Cosa è un “digital double” e perché è una opportunità per le aziende tech italiane

Cosa è un “digital double” e perché è una opportunità
Stephane Klecha, founder e Managing Partner di Klecha & Co.

Il concetto di digital double arriva dal gaming e dal mondo della realtà virtuale: è una replica digitale di una persona o di un oggetto, che ne simula l’aspetto o il comportamento.

In futuro, l’espressione “doppio digitale” potrebbe definire una nostra estensione, un “qualcosa” che ci rappresenta, con tanto di “potere di firma”, e potrà agire per noi, svolgendo alcune attività che includono anche i servizi bancari, finanziari e assicurativi.

Ne abbiamo parlato con Stephane Klecha, founder e Managing Partner di Klecha & Co., in un episodio del nostro podcast #define banking, di cui questo articolo è un adattamento testuale.

AG. Iniziamo con qualche definizione: che cosa è un digital double e su quali tecnologie si basa?

SK. Il digital double è una estensione digitale di noi stessi che agisce in una serie di ambiti. È reso possibile da alcune tecnologie. L’intelligenza artificiale, ad esempio, che consente di prendere in carico quantità importanti di dati ed eseguire ragionamenti.

Oggi vediamo già qualcosa di simile nel digital twin, applicato all’industria. Il double incorpora invece anche la parte umana, abilitata tecnologicamente dalla firma digitale.

AG. Chiariamo proprio la differenza rispetto al digital twin, un modello già oggi utilizzato nella manutenzione degli impianti e dei macchinari, anche in ottica predittiva, proprio grazie alla raccolta in tempo reale dei dati. Che differenza c’è tra il digital twin e il digital double?

SK. Il digital twin replica un’infrastruttura, un impianto o un prodotto. Il digital double, invece, non è una nostra copia: un essere umano è troppo complesso per essere replicato in ogni ambito.

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È, invece, una mia estensione che agisce in un ambito specifico, ad esempio la gestione finanziaria, potendo anche prendere decisioni.

AG. Essere troppo complesso per venire replicato è certamente consolante. Puoi farci qualche esempio di come funziona questo doppio digitale, magari in ambito finanziario?

SK. Gestire le proprie finanze personali è un compito molto complesso, per diversi motivi: ci sono tanti prodotti e la gestione del rischio è difficile, oggi ancora più di un tempo.

Faccio un esempio concreto. Una persona che ogni mese guadagna X e risparmia Y. Probabilmente, vorrà ottimizzare questa liquidità Y che gli rimane a fine mese. Che cosa può fare? Oggi, probabilmente, passa del tempo a informarsi andando nel dettaglio dei diversi strumenti e dei rendimenti che offrono.

Nel prossimo futuro, potrà abilitare il suo “doppio digitale” assegnandogli il compito di gestire al meglio la liquidità, tenendo presente le sue caratteristiche e i suoi bisogni. Se ci sono spese in vista, terrà dei fondi disponibili; altrimenti, potrebbe vincolarla.

AG. C’è un ambito particolarmente delicato che è quello assicurativo, in cui rientrano anche dati sanitari e legati alla prevenzione. Che vantaggi ci potrebbe portare un doppio digitale?

SK. Una delle applicazioni chiave del digital double è proprio l’Healthcare, ad esempio con una personalizzazione di terapie, trattamenti, interventi chirurgici. Fino al monitoraggio in tempo reale dei pazienti e ad analisi predittive di malattie che potrebbero insorgere negli anni a venire.

AG. Su questo tema avete realizzato un report, da cui emerge che molte tecnologie alla base dei “digital double” sono già qui, tra noi. E nel 2025 hanno generato valore per circa 26 miliardi di dollari a livello globale, che potrebbero diventare ben 270 nel 2030. Questa trasformazione è davvero così vicina?

SK. Non in tutti i suoi aspetti e sfaccettature. Manca un elemento molto importante per abilitare tutto questo, cioè la delega di identità.

A livello europeo, però, sta avvenendo molto. Il progetto EIDAS nasce dall’esperienza italiana e sta evolvendo rapidamente ed entro il prossimo anno il wallet europeo di identità digitale sarà realtà, integrando le giurisdizioni a livello europeo.

Questo getta le basi per la delega di identità: a oggi non esiste un framework legale, ma ci si sta ragionando e si lavora perché diventi possibile.

AG. Quando di parla di dati, c’è sempre il tema della privacy e della loro sicurezza. Quanto sarà importante garantire questi aspetti, per la sicurezza dei doppi digitali?

SK. È fondamentale sia per il mio punto di vista sia per quello del Regolatore. In Italia queste tematiche sono soggette a una forte attenzione e questo è positivo, perché darà molta fiducia anche ai cittadini.

Il Garante sulla Privacy italiano interviene sempre in modo puntuale e ha emesso linee guida estremamente chiare su cosa è possibile fare e cosa, invece, no.

Il digital double è una tecnologia di punta, sì, ma non è assolutamente il far west: il Regolatore italiano ed europeo è molto attento alla privacy dei cittadini e crea le condizioni necessarie per usare con tranquillità questi servizi.

AG. Abbiamo citato più volte l’Italia come un paese ben posizionato su questi temi. Lo sviluppo di questi servizi è una opportunità per il settore tech nazionale?

SK. La genesi delle logiche alla base dell’identità europea eIDAS è italiana. La firma digitale è sostanzialmente nata in questo paese sia dal punto di vista tecnologico, sia da quello regolamentare.

È un ottimo esempio di come la proattività delle autorità in ambito tecnologico può creare un ecosistema favorevole per le aziende nazionali. Perché eIDAS ha ispirato la normativa in moltissimi mercati asiatici e sudamericani, dove il regolatore aveva bisogno di un framework e ha replicato quello europeo, già esistente.

Queste imprese italiane hanno acquisito negli ultimi anni competenze distintive che le rendono estremamente competitive e ben posizionate non solo per cogliere le opportunità in ambito europeo, ma anche a livello internazionale.

 

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