Se l’enterprise social networking fallisce

Il social networking interno alle aziende potrebbe portare grandi benefici alla produttività. Ma spesso queste esperienze falliscono. E la colpa non è della tecnologia, ma della mancanza di obiettivi, strategie e leadership
 
Il social networking interno alle aziende sembra offrire potenzialità enormi. Secondo un recente rapporto di McKinsey Global Institute il social networking potrebbe migliorare la produttività aziendale anche del 25%, con benefici addirittura superiori a quelli derivanti dall’uso dei social network per comunicare con il cliente. Molte aziende nel mondo hanno però dovuto confrontarsi con qualcosa di inatteso: il completo fallimento dei progetti di social networking nel giro di sei mesi.

Secondo Richard Hughes, Direttore della Strategia Sociale presso BroadVision, questi fallimenti non dipendono dalle tecnologie adottate: lo testimonia il fatto che alcune aziende hanno deciso di “riprovarci” utilizzando piattaforme diverse, e hanno fallito nuovamente. Il problema è un altro: per far decollare il social networking in azienda bisogna dare un chiaro obiettivo al network.

L’approccio bottom-up, con gruppi di dipendenti che iniziano a sperimentare una soluzione da estendersi poi all’intera azienda, ha spesso fallito per la mancanza di un obiettivo definito. Il principale nemico è proprio la routine del lavoro, che mantiene il personale nei modelli di lavoro e comunicazione convenzionali: al massimo, in questi casi, il social network diventa una specie di chat room su tematiche piuttosto futili.

Con la definizione di obiettivi chiari e l’approvazione da parte del management aziendale, invece, si possono implementare mezzi di collaborazione e comunicazione in grado di incrementare la produttività delle normali attività lavorative. Ma anche qui emerge una area critica: non sempre i dipendenti vogliono condividere le conoscenze. Sapere è potere, insomma, e condividere significa perdere potere.

Il vantaggio della condivisione può essere attivato con un tipo di informazione di tipo pull. Non più l’email, quindi, espressione massima dell’informazione push. Ma un flusso di informazione che permette a ciascun utente di scegliere quali informazioni ricevere, in base alle sue preferenze, e come. Un cambiamento culturale importante, che non può avvenire, conclude Hughes, senza l’impegno diretto del management, chiamato a condividere per primo una parte delle proprie conoscenze. 
 

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