La pandemia ha cambiato le abitudini di tutti: consumatori, aziende. E criminali. Il brusco cambiamento portato dal Covid-19 ha imposto a tutti un rapido adattamento a uno scenario inedito, a cui non sempre eravamo preparati. Anche la criminalità ha subito intercettato le nuove opportunità per trarre profitti illeciti e per riciclare il denaro ottenuto. E le misure di contrasto al riciclaggio di denaro devono evolvere rapidamente.
La pandemia è un’occasione
Questo scenario emerge da diverse analisi. La FATF, Financial Action Taskforce, ha diffuso già a maggio 2020 una pubblicazione (aggiornata poi a dicembre 2020) per monitorare le sfide emergenti e le risposte dei governi. Ci si trova di tutto: da medicinali e dispositivi di protezione contraffatti (e venduti a caro prezzo) fino al tentativo di aggiudicarsi illecitamente una parte del denaro iniettato dai Governi per sostenere l’economia.
Meno capaci di riconoscere il pericolo
Al di là dei metodi, la grande opportunità che i criminali hanno cercato di cogliere in molti modi è legata al distanziamento sociale: privati dei rapporti personali reali, cittadini e imprese si sono trovati costretti in rapporti virtuali, remoti. In cui non sempre avevano le competenze necessarie per riconoscere i possibili rischi. Abbiamo già raccontato del boom degli attacchi di phishing e di malware nei mesi di lockdown più duro, così come della forte crescita delle transazioni bancarie online e dei pagamenti digitali nell’ultimo anno e mezzo.
Monitoraggio messo a dura prova
Ma l’accelerazione del banking digitale ha colto molti istituti non perfettamente preparati ad analizzare una simile mole di transazioni remote, soprattutto con una parte importante dello staff in telelavoro, non sempre in grado di lavorare con i medesimi strumenti e la stessa efficienza. Le istituzioni finanziarie hanno risposto investendo in soluzioni tecnologiche e in automazione, ma la FATF segnala maggiori difficoltà nello svolgimento della due diligence sui clienti e del monitoraggio delle transazioni (a livello internazionale, lo ricordiamo). Se lo spostamento delle abitudini dei clienti verso i canali digitali sarà, anche solo in parte, confermato, è il monito della FATF, andranno sicuramente aggiornati anche gli indicatori di rischio.
Fondi per la ripresa nel mirino
Lo scenario è simile anche in Italia, come comunicato dall’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia (UIF, d’ora in poi). Senza entrare nel dettaglio, la UIF ha diffuso una serie di elementi per favorire la segnalazione delle operazioni sospette: una lista lunga che conferma il quadro tracciato dalla FATF. La criminalità guarda con interesse ai soldi pubblici destinati alla ripresa, a partire dal Superbonus e dalla cessione dei crediti di imposta: si va dai crediti fittizi all’utilizzo di capitali di origine illecita per acquisire crediti. Ed è facile immaginare che ci sia grande interesse anche per i fondi del PNRR.
Una prospettiva europea (e internazionale) per l’AML
C’è poi un secondo aspetto su cui la FATF ha ribadito la propria posizione: anche prima di trovarsi di fronte a una sfida globale come la pandemia, la criminalità aveva già dato prova di potere ragionare e agire su scala internazionale. I sistemi di monitoraggio e di contrasto al riciclaggio, invece, molto meno. La necessità di un framework e di tecnologie capaci di rendere le attività AML più efficaci e meno costose è evidente a tutti: ma una delle poche strade realmente percorribili è quella della cooperazione internazionale. Non ci facciamo illusioni: le resistenze sono fortissime. Se la spinta del Covid ha aperto il dibattito all’interno dell’Unione Europea, la costruzione di nuovi modelli passa per un confronto lento, in cui certamente molti Paesi non vogliono perdere il vantaggio competitivo derivante da differenze normative tra un membro e l’altro.
UE: 190 miliardi di elusione per la scarsa cooperazione
Basti pensare a quante volte le istituzioni europee abbiamo invitato gli Stati membri a migliorare lo scambio di informazioni fiscali. L’ultimo intervento sul tema è della Corte dei Conti Europea, che sottolinea come le differenze all’interno dell’Unione in termini di quadro legislativo e di monitoraggio portino ogni anno a un’elusione delle imposte delle società UE tra i 50 e i 70 miliardi di euro. E si sale alla cifra monstre di 190 miliardi se si considerano i regimi fiscali speciali e le inefficienze nella riscossione delle imposte. Il fatto è che il numero crescente di operazioni transfrontaliere rende complesso l’accertamento delle imposte dovute. E senza cooperazione tra Stati, non si riesce sempre a determinare sia se tutte le imposte sono state riscosse sia se la riscossione è effettivamente avvenuta nel Paese membro in cui sono dovute.
Che cosa manca nel quadro normativo...
La Corte dei Conti individua varie lacune nel quadro normativo che la Commissione Europea ha istituito per lo scambio di informazioni fiscali. Il quadro, dice la Corte, è “trasparente e logico”. Ma è incompleto nella lotta all’elusione e all’evasione fiscale. La rendicontazione obbligatoria non è dovuta per le criptovalute e per altre forme di reddito, ad esempio, che spesso sfuggono alla tassazione. Anche se, francamente, di fronte alla scarsa collaborazione tra Stati nello scambio delle informazioni, forse le criptovalute, vista la tracciabilità delle operazioni registrate su blockchain, non dovrebbero essere una priorità.
... e nell’utilizzo dei dati
Secco il giudizio della Corte dei Conti anche sull’operato degli Stati membri, definito “limitato”. Non ci si occupa della scarsa qualità dei dati, valutando sanzioni efficaci in caso di inadempienza. E sarebbero utili anche istruzioni agli Stati su come analizzare e utilizzare i dati. A oggi, infine, manca un quadro UE per monitorare i risultati ottenuti: non ci sono indicatori di performance uniformi per tutta l’Unione, in base a cui andare a misurare l’efficacia delle informazioni fiscali scambiate dagli Stati membri.
Si lavora bene, quando si vuole farlo
Servono, quindi, dati esatti, completi e forniti tempestivamente. E, in seconda battuta, questi dati vanno utilizzati a pieno. Perché quando gli Stati decidono di cooperare, conclude la Corte dei Conti, le cose funzionano eccome: gli scambi su richiesta, quelli spontanei e i controlli simultanei tra più Stati membri su alcuni contribuenti hanno dimostrato che, quando l’interesse è comune, accertare l’imposizione fiscale delle operazioni transfrontaliere è un risultato alla portata della UE.
Quale ruolo per il RegTech?
Ha quindi senso pensare a un antiriciclaggio “di ecosistema”, che coinvolga ovviamente le autorità a livello nazionale ed europeo, idealmente potenziato da soluzioni RegTech, dall’intelligenza artificiale all’automazione. Permettendo così di ottimizzare anche gli investimenti delle singole banche e migliorando il contrasto alla re-immissione nell’economia legale di denaro di provenienza illecita. Volerlo realizzare davvero, però, è un’altra storia.
DISOCCUPAZIONE POST-COVID: È GIÀ ALLARME MONEY MULE
Il gergo del web li chiama “money mule”, i muli da denaro: sono persone che offrono la loro identità, consapevolmente o perché tratti in inganno, per l’apertura di prodotti bancari o di pagamento su cui vengono fatte passare somme di denaro frutto di crimini informatici o finanziari. L’idea è proprio quella di un animale da soma che permette di spostare il denaro, rendendo più difficile tracciarne i movimenti fino a farlo arrivare pulito e sicuro, spesso dopo trasferimenti internazionali, al beneficiario finale. E come ogni mulo, anche il nostro money mule porta su di sé il peso, cioè le conseguenze legali, di questo trasporto. È lui a finire nei guai.
Il fatto è che un money mule non è sempre complice dei criminali che aiuta a riciclare il denaro. Anzi, spesso è inconsapevole di ciò che sta facendo: viene tratto in inganno con annunci di lavoro particolarmente allettanti, trovati online, che promettono facili guadagni con poco sforzo. Certo, magari i money mule non sono dei campioni di intuito e perspicacia, ma bisogna anche considerare il fattore “disperazione”.
Perché il money mule ideale versa in una situazione economica precaria: disoccupato, studente, immigrato, giovane, che ha davvero molto bisogno di un lavoro e di un reddito. La Financial Action Taskforce ha già lanciato l’allarme per i prossimi mesi: con l’uscita dal Covid e la fine delle misure lenitive che molti Governi hanno implementato per proteggere le imprese e i posti di lavoro, si rischia un boom di disoccupati. Soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione. Quanti di loro, spinti anche dalla disperazione, decideranno di dare una chance a un’azienda trovata online che sta cercando un “agente per il trasferimento di denaro”?
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2021 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop .