Riforma delle BCC: a che punto siamo

Come cambierà il sistema italiano delle banche di credito cooperativo e delle casse rurali? Quando arriverà la Riforma e che cosa imporrà? Quanti e quali sono gli attori in gioco? E quali alternative sono in campo? Sette cose da sapere, sei questioni aperte e una breve cronistoria per ricostruire l’evoluzione della auto-riforma del Credito Cooperativo.

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1. Sarà una auto-riforma. Ma potrebbe anche decidere il governo

A differenza di quanto avvenuto con le 10 principali banche popolari, “forzate” alla trasformazione in SpA con un decreto legge, nel caso delle BCC un provvedimento forte del Governo (per ora) non c’è. Sono circolate bozze, indiscrezioni, indicazioni più o meno chiare, ma il Governo ha scelto (di nuovo, per ora) la strada dell’autoriforma: siano le BCC a individuare le forme migliori per raggiungere gli obiettivi di adeguata patrimonializzazione, prevenzione (e gestione) delle crisi, sana e prudente gestione (compreso il risk management e il controllo).

La “scossa” al sistema è arrivata a metà gennaio 2015, proprio con la Riforma delle Popolari. Ancora a febbraio 2015, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dichiarava, ottimista, che per le BCC sarebbe “bastata l’autoriforma”. Già. In estate la proposta di autoriforma è ancora in lavorazione e probabilmente sul tavolo del Governo ne arriverà più di una.

Se dovesse prevalere il decisionismo, in quale direzione si andrà? E in quali tempi: è probabile che la (auto)riforma arrivi entro la fine dell’anno, qualcuno ipotizza già a settembre 2015.

2. Che cosa si chiedeva originariamente alle BCC

Le richieste di Governo e Banca d’Italia vanno verso il modello federale. Con una Capogruppo società per azioni capace di attirare anche capitali esterni al mondo cooperativo (ma con una quota minima di capitale “vincolabile” alle BCC aderenti). Ogni singola banca di credito cooperativo è legata da un contratto alla Capogruppo: quest’ultima ha poteri di indirizzo, di controllo sui criteri prudenziali del credito.

L’adesione alla holding dovrebbe essere obbligatoria.

3. I numeri delle BCC

379 banche e casse rurali

4.441 sportelli (il 14,4% delle filiali italiane)

1,2 milioni di soci

37 mila dipendenti

Quota di mercato: 8%

4. La sfida è nell’equilibrio

Raggiungere gli obiettivi della Vigilanza richiede una maggiore patrimonializzazione, anche ricorrendo all’apporto di capitali esterni al credito cooperativo nell’azionariato della Capogruppo. E poi un controllo centrale sulla gestione del rischio e l’audit, oltre alla capacità di prevenire e gestire situazioni di crisi in singole banche.

Come si uniscono apertura ai mercati e spirito cooperativo da un lato, maggiore integrazione e centralizzazione con l’autonomia territoriale dall’altro? Insomma: come si resta BCC diventando Gruppo?

5. I due modelli alternativi. Una o tante holding

La normativa sembra propendere per un modello “monogruppo”: una sola holding per tutte le BCC, ad adesione obbligatoria. Da diverse iniziative sembra emergere però l’alternativa di una “multigruppo”, con le BCC chiamate a scegliere a quale aderire.

6. Iccrea: la holding “implicita” del modello monogruppo

Quando si parla di Capogruppo unica, nessuno nomina esplicitamente Iccrea Holding, ma è a essa che si fa riferimento implicito. Il fatto è che Iccrea ha attivato da anni, anche con il progetto Tangram, un percorso di aggregazione del mondo del credito cooperativo italiano, con una holding capace di fornire anche servizi tecnologici e di outsourcing. E che include anche fabbriche prodotto in ambiti specifici, pur nella libertà di ciascuna BCC di stipulare accordi commerciali con altre realtà esterne tanto nell’IT/Outsourcing quanto nella bancassurance, nei prodotti di credito, di investimento e così via.

