
La sharing economy piace. Soprattutto a chi usa molto e condivide poco. Ecco i risultati di una indagine internazionale di KANTAR TNS presentata a Sharitaly.
Sharing economy – sharing = economy
Con la sua evoluzione, la sharing economy sta perdendo l’elemento che la definiva fin dall’inizio: la componente partecipativa. Nata come fenomeno quasi spontaneo e abilitato della rete, con singoli che si organizzavano per condividere “dal basso” la fruizione di un bene o di un servizio, la sharing economy sembra essersi avviata verso veri e propri modelli di business basati sulla condivisione tra più utenti di un bene o servizio “proprietà” di un soggetto terzo. Che ne trae ricavi. O quantomeno ci prova.
Solo 1 su 4 condivide
Lo spostamento dallo “sharing” alla “economy” è stato guidato dal mercato stesso e dalle preferenze del consumatore. L’economia partecipativa in senso stretto (le iniziative di condivisione sono numerose e varie, dal dividere i costi di viaggio in auto fino al rendere disponibili ad altri il divano di casa per un pernottamento, o persino la propria toilette per le emergenze) è stata provata almeno una volta dal 27% degli intervistati. Nel 2015 eravamo al 25%, nel 2014 al 22%, nel 2013 al 13%: insomma, boom iniziale, poi il mercato potenziale è stato in gran parte esplorato.
Il 53% usa. E alimenta il business
Sale invece dal 39% al 53% la quota di consumatori che ha provato un business di sharing economy. Dal car sharing, in crescente diffusione (con le variabili auto premium, auto elettriche, scooter, bicicletta...) a Uber fino ad Airbnb, c’è una dimensione importante di business che ha poco a che fare con la spinta imprenditoriale e anti-consumistica iniziale. Pazienza: il consumatore sta dimostrando di amare sì il low cost, ma non a totale scapito della qualità e della sicurezza di ciò che usa.
Si vogliono responsabilità e qualità (difficile, condividendo tra pari)
Inevitabile, con la crescita della dimensione di business, che tra i principali ostacoli alla crescita della sharing economy ci fosse la mancanza di chiarezza in termini di responsabilità: la segnala un italiano su 3 e addirittura il 46% dei tedeschi. Come detto poco fa: bello spendere poco, ma se il servizio non funziona voglio qualcuno che ne risponda. E infatti emerge anche un certo timore di una delusione per quanto riguarda la qualità del servizio realmente fruito. «Il rischio più evidente però – afferma Federico Capeci, Chief Digital Officer & CEO Italy, KANTAR TNS - sembra quello di banalizzare il vero senso sociale di questo nuovo paradigma economico: se viene percepito dagli utenti come “semplice” servizio alternativo a quelli più canonici, tenderà a non sfruttare appieno le potenzialità dei nuovi ed emergenti trend sociali e di consumo».