MiFID2: banche indietro sulla trasparenza

Informazioni difficili da ottenere. E presentate in modo verbale e generico. Ecco i risultati di un’indagine del PoliMI sulle informative ex-ante in ottica MiFID2.

Mifid2 postit

Difficile accesso alle informazioni

La ricerca, realizzata da Moneyfarm in collaborazione con la School of Management del Politecnico di Milano, si è concentrata sull’informativa ex-ante (vedi l’ultimo paragrafo per la metodologia) relativa a consulenza finanziaria e gestione patrimoniale, visto che la grande maggioranza degli intermediari considerati non aveva ancora pubblicato la rendicontazione ex-post al 30 giugno 2019. E il risultato è chiaro: è difficile ottenere e interpretare i dati relativi ai costi prima di stipulare il contratto. E le informazioni sono spesso fornite in modo verbale e generico.

Le informazioni? In filiale, a voce

Un primo punto riguarda la difficoltà di accedere ai dati. L’indagine si è svolta a luglio 2019 raccogliendo i documenti direttamente su internet o con richieste dirette di contatto (ovviamente senza menzionarne la finalità, per non influenzare l’esito dello studio). Nel 60% delle richieste relativa alla consulenza finanziaria, la documentazione è stata consegnata solo in forma verbale, senza supporto documentale, nonostante la richiesta esplicita. Il 25% delle informative è stato fornito in digitale, il 15% in cartaceo. Per la gestione patrimoniale la percentuale scende al 31%. Alla faccia della multicanalità, nella maggior parte dei casi per avere dai consulenti le informazioni relative ai costi applicati è stato necessario recarsi direttamente in filiale. Nel 70% dei casi relativi al servizio di consulenza, il formato dell’informativa non era in “formato ufficiale”, cioè su un documento intestato dell’intermediario finanziario, bensì in un formato di altro genere.

Dati mancanti

La documentazione, faticosamente ottenuta, risulta incompleta nel 75% dei casi: solo 1 informativa su quattro riporta infatti la totalità delle informazioni raccomandate dalla MiFID2. Le altre sono più o meno incomplete: da un 25% che non riporta nessuna delle cinque voci di costo previste (la normativa prevede una conformità piena e non parziale). Nell’80% dei casi non viene indicato l’effetto cumulativo dei costi sulla redditività dell’investimento. I costi, poi, sono esplicitati in valori assoluti nel 45% dei documenti per la consulenza e nel 19% per la gestione dei portafogli. In particolare, le informative risultano carenti sui costi per le operazioni, le spese per i servizi accessori e i costi accessori. Le spese correnti e le spese una tantum sono maggiormente dettagliate.

Al di là dei singoli dati, dall’analisi distinta delle informative relative alla consulenza e alla gestione di portafogli risulta una maggiore trascuratezza nelle prime.

«Dall’analisi – commenta Giancarlo Giudici, Professore associato della School of Management del Politecnico di Milano e referente scientifico della Ricerca – emerge che, per quanto riguarda l’Italia, a più di un anno dall’entrata in vigore della direttiva, il primo passo, quello che riguarda la trasparenza delle informazioni a tutela dell’investitore, sembra non essere ancora stato completamente fatto. I risultati della prima parte del nostro lavoro sulle informative ex- ante, fanno infatti emergere un quadro migliorabile; ci si augura che questa analisi comparata serva proprio come stimolo per valorizzare le buone pratiche e rendere sempre più efficiente la trasparenza delle informazioni».

«Nel lungo periodo – aggiunte Paolo Galvani, Presidente e Co-fondatore di Moneyfarm – crediamo che la consapevolezza e il controllo dei costi possono fare davvero la differenza nel determinare il ritorno di un investimento. La maggior parte degli investitori italiani a oggi è ancora all’oscuro dei costi associati ai propri investimenti, nonostante questi siano particolarmente ingenti in Italia rispetto al resto d’Europa».

La metodologia

Nello specifico, è stata realizzata un’analisi comparata sull’informativa relativa a costi e oneri connessi di 20 intermediari finanziari operanti in Italia, focalizzati su clientela retail e mass affluent, per la consulenza finanziaria, e di gestione di portafogli (in 16 casi su 20). L’indagine è stata condotta sulle informative ex-ante, in quanto al 30 giugno la maggioranza degli intermediari non aveva ancora provveduto alla rendicontazione ex-post.

La MiFID2 prevede che l’informativa ex-ante sia consegnata (come indica il nome) prima della stipula del contratto di intermediazione, in tempo utile e completa; in merito si è espressa anche la Consob il 28 febbraio 2019 con il Richiamo di attenzione n.2/2019.

L’analisi ha preso in esame i seguenti parametri:

  • la disponibilità dell’informativa ex-ante sul web, a disposizione di tutti;
  • la modalità di somministrazione dell’informativa a seguito del contatto da parte del potenziale cliente (cartacea, digitale, verbale);
  • il formato della documentazione (su carta intestata ufficiale o no);
  • il contenuto di merito delle informazioni rispetto ai costi, considerato sotto cinque aspetti:
    • l’esplicitazione delle spese una tantum;
    • l’esplicitazione delle spese correnti;
    • l’esplicitazione dei costi per le operazioni;
    • l’esplicitazione delle spese per i servizi accessori;
    • l’esplicitazione dei costi accessori (commissioni di performance);
  • l’illustrazione degli effetti cumulativi dei costi e degli oneri sulla redditività dell’investimento ad esempio attraverso simulazioni e ipotesi di scenario;
  • l’indicazione dei costi non solo in percentuale ma anche in valore assoluto sempre attraverso simulazioni e ipotesi di scenario.
 

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