7. Quelli che non ci stanno: il modello multigruppo (e il “paradosso sudtirolese”)

La “tradizionale” frammentazione del Credito Cooperativo italiano ha però favorito l’emergere di diverse posizioni che invocano un modello “multigruppo”, con le BCC obbligate a legarsi a una delle Capogruppo presenti sul mercato.

Un modello osteggiato da Federcasse e che richiede certamente un confronto con il Governo. Ma che ha anche una giustificazione: anche il modello “monogruppo” prevede comunque la sopravvivenza del sistema Raiffeisen nel Sudtirolo. Ma se il “polo” di Bolzano può continuare a esistere, perché gli altri no? In quale punto le specificità territoriali-organizzative diventano tali da permettere la paradossale creazione di una seconda Capogruppo in un regime di Capogruppo unica?

A spingere in questo senso è l’unica banca di secondo livello del sistema BCC che ancora non abbiamo nominato: Cassa Centrale Banca. La seconda realtà per dimensioni dopo Iccrea Banca, ha annunciato un proprio modello di Capogruppo del Credito Cooperativo a luglio 2015.

E anche FederLUS, la Federazione delle BCC di Lazio, Umbria e Sardegna (in cui rientrano 30 BCC tra cui il colosso BCC di Roma, 150 sportelli, 300mila clienti, 1.280 dipendenti e 30.500 soci per un utile netto 2014 di 25,9 milioni) ha apertamente sposato il modello della “integrazione a gruppi”, ottimizzando l’attuale divisione regionale.

Questione aperta 1: concorrenza e qualità

I sostenitori del modello “multigruppo” sostengono che l’esistenza di una sola Capogruppo, incaricata di fornire anche i servizi IT/outsourcing e le fabbriche prodotto (se in misura esclusiva o meno, è da vedere) possa mettere le singole BCC nella classica situazione di lock-in. Un unico fornitore possibile, senza alcuno stimolo di mercato a fornire un servizio il più possibile efficiente e innovativo e senza possibilità di distaccarsene per cercare un fornitore migliore.

Questione aperta 2: la libertà delle singole BCC

Persino la proposta “monogruppo” di Federcasse rifiuta l’idea di una adesione forzata e obbligatoria delle BCC. Ma se una banca di credito cooperativo avrà autonomia di scelta sulla carta, l’avrà anche nella realtà dei fatti? Chi non aderisce al monogruppo dovrebbe optare per lo stand-alone anche dal punto di vista patrimoniale e di gestione del rischio: è plausibile, fosse anche solo per le BCC più grandi? E come sarebbero i rapporti con il resto della galassia cooperativa che ha scelto l’adesione alla Capogruppo?

Questione aperta 3: che cosa resterà dei poli esistenti

Oggi sul territorio operano diverse aziende che servono il mondo cooperativo. In ambito tecnologico, nell’outsourcing, come fabbriche prodotto, come fornitori di servizi specializzati, ad esempio in ambito Corporate: ciascuna fa parte di “reti” territoriali, ma la gran parte ha una buona quota di clientela in diverse aree del Paese.

Soprattutto: ogni azienda impiega risorse e personale che fanno parte integrante del mondo (e dello spirito) cooperativo. In caso di unica Capogruppo, che cosa succederà a queste aziende? Diventeranno fornitori “alternativi” all’interno del medesimo Gruppo? Verranno integrate? E con quale impatto sull’occupazione?

Questione aperta 4: nel monogruppo, come convivono anime così diverse?

La frattura non è solo tra le “candidate” al ruolo di Capogruppo. Nelle ultime settimane indiscrezioni e rumours hanno riportato (verosimilmente con esagerazioni e amplificazioni) spaccature anche interne al mondo Federcasse. Bisogna prendere atto della attuale frammentazione oppure cercare una convivenza il più possibile pacifica? E “stare insieme per forza” non rischia di acuire le rivalità interne tra le anime esistenti? Nell’ipotesi del modello “monogruppo”, diverse voci nel mondo della consulenza e dei media hanno espresso l’auspicio di un rinnovamento dei vertici (reale, non di facciata) che consenta di superare le attuali divisioni. Un vero e proprio reset del credito cooperativo.

