui mercati di interesse.
Non si tratta di uno strumento per tutte le aziende, ma per alcune è assolutamente da valutare: dipende, chiaramente, dal contenuto tecnologico e dalla solidità del portafoglio di soluzioni dell’impresa.
Le PMI su questo tema hanno ancora una consapevolezza scarsa, anche se stiamo facendo passi in avanti. L’Europa valuta l’importanza dell’utilizzo della proprietà intellettuale e proprio dal confronto con la dimensione europea le PMI si rendono conto che per loro è un passaggio obbligato.
AG. Passiamo invece al nostro pubblico primario: banche e aziende del settore finanziario. Che beneficio potrebbero avere dalla valorizzazione del trasferimento tecnologico e della proprietà intellettuale?
EG. Quello delle banche è un tema molto interessante, perché negli anni scorsi non hanno visto la proprietà intellettuale come un’opportunità o uno strumento di rafforzamento.
E questo giustamente, perché il business bancario è molto diverso da quello di un’industria tecnologica.
Ma dobbiamo fare i conti con un mercato che vuole crescere considerando anche tecnologie esponenziali, come l’intelligenza artificiale, e tutte quelle soluzioni che la banca utilizza come strumenti di posizionamento o di consolidamento.
Se guardiamo alle analisi su temi come la blockchain, vediamo che sta crescendo vertiginosamente il numero di brevetti di invenzione, soprattutto in Cina e negli USA.
E se scendiamo in un ambito più di utilità ricorrente, come gli strumenti e le piattaforme digitali nel banking, vediamo che l’offerta della banca è molto importante perché rappresenta la sua esclusività nel modo di porsi nei confronti di un cliente che utilizza sempre di più il canale online.
Quindi anche gli sviluppi di queste tecnologie, legate all’usabilità dei servizi bancari, alla definizione dell’unicità della banca e del miglioramento del rapporto con il cliente, diventano fondamentali e vanno protetti.
Sono un patrimonio, non solo dal punto di vista del valore tecnologico in sé, ma anche rispetto al valore economico. Penso, infatti, a strumenti come il patent box o il credito di imposta che incentivano lo sviluppo di progetti di ricerca e la creazione di solidi portafogli di Proprietà Intellettuale a essi relativi, essendo questi ultimi dei rilevanti asset per la banca.
E questa è una rivoluzione nel modo di pensare, perché mentre oggi gli istituti finanziari pensano alla creazione di prodotti finanziari come il loro principale elemento di differenziazione rispetto alla concorrenza, al contrario pur rimanendo questo importantissimo, è necessario porre attenzione alla modalità di fruizione dei servizi bancari che oggi sempre di più indirizzano le preferenze dei clienti, soprattutto quelli più giovani e digitalizzati.
Ogni banca deve quindi capire se è possibile avviare un percorso di protezione della proprietà intellettuale, in base al proprio contenuto tecnologico e alla sua unicità. E da qui si può partire per sviluppare prodotti vendibili ad altri soggetti con modalità B2B, come altre banche.
L’attività bancaria resta il business prevalente, ma può essere rafforzata da questi nuovi modelli.
AG. E qui ritroviamo quell’idea di collaborazione tra diverse banche, oppure tra banche e altre realtà, secondo il modello del Banking as a Service. La banca ha un patrimonio intellettuale di tecnologie che, in molti casi, possono essere tutelate e poi valorizzate, corretto?
EG. Sì. Ed esistono già degli istituti, magari più piccoli e digitalizzati, che già guardano a questo business model parallelo.
In ogni caso, anche la banca tradizionale deve essere consapevole che la propria parte tecnologica, che sia sviluppata internamente o in collaborazione con l’esterno, ha un valore e deve diventare un asset intangibile. Da sfruttare, valorizzare e mantenere.
Poche realtà in Italia si sono poste questo tema, mentre quelle internazionali sono più abituate, anche solo per comprendere le loro potenzialità in termini di innovazione e produzione.
Ma anche le nostre banche sono brave a creare nuovi servizi personalizzati e unici, quindi penso che il tema della proprietà intellettuale smetterà presto di essere marginale. Anche il PNRR aiuterà, visto che recepisce l’importanza di creare filiere ed ecosistemi per il trasferimento tecnologico.
