Le prossime sfide del crowdinvesting

Novità normative, collaborazione con altri player e comunicazione al cliente. Sono stati tre punti ampiamente dibattuti all’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano.
 
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Abbiamo parlato dei risultati dell’Osservatorio Crowdinvesting in questo altro articolo.

Normativa disomogenea nella UE

Parliamo dal primo punto: la normativa. In questo filone emergono due temi: la necessità di regole condivise a livello europeo (anche perché quelle attuali svantaggiano l’ecosistema italiano) e le novità in arrivo proprio nel nostro Paese. «Siamo attivi in diversi mercati europei – ha commentato Sergio Zocchi, Amministratore Delegato di October Italia – e ci confrontiamo quindi con leggi diverse. All’interno della UE serve maggiore omogeneità normativa e i lavori, a livello europeo, sono già a uno stato avanzato. Questo sforzo è assolutamente condiviso da tutti gli operatori».

La consultazione Consob

Non poteva mancare un riferimento alla consultazione, appena chiusa, del documento che andrà a modificare il Regolamento della Consob in tema di equity crowdfunding. Come noto, le misure in consultazione devono dare applicazione a quanto disposto dalla Legge di Bilancio 2019 per il collocamento tramite i portali di equity crowdfunding autorizzati Consob di obbligazioni emesse da PMI, esclusivamente agli investitori professionali e a categorie di investitori individuate da Consob, ovviamente in una sezione del portale diversa da quella in cui si raccoglie capitale di rischio. Seconda novità è la possibilità di ospitare sui portali una sorta di bacheca di annunci in cui gli investitori possono offrire in vendita i titoli sottoscritti, oppure proporsi per comprarli. Una sorta di mercato secondario che, però, per la natura stessa dei portali non può qualificarsi come tale.

Serve un mercato secondario?

«Il nuovo regolamento Consob – ha osservato Alessandro Lerro, Presidente dell’Associazione Italiana Equity Crowdfunding – prevede delle bacheche, o delle vetrine, che in qualche modo assolveranno a un ruolo molto simile a quello di un mercato secondario. Dobbiamