La crescita dello SmartPOS e dei terminali unattended sono due trend in corso nel mercato italiano dei pagamenti. Anche se la prossima next big thing potrebbe essere il softPOS.
Come ci racconta Andrea Zucchiatti, Co-Founder di PAX Italia e Chief Product & Services Officer PAX EMEA, i dati di crescita nascondono però una dimensione più complessa. E con molti risvolti culturali.
L’Europa divisa in due
«La diffusione degli SmartPOS Android segue modelli diversi nei vari paesi europei – premette Zucchiatti. Il vecchio continente è, di fatto, diviso in due: da un lato i Paesi mediterranei, Francia esclusa; dall’altro i Nordics e il Regno Unito. In Italia, nello specifico, ormai la metà dei terminali venduti è Android. Questo è un bene, perché stiamo facendo evolvere l’infrastruttura di pagamento del Paese, ma purtroppo la penetrazione degli SmartPOS è legata sostanzialmente a una riduzione del costo di vendita dei terminali di nuova generazione. E per l’industria dei pagamenti questo è un insuccesso: non siamo ancora riusciti a fare percepire all’esercente il valore dello SmartPOS Android. Nei paesi del nord, invece, i terminali evoluti arrivano anche al 90% del venduto, proprio perché si è fatto leva sui loro vantaggi».
L’industria ha capito i vantaggi
Lato banche, in realtà, i POS Android hanno ormai conquistato una certa popolarità. «I nostri interlocutori, che hanno un’offerta diretta verso il merchant, hanno compreso il beneficio di questi dispositivi – precisa Zucchiatti. Basti pensare che la percentuale di successo nell’aggiornamento delle applicazioni sui POS Android è del 99%, mentre per i terminali tradizionali si arriva a un massimo, nel migliore dei casi, del 70%. Quel 30% di differenza porta grandi vantaggi al payment service provider, in termini di assistenza e di continuità del servizio. Certo, la complessità della filiera presenta ancora qualche complessità post-vendita e burocratica, ad esempio nel caso in cui una app di uno sviluppatore terzo non funzioni a dovere. Ma sono aspetti su cui si può lavorare a livello di sistema per individuare nuovi modelli».
Ma la competizione è sul prezzo
Nonostante offrano funzionalità di molto superiori sia ai terminali tradizionali, sia ai modelli mobile a basso costo arrivati da relativamente poco tempo sul nostro mercato, gli SmartPOS non vengono ancora percepiti nelle loro potenzialità «Eppure, è proprio su queste che banche e PSP consolidati potrebbero contrastare la concorrenza delle startup – osserva Zucchiatti. Ci sono ormai realtà che operano in diversi mercati con prodotti a basso costo. Ho l’impressione che, in alcuni casi, questi concorrenti siano stati sottovalutati. E quando hanno raggiunto numeri importanti, sono stati a volte rincorsi con una strategia basata sul pricing, anziché sul valore della componente di servizio. E questo nonostante le banche, e quelle italiane in modo particolare, possano vantare know-how e competenze enormemente superiori nell’ambito dei pagamenti».
L’arrivo dei softPOS
La prossima frontiera del confronto tra player consolidati ed emergenti potrebbe essere quella del softPOS, un’applicazione capace di trasformare la maggior parte degli smartphone in terminali di pagamento, in grado di accettare transazioni da carte NFC ed EMV. «Posso dire ufficialmente – racconta Zucchiatti – che PAX ha deciso di investire in questo ambito. Non siamo tra i first mover, ma recupereremo rapidamente per offrire questo servizio alle banche. Che possono contare su due elementi di vantaggio che nessuna startup può conquistarsi da un giorno all’altro: le competenze, come detto, e la fiducia del cliente finale. Dal punto di vista commerciale, credo che ci siano spazi per il softPOS anche in Italia. Sicuramente per alcuni use case specifici e distintivi, ad esempio i personal shopper nei negozi di lusso, ma potrebbe rivelarsi utile anche come soluzione temporanea in caso di malfunzionamento del terminale principale. Ci sono invece altri contesti in cui serve un hardware dedicato: penso ai taxi, dove il cliente finale percepisce come un valore la stampa di uno scontrino da allegare alla nota spese».
Crescono i chioschi…
È invece un trend in corso quello relativo al segmento unattended. «Vediamo una crescita importante – conferma Zucchiatti – nei distributori automatici per diverse categorie merceologiche e nel parking. Ormai non si guarda più solo al pagamento digitale ma anche a funzionalità che consentono, ad esempio, di leggere la tessera nazionale di servizi. La possibilità tecnica di concentrare queste funzioni in uno spazio ridotto, con il nostro terminale IM20, ha facilitato l’implementazione di molti chioschi, ed è un risultato di cui siamo sicuramente soddisfatti».
… e il futuro è la smart city
E poi ci sono servizi innovativi, di cui appena vediamo i primi passi, che vanno nella direzione della cosiddetta smart city. «Stiamo contribuendo ad alcuni progetti per l’installazione di colonnine di ricarica delle auto elettriche – prosegue Zucchiatti – ma la smart city apre a molte possibilità: il terminale IM30, ad esempio, può fare da hotspot e ha una porta HDMI per controllare uno schermo secondario. In parole semplici: permette di rimuovere da un chiosco il micro PC, abbassando i costi. E ancora: su questi chioschi si potrebbe prevedere una telecamera, ad esempio, per fornire supporto da remoto al cliente. E ce ne sarà bisogno, quando verranno lanciati servizi innovativi a cui le persone non sono ancora abituate».
Il pagamento come servizio
In Italia resta, però, un problema culturale, legato al pagamento elettronico, con cui si scontrano diversi progetti di innovazione. «L’introduzione di una sanzione per gli esercenti che violano “l’obbligo di POS” – osserva Zucchiatti – ha portato il dibattito mediatico sui consueti toni retorici a proposito delle commissioni. In alcuni casi, ci sono stati addirittura inviti ad azzerarle. Il problema è che il pagamento digitale non viene percepito come un servizio, che proprio in quanto tale non può essere erogato gratuitamente: ci sono componenti di hardware, di software, di sicurezza e di Business continuity. Ci si accorge della loro importanza solo quando un malfunzionamento, peraltro temporaneo, fa notizia. L’industria può lavorare sulla riduzione delle commissioni, ma sarà difficile accontentare chi si aspetta che un servizio sicuro e affidabile sia anche gratuito».
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2022 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.