Questione aperta 5: nel multigruppo, quale concorrenza?

Se dovesse prevalere il modello multigruppo si assisterebbe forse a uno scenario di aperta concorrenza tra le diverse Capogruppo? Già le proiezioni di Cassa Centrale Banca presentavano scenari diversi, con un range di BCC aderenti alla Capogruppo tra 91 e 150 istituti. Questo implica che, dopo l’eventuale varo di una riforma “multigruppo”, le varie Capogruppo finiranno per “contendersi” l’adesione dei vari istituti di credito? E, in seguito, a cercare di sottrarsi BCC “clienti” l’una con l’altra?

Questione aperta 6: le BCC che vogliono fare il salto verso la Popolare

Questo è un capitolo più che aperto: è completamente da scrivere, a partire dalla eventuale norma che consenta la trasformazione di una banca di credito cooperativo in banca popolare, con il “nodo” delle delle riserve accumulate a fine mutualistici. Eppure, già Banca di Bologna e Cassa Padana, secondo MilanoFinanza, avrebbero questa ipotesi allo studio. E diverse indiscrezioni stimano una dozzina di altre BCC orientate a fare lo stesso. Proprio per sottrarsi a una riforma che imponga un'unica SpA nazionale: se “trasformazione” sarà, e per quante BCC, lo vedremo quindi solo dopo il testo definitivo della riforma. Ma questi distinguo, che si concretizzino o restino solo uno strumento di negoziazione nel complesso del sistema cooperativo, contribuiscono ad acuire tensioni e spaccature.

(Breve) cronistoria della riforma delle BCC

Gennaio 2015

Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi alla Direzione Nazionale del Partito Democratico (“Ci sono troppe banche e poco credito, vareremo un provvedimento”) aprono la strada alla Riforma delle Popolari. E annunciano il cambiamento anche per il mondo delle BCC.

Febbraio 2015

Federcasse, a una audizione alle Commissioni Finanze e Attività Produttive alla Camera dei Deputati, si dichiara al lavoro su un progetto di autoriforma che rafforzi il sistema delle BCC superando alcuni aspetti di debolezza nel rispetto delle finalità mutualistiche e della dimensione territoriale.

18 luglio 2015

Assemblea Federlus Federazione BCC Lazio, Umbria e Sardegna

Francesco Liberati, Presidente Federlus, candida la federazione al ruolo di “Capogruppo Regionale” con un modello di più Capogruppo alternativo alla Capogruppo unica. Lo definisce “una soluzione adeguata a mitigare tra centro strategico, BCC e territorio”.

Liberati parla apertamente di conflitto di interessi per Iccrea Holding che non può essere il controllore, il soggetto che decide le strategie e contemporaneamente il fornitore di prodotti e servizi alle BCC sul territorio.

Alessandro Azzi, Presidente di Federcasse, interviene all’Assemblea invitando a evitare la “balcanizzazione” del credito cooperativo.

Si incomincia a parlare di un avvicinamento di alcune BCC meridionali al sistema delle Raiffeisen altoatesine, comunque autonome dalla eventuale Capogruppo unica.

29 luglio 2015

Milano, Piazza Affari

Cassa Centrale Banca presenta il proprio progetto di Capogruppo del Credito Cooperativo. Il progetto di Federcasse viene giudicato valido dal punto di vista del mantenimento dei valori del credito cooperativo, ma privo di un solido piano industriale.

Federcasse sottolinea come la realizzazione di un piano industriale deve seguire il varo del nuovo impianto legislativo di insieme, che ha la priorità. E ribadisce la necessità che il credito cooperativo italiano resti unito.

 

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