Per anni l’idea era semplice: aprire i dati bancari avrebbe reso i servizi finanziari più competitivi, trasparenti e vicini ai bisogni delle persone. La promessa dell’open banking, e oggi dell’open finance è stata quindi disillusa?
In realtà le infrastrutture sono state costruite, le regole ben definite, ma l’impatto sulle abitudini quotidiane dei clienti resta ancora marginale. Il cambiamento non è mancato: semplicemente, non ha ancora preso la forma che ci si aspettava. E non è diventato quindi massivo.
I dati raccontano l’open banking
A cinque anni, ormai, dalla introduzione della PSD2, l’open banking in Italia resta un fenomeno limitato, concentrato in specifici ambiti applicativi: poco retail, più adatto al mondo delle imprese e dei servizi B2B.
Qui l’open banking è infatti già uno strumento operativo: viene usato per integrare conti aziendali e software gestionali, automatizzare la riconciliazione dei pagamenti e semplificare la gestione della tesoreria. È un’infrastruttura invisibile, ma già incorporata nei processi finanziari di molte aziende (Banca d’Italia, Open Banking in Italy: A Comprehensive Report, 2025).
Nel mondo retail, invece, la diffusione resta ancora limitata. Uno dei pochi indicatori disponibili riguarda i pagamenti avviati tramite operatori terzi (PISP): secondo la Banca d’Italia, rappresentano circa lo 0,13% dei bonifici online.
Un dato che non misura tutto il fenomeno, ma segnala chiaramente quanto l’uso dell’open banking nei pagamenti quotidiani sia ancora marginale.
Dove l’open banking funziona già: dati e imprese
Se nei pagamenti retail l’adozione è ancora limitata, l’open banking è già operativo invece in diversi ambiti legati ai dati. Uno dei principali è l’aggregazione dei conti, che consente a utenti e imprese di visualizzare in un’unica interfaccia rapporti detenuti presso istituti diversi. È uno dei casi d’uso più diffusi (secondo PwC Strategy 2025).
Un secondo ambito riguarda il credito. Operatori come CRIF, ad esempio, utilizzano i dati transazionali per integrare i modelli tradizionali di valutazione del merito creditizio, migliorando l’analisi soprattutto per soggetti con una storia finanziaria limitata.
Ma l’open banking ha trovato ampio spazio soprattutto nei servizi alle imprese. Piattaforme come Fabrick permettono l’integrazione tra conti bancari e sistemi gestionali aziendali, abilitando processi come la riconciliazione automatica e la gestione della tesoreria. In questi casi, l’open banking non è un prodotto finale, ma un livello infrastrutturale che abilita altri servizi.
Verso l’open finance
La regolamentazione è in continua evoluzione e con la PSD3 e il framework FiDA (Financial Data Access) alle porte, si può guardare oltre l’orticello e rompere i confini dell’open banking tradizionale.
L’obiettivo delle nuove normative è infatti estendere l’accesso ai dati finanziari: non solo conti correnti, ma anche prodotti di investimento, assicurazioni e strumenti di risparmio. Che potrebbero invogliare anche il pubblico retail a condividere i propri dati in ottica open.
Il regolatore ha ovviamente le idee chiare: passare da un sistema centrato sui pagamenti a un ecosistema in cui i dati finanziari diventano una risorsa condivisa tra più attori. E trasformare l’open banking in open finance, allargando il perimetro di azione dai casi d’uso B2B anche al segmento retail e, perché no, anche affluent e private.
Il vero terreno di gioco: ecosistemi finanziari
Ma le potenzialità dell’open finance non si misurano nella creazione di singoli servizi, quanto piuttosto nella capacità di mettere in relazione sistemi che tradizionalmente non comunicavano tra loro: conti bancari, prodotti di credito, investimenti, assicurazioni e piattaforme digitali non finanziarie.
Su queste connessioni si costruiscono servizi noti e avviati con la PSD2, come l’aggregazione dei conti o i modelli di valutazione del credito basati su dati transazionali, ma tra le novità appare anche la gestione finanziaria integrata, grazie alla capacità di aggregare informazioni provenienti da più fonti che restituiscono un quadro più completo della situazione economica di un cliente o di un’impresa.
La svolta è nell’esperienza integrata
Una volta che le banche avranno accesso a questi dati, potranno utilizzarli con un obiettivo preciso, ovvero migliorare l’esperienza cliente mettendo in piedi servizi di consulenza realmente personalizzati, servizi finanziari più contestuali.
Il punto non è più solo accedere ai dati, ma utilizzarli per costruire esperienze integrate: consulenza personalizzata, servizi finanziari più contestuali, decisioni più rapide e informate. È una logica di ecosistema, in cui banche, fintech e operatori tecnologici si muovono sullo stesso piano competitivo.
In questo contesto, l’open finance rappresenta un cambio di architettura: un modello in cui il valore non è più nel prodotto finanziario singolo, ma nella rete di informazioni che lo collega ad altri servizi.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio 2026 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.