Siamo pronti a investire all’estero?

Legg masonPiù della metà degli investitori italiani ha intenzione di puntare sui mercati esteri. A rivelarlo è l’indagine di Legg Mason, che ci posiziona ai primi posti tra i Paesi che intendono considerare investimenti al di fuori delle frontiere nazionali. La Germania può contare solo su un 25% di investitori intenzionati a posizionarsi sui mercati esteri, a cui seguono Stati Uniti (24%) e Francia (20%).

Prima scelta: Fixed Income

Marco Negri Legg masonL’allocazione nel reddito fisso (fondi comuni di investimento, investimenti in singole obbligazioni e prodotti a rendita garantita) è la scelta predominante per gli investitoti italiani che hanno intenzione di investire sui mercati esteri (68%), «ancora legati alla necessità di ottenere nell’immediato una generazione di reddito e di avere una garanzia sul mantenimento del capitale», come sottolinea Marco Negri, County Head Italia di Legg Mason Asset Management. Una percentuale che ci colloca poco al di sopra della media globale (65%), ma più distanti dal resto dell’Europa (media del 57%) e dagli Stati Uniti (56%). Il comparto azionario estero viene comunque preso in considerazione, con un buon 57% di investitori italiani.

Quanto è investito sugli asset esteri

Attualmente, quasi tre quarti degli italiani intervistati investono il 19% degli asset che producono reddito proprio sui mercati internazionali, mentre due terzi (67%) ha iniziato a comprendere l’importanza di un investimento al di fuori dei confini nazionali.

Più Paesi o portafoglio mono-Paese?

Il 56% punta sulla differenziazione di portafoglio, preferendo l’investimento su una varietà di Paesi, piuttosto che su fondi mono-Paese (scelto dal 28%). In particolare, i mercati verso cui preferirebbero investire sono l’Europa (escluso il Regno Unito) per il 64% degli italiani, gli USA (63%), i Paesi emergenti non BRIC e Brasile (62%), India (60%) e Cina (59%).

Gli ostacoli

La mancanza di trasparenza delle informazioni su questa tipologia di investimenti è il principale ostacolo percepito dagli investitori italiani (42%), seguito dal rischio associato a questi investimenti (38%) e dall’incertezza globale (37%). In ultima posizione, invece, il timore del rischio valutario (36%). 

 

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