Mancano pochi giorni al Clear Summit, l'evento organizzato da CheckSig, che approfondisce il rapporto tra cryptoasset e finanza tradizionale. L’appuntamento è per il 12 maggio a Milano e comprenderà una sessione moderata da Alberto Grisoni, direttore di AziendaBanca, testata media partner dell’evento.
In un episodio del podcast #define banking abbiamo approfondito alcune anticipazioni insieme a Michele Mandelli, Managing Partner di CheckSig.
AG. Michele, il Micar ha cambiato radicalmente le regole del gioco per i criptoasset in Europa. Dal vostro punto di vista, che impatto ha avuto finora?
MM. Micar è stato una rivoluzione. In primis perché è un regolamento europeo, quindi è entrato automaticamente in vigore in tutti i Paesi dell'Unione Europea e crea un campo di gioco uguale per tutti quegli operatori che vogliono dare servizi cripto alla clientela europea, grazie a regole omogenee condivise.
Finalmente ha portato un po’ di chiarezza e ha dato delle garanzie agli investitori, finora lasciati in balia di soggetti a volte affidabili e anche prestigiosi ma altre volte, purtroppo, opachi se non addirittura truffaldini.
Questo permette a tutti di lavorare con maggiore serenità e certezza.
AG. Una rivoluzione che finora, però, in Italia sembra procedere a rilento. Alla data della registrazione dell’episodio (il 15 aprile, NdR) nel nostro Paese non sono ancora state concesse licenze. Che succede, nel panorama italiano?
MM. Dobbiamo precisare che il Regolamento è europeo, ma sono le autorità nazionali ad autorizzare i singoli operatori. Quelle di alcuni Paesi sono più rapide e hanno già iniziato a dare autorizzazioni a diversi operatori. L’Italia è invece, tra gli stati membri più grandi, quello più in ritardo nel dare licenze.
In Europa, nel momento in cui registriamo, ci sono circa 130 soggetti autorizzati. Il registro è disponibile sul sito dell’Esma. Colpisce che a oggi non ci siano operatori autorizzati dall’Italia, né nativo cripto né bancario tradizionale.
AG. Ci sono però operatori che offrono comunque servizi regolati da Micar in Italia, grazie alla possibilità di offrire servizi in tutti i paesi UE, una volta autorizzato da uno degli stati membri.
MM. È un meccanismo analogo al passporting Mifid, per capirci, che permette a operatori autorizzati in altri Paesi di operare anche in Italia. Ce ne sono almeno 9 che sono in contatto diretto con la clientela italiana. Nomi come Revolut o Trade Republic, ma anche Commerzbank o Caceis di Crédit Agricole: incumbent, quindi, e anche importanti.
Questo può essere un problema per gli operatori italiani che sono sul mercato grazie al regime transitorio, ma senza quel “bollino di garanzia” della licenza Micar; che è invece già disponibile per chi ha sede in Germania, in Francia, in Spagna o a Malta, per esempio.
AG. Dal punto di vista di banche e operatori finanziari, qual è il rischio di non agire, di non potersi muovere ora in questo ambito?
MM. Ci sono due aspetti. Uno di opportunità oggettiva, l’altro di rischio.
Se guardiamo all’opportunità, l’occasione è di andare a servire gli oltre 2 milioni di italiani che già oggi hanno criptoasset nel loro portafoglio. E che lavorano con operatori non bancari, talvolta anche non regolati.
Si può attrarre questa clientela, già esistente, e che sta facendo business con altri. Portando fuori dalla banca masse e, quindi, causando un impatto diretto in termini di conto economico. Il business cripto è sostanzialmente commissionale e, quindi, insensibile all’andamento dei tassi e offre una redditività comparabile a quella della raccolta gestita.
Se invece guardiamo al rischio, troviamo il complemento di quanto detto prima. Perdere ulteriore clientela, masse, e opportunità di business. Non solo. Si rischia di restare indietro rispetto a nuovi sviluppi del mondo crypto: penso alle StableCoin, che ricadono negli e-money token di Micar e che sono, oggettivamente, una delle frontiere dei servizi di pagamento.
Si rischia di perdere una fetta importante di business futuro in ambito investimenti e pagamenti.
AG. C’è anche il rischio che il nascente ecosistema cripto, che spazia ad esempio dagli EMT alla tokenizzazione, non riesca a svilupparsi e porti all’esodo di alcune realtà verso paesi che distano un’ora di volo o poco più dalle nostre città?
MM. Questo rischio c’è. Il paradosso, e il dispiacere, è che l’industria cripto italiana è storicamente una delle più forti in Europa. Se guardiamo al solo mondo bitcoin, l’Italia è la terra di origine di “teste pensanti” molto forti sull’argomento e di un think tank di sviluppatori.
C’è un ecosistema che ha dato vita ad aziende che, oggettivamente, sono dei piccoli gioielli e che oggi sono in difficoltà a causa della lentezza regolamentare. C’è il rischio che una banca tradizionale che vuole offrire servizi cripto scelga di collaborare con operatori autorizzati all’estero.
C’è poi il tema dell’arbitraggio regolamentare. Un operatore che ha ottenuto una licenza in poche settimane in alcuni paesi ha superato controlli meno stringenti rispetto a quelli richiesti in Germania, in Spagna o, appunto, da noi in Italia. Dove la normativa, uguale per tutti, viene interpretata in modo molto stringente in ottica di tutela degli investitori.
AG. Veniamo allora alla tutela dell’investitore. Innanzitutto, cerchiamo di capire chi è. Ci sono milioni di italiani che già investono in cripto e altri che vorrebbero farlo: la domanda c’è e non è solo legata alla Gen Z.
MM. La domanda è sorprendentemente trasversale alle generazioni e alle classi di patrimonio. L'idea comune è che le cripto siano un tema da un mercato puramente retail molto giovane,ma la realtà dei fatti dice che invece investitori più sofisticati con patrimoni più grandi hanno grandi interessi.
Al Clear Summit presenteremo i risultati di una nuova indagine e posso anticipare che ci sono delle belle sorprese. I numeri dicono che questo è un mercato che ha spazi sia dal punto di vista retail sia nel mondo private.
Basti guardare al successo dell’ETF di BlackRock su Bitcoin: uno strumento che viene acquistato da clientela istituzionale o comunque sofisticata, non certo da un ragazzino con 100 euro a disposizione.
AG. Sempre lato investitore, perché è importante sapere che l’operatore a cui ci rivolgiamo per acquistare o vendere cripto asset abbia una licenza Micar? Quali garanzie ci dà?
MM. Questo è essenziale perché il profilo di tutela del investitore che lavora con un crypto asset service provider, cioè con un provider autorizzato Micar, è un profilo elevatissimo analogo a quello di una realtà bancaria.
Si parla di requisiti di capitale e di Vigilanza; di ratio continuamente controllati; di una struttura di Governance completa con sindaci, revisori e ovviamente anche policy, procedure, obbligli di trasparenza di comunicazione, per esempio fee, costi, spread.
Tali e quali, se non più ampie, di quelle della finanza “tradizionale”: è quindi un elemento di tutela importantissimo.
Lo scopo è duplice: far sì che l’investitore sappia cosa sta facendo e con chi sta operando, ma anche che l’operatore abbia una solidità tale da garantire una continuità operativa. E che non si verifichino più gli incidenti del passato che hanno causato danni enormi agli investitori e al settore nel suo insieme.
AG. Perché il rischio è che il cliente, non trovando servizi cripto presso operatori affidabili e a lui noti, finisca per rivolgersi chissà dove e a chi.
MM. Il motivo per cui questo settore, diciamolo, è ricco di truffe, è proprio il fatto che chi vuole investire, al posto che farlo in maniera semplice, nell'alveo della relazione bancaria che ha da anni, deve necessariamente rivolgersi oggi a degli operatori non bancari e quindi purtroppo cade talvolta vittima di abili, abilissimi devo dire, truffatori.
