Il pedaggio di Hormuz premia le alternative anti-dollaro

Il pedaggio di Hormuz premia le alternative anti-dollaro

Come si paga un pedaggio imposto in tempi di guerra, contrario al diritto internazionale, da un Paese blacklistato dal GAFI? Ecco la risposta: in CBDC, StableCoin o bitcoin.

Almeno, così ha scritto il Financial Times in un articolo dell’8 aprile: l’Iran avrebbe richiesto alle navi petroliere in uscita dallo Stretto di Hormuz un pedaggio, pagabile in yuan digitali, stablecoin o bitcoin.

Una cifra mica da ridere: circa un dollaro per ogni barile trasportato. Per una petroliera a pieno carico, si parla almeno dell’equivalente di un paio di milioni di dollari.

La notizia ha suscitato la consueta ridda di opinioni contrastanti, come ogni cosa riguardi bitcoin. L’accostamento a un paese blacklistato ha dato vigore a chi ama accostare BTC a criminali, terroristi e stati canaglia: lo strumento ideale per aggirare il sistema monetario internazionale.

Oppure no?

No, non è così facile

Innanzitutto, secondo quanto riportato dal FT bitcoin sarebbe una delle opzioni, anche se probabilmente la principale, per pagare il famigerato “pedaggio”.

Il problema è che bitcoin era e resterà assolutamente tracciato e tracciabile. Come ha scritto James Butterfill, Head of Research di CoinShares, «utilizzare Bitcoin per una questione così sensibile ed evidente come i pedaggi per lo Stretto di Hormuz è assai più complicato».

Una compagnia di navigazione che decidesse di pagare, infatti, è comunque soggetta a vincoli sanzionatori e le possibili conseguenze legali rendono improbabile un utilizzo continuativo e su larga scala di BTC.

Il problema non è tanto lato ricevente, quanto lato pagatore: chi può permettersi di inviare “denaro”, seppure in forma diciamo “alternativa”, a un paese in blacklist, utilizzando peraltro uno strumento perfettamente tracciabile? La blockchain non dimentica e quei bitcoin sarebbero facilmente identificabili.

Le criptovalute “parlano”

Tracciabili sono anche le StableCoin, criptoattività ancorate al valore di un asset esterno, tipicamente il dollaro, e utilizzabili su blockchain pubbliche. Anche questa declinazione del modello cripto pone seri problemi a chi decidesse di pagare.

Non parliamo realmente dell’equivalente digitale dell’oro. Non importa con quanto vigore un lingotto venga interrogato: non parlerà mai di tutte le transazioni di cui è stato protagonista, di tutte le mani che lo hanno toccato.

Una criptovaluta basata su blockchain, invece, sì. Non c’è reale garanzia che nessuno possa o voglia ricostruire il percorso delle transazioni. E questo non è un problema per lo Stato che incassa il denaro, ma per chi glielo invia.b

Che strumento di pagamento resta? Lo Yuan digitale. Cioè la moneta digitale emessa dalla banca centrale cinese. Non certo uno strumento per criminali e terroristi. Ma certamente un’alternativa alla moneta americana: tra i suoi obiettivi c’è anche la dedollarizzazione dell’economia e degli scambi internazionali.

E questa è, forse, la chiave di lettura più interessante.

Bitcoin come affermazione geopolitica

«Teheran non vuole dollari — o, più precisamente, non può detenerli senza esporsi alle sanzioni occidentali. Bitcoin risponde perfettamente a questa esigenza», ha scritto sempre Butterfill. Dopo ciò che è accaduto intorno allo Stretto di Hormuz, gli Stati colpiti da sanzioni sanno che, oggi, esistono strumenti che, potenzialmente, sono una alternativa al dollaro. La vera notizia, per citare ancora Butterfill, è «Bitcoin come riflesso di una crescente frammentazione dell’ordine monetario globale».

Testare e dimostrare

La scelta geopolitica dell’Iran è chiara: il pedaggio può essere pagato scegliendo uno strumento alternativo al dollaro e all’intero sistema di cui fa parte (così come l’euro). Non si tratta solo di aggirare la morsa delle sanzioni, ma anche di testare se, e come, si possono utilizzare strumenti alternativi.

Parafrasando Butterfill, non importa implementare un nuovo sistema, «ma dimostrare che, in condizioni di pressione, gli Stati sono disposti (e tecnicamente in grado, NdR) a esplorare canali alternativi quando l’accesso ai circuiti convenzionali viene limitato».

Ametrano: il denaro non censurabile è infrastruttura

«Una notizia del genere sorprende solo chi non ha ancora capito che cos'è Bitcoin –osserva senza mezzi termini Ferdinando Ametrano, Amministratore Delegato di CheckSig. Bitcoin nasce proprio per esistere al di fuori di qualsiasi sistema di controllo statale. E questa vicenda lo dimostra con una chiarezza che nessun libro di testo potrebbe offrire. Hormuz ci consegna, in forma drammatica, una lezione valida anche in tempo di pace: nell'economia digitale globale, il denaro programmabile e non censurabile non è un'astrazione ideologica. È infrastruttura. Le stablecoin completano il quadro come strumento di scambio digitale, ma non vanno confuse con Bitcoin. Sono dollaro digitale, non oro digitale. La distinzione non è accademica: è la differenza tra un asset che nessuno può fermare e uno che qualcuno, in linea di principio, può tracciare e congelare. E il dollaro a cui sono ancorate ha perso, dal 1971, oltre il 98% del suo valore reale rispetto all'oro: la parola "stabilità" va maneggiata con cura».

Questo non aiuterà la percezione di bitcoin da parte dell’establishment bancario e finanziario, specie occidentale, ma è un deciso assist alla componente più libertaria e anarchica del mondo delle criptovalute. La stessa, per capirci, che tramite bitcoin ha sostenuto le donne afghane dopo il ritorno dei talebani.

Perché il denaro, in qualunque sua forma, non è né buono, né cattivo. Dipende da che uso se ne fa.

 

 

 

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