Servono più trasparenza e regole omogenee per allontanare ogni sospetto di rischio riciclaggio dagli IBAN virtuali. Tornati al centro dell’attenzione dopo il report EBA datato 2024, che aveva individuato una serie di rischi legati ai virtual IBAN. Tra cui, appunto, quelli collegati al riciclaggio di denaro
È infatti appena stata pubblicata un’analisi di Michele Manna, "Virtual (additional) IBANs: Opportunities and Money Laundering Risks", tra i Quaderni dell’antiriciclaggio della UIF di Banca d’Italia. Da cui emerge, in estrema sintesi, che gli IBAN virtuali possono comportare una certa opacità, complicando la vita a chi si trova a dovere identificare tutte le parti coinvolte e a tracciare i fondi.
Un lavoro denso che arriva a individuare tre azioni prioritarie. La prima è eliminare (finalmente) la discriminazione degli IBAN, teoricamente vietata dalla SEPA ma ancora una realtà quotidiana per molti privati e imprese.
Seguono poi due ambiti di azione più ampi. Rafforzare la trasparenza nelle operazioni che coinvolgono catene transazionali complesse e indagare la disomogeneità nella fornitura di servizi transfrontalieri da parte delle Payment Institutions.
Ma, prima, occorre fare un po’ di chiarezza. Perché a finire sul “banco gli imputati” non sono gli IBAN virtuali (che l’autore chiama con il più calzante “IBAN aggiuntivi”) tout court, bensì alcune tipologie.
Che cosa è un IBAN virtuale
Un IBAN aggiuntivo, detto anche virtual IBAN (vIBAN) è un identificatore di conto bancario (un IBAN) che, quando riceve un pagamento in ingresso, lo reindirizza verso un IBAN diverso.
In questa definizione ombrello ricadono casistiche molto diverse, non tutte problematiche. Manna ne identifica 8. Le prime due sono quelle che più frequentemente vediamo nell’offerta di banche digitali e neobanche:
il reindirizzamento verso un IBAN che mantiene lo stesso identificativo di paese: viene utilizzato soprattutto per la riconciliazione dei pagamenti, oppure per identificare costi e ricavi di specifiche linee di business, e non pare presentare particolari problemi;
il reindirizzamento verso un IBAN con identificativo di un altro paese, ma intestato allo stesso titolare del conto principale: questa tipologia è spesso utilizzata per aggirare il fenomeno della discriminazione dell’IBAN, ancora molto frequente.
L’attenzione andrebbe piuttosto portata verso le altre sei configurazioni. Senza entrare nel dettaglio (l’analisi è comunque disponibile online), si tratta di casi in cui compare un intermediario, in cui quindi il titolare del conto è diverso dal pagatore, oppure dal beneficiario finale. O in cui, cambia l’identificativo della banca a cui l’IBAN è associato. A questi casi si aggiunge, spesso e volentieri, anche un cambio di paese.
I rischi di riciclaggio associati agli IBAN virtuali
Tutta questa stratificazione complica, e parecchio, le attività di tracciamento dei fondi e di identificazione dei soggetti coinvolti nelle transazioni. Usando un vIBAN diventa possibile, almeno in alcuni casi, rendere meno chiaro il legame tra chi effettua il pagamento e il beneficiario ultimo.
Questo complica parecchio il lavoro di chi deve tracciare i pagamenti. E si arriva anche a configurazioni così complesse da rendere difficile avere una visione completa del flusso di denaro persino al titolare del conto master e agli stessi intermediari.
Il discorso vale soprattutto per quelle configurazioni transfrontaliere che combinano giurisdizioni parte dello Spazio Economico Europeo, ma mischiando paesi UE e altri non membri. Si vanno infatti a chiamare in causa quadri giuridici diversi, complicando ulteriormente le operazioni e diminuendo la trasparenza.
C’è, infine, un ulteriore dettaglio. Il report suggerisce che dall’analisi delle licenze dei principali fornitori di IBAN aggiuntivi emergano catene di transazione più complesse di quelle identificabili nei soli registri ufficiali e pubblici. Ci sarebbero, quindi, più intermediari coinvolti: questo non implica illegalità, ma potrebbe offrire delle scappatoie alla criminalità. E complicare le procedure di KYC.
La dimensione internazionale
Ecco quindi che servirebbe una maggiore cooperazione tra tutte le parti, in particolare le entità SEPA non UE, per rendere più visibili i flussi di denaro legati ai vIBAN.
Non manca, nel report, una chiara stoccata, quando si evidenzia che molti fornitori di IBAN virtuali, pardon, aggiuntivi, hanno sede in UK, anche se operano con licenze UE. Ma seguono poi i consueti paesi preferiti dalle fintech: Irlanda, Lituania, Cipro, Lussemburgo Malta.
Manna evidenzia una correlazione negativa tra la dimensione del mercato nazionale in cui un Istituto di Pagamento è registrato e la sua operatività in altri paesi dello SEE: le realtà che puntano all’espansione scelgono giurisdizioni più piccole. E questo, sostiene il report, non per quella che viene definita “business friendliness” ma per fattori legati alla policy regolamentare e alla rapidità delle pratiche amministrative.