Nel 2012 la spesa IT del sistema bancario italiano è tornata a contrarsi, riprendendo il trend al ribasso avviato nel 2008 e interrotto soltanto dal temporaneo segno positivo registrato nel 2011. Il risultato emerge dai dati della Rilevazione dello stato dell’automazione nel sistema creditizio 2012, diffusi da CIPA nelle scorse settimane.
A campione costante, la spesa IT dei 22 gruppi bancari esaminati è calata del 3,1%, per un TCO complessivo di 3.631 milioni di euro: le previsioni per il 2013 parlano di una ulteriore riduzione dei costi pari allo 0,3%. La flessione del TCO complessivo sarebbe comunque più contenuta (-2%) al netto dei costi di integrazione: questi hanno riguardato nel 2012 solo 5 gruppi bancari, contro gli 8 gruppi del 2011. La flessione non è comunque solo effetto dell’allontanamento dalla grande stagione del M&A, ma anche, si legge nel rapporto, “del livello di maturità dei sistemi informatici, che consente di limitare l’onere delle implementazioni necessarie alla integrazione informatica di realtà differenti tra loro”.
Rinegoziare i contratti e razionalizzare i consumi
Il calo della spesa IT è però un dato medio: guardando alla situazione dei singoli istituti bancari il quadro appare molto più eterogeneo. Si scopre infatti che a ridurre la spesa (del 4%) sono soprattutto i gruppi bancari principali, che pesano da soli per i due terzi del TCO totale: in realtà i gruppi bancari che vedono aumentare la spesa IT sono più numerosi di quelli che la riducono, anche se tra questi ultimi si contano “pesi specifici” evidentemente superiori. A pesare sul taglio dei costi è la necessità di ottenere saving: la via principale scelta dai gruppi bancari passa soprattutto dalla rinegoziazione dei contratti, in particolare per quelli relativi alla manutenzione adattativa e correttiva delle applicazioni. Altre misure hanno riguardato la razionalizzazione dei consumi e dell’uso di prodotti e servizi, con una particolare attenzione alle aree dei sistemi centrali (mainframe e server farm), dei sistemi distribuiti e della fonia, mentre sono meno frequenti il consolidamento di sistemi e applicazioni o la sostituzione dei fornitori.
Dove si spende: applicazioni, servizi da società esterna, operations
Guardando alla ripartizione della spesa IT per “aree tematiche”, le applicazioni si confermano la prima voce sia per quanto riguarda il TCO (36,3%) sia per il cash out (39,8%); seguono sistemi centrali (29,5% del TCO, 28,9% del cash out) e sistemi periferici (18,3% del TCO, 15,8% del cash out). Lo spaccato della spesa per fattori produttivi vede il netto prevalere dei costi per i servizi ricevuti da società esterne: sono il 47,8% del TCO del totale del campione e la percentuale resta piuttosto alta (40,4%) anche prendendo in considerazione i soli gruppi grandi e medi, dove il modello dell’insourcing resta molto forte. Naturalmente, la quota di costi per i servizi ricevuti da società esterna si alzano fino al 78,6% per i gruppi in outsourcing. Guardando alle aree funzionali, le operations si confermano (con il 57,5%) la prima voce di costo, superando abbondantemente i processi di marketing, di supporto e direzionali.
Il 66,3% del cash out per il funzionamento corrente
Particolarmente significativa l’analisi che ha confrontato le spese per il funzionamento corrente (“run the business”) e quelle per il cambiamento (“change the business”), prendendo in considerazione due aree: il settore business (le attività core, cioè operations, processi di marketing, commerciali e customer service) e le attività di supporto funzionale (processi direzionali e processi di supporto). Il risultato parla chiaro: il 66,3% del cash out va per il “run” e solo il 33,7% per il cambiamento, mentre le attività di business assorbono il 71,9% delle spese. Il peso del funzionamento corrente, inoltre, aumenta progressivamente al diminuire della dimensione operativa dei gruppi presi in esame.
Il variegato quadro della compliance
Guardando alla finalità del cash out emerge il “paradosso” della spesa destinata alla compliance. Il dato medio attribuisce agli interventi di compliance il 13,1% del cash out IT: meno del 45,3% indirizzato allo sviluppo commerciale, del 25% della integrazione e razionalizzazione delle infrastrutture e del 16,3% per l’ottimizzazione dei processi. Ma quel dato medio deve sintetizzare situazioni molto variegate, che vedono il peso della compliance oscillare tra il 2% e il 29%: frutto certamente in parte della variabilità dei criteri di attribuzione dei costi di compliance, ma anche alle diverse tempistiche di attuazione degli interventi. Sul totale della spesa IT per la compliance, il 18,5% riguarda la normativa contabile e fiscale e il 17,4% le disposizioni di vigilanza di Banca d’Italia. Seguono Basilea (11,7%), AML-Usura-Falsificazioni (10,3%) e Sepa-Psd (9%).
| I confini della funzione IT Una interessante parte del rapporto CIPA analizza la presenza di alcune funzioni trasversali allo sviluppo e alla erogazione dei servizi informatici. Le funzioni IT dedicate al demand management e al provisioning, ad esempio, in oltre il 40% dei Gruppi sono collocate in un settore non-IT oppure distribuite all’interno della banca. La sicurezza informatica e la definizione delle architetture, invece, sono saldamente all’interno delle “mura” dell’IT nel 77,3% di casi. Quasi la metà dei gruppi presi in esame, il 45,3%, ha poi provveduto a creare un settore specifico per la valutazione delle tecnologie innovative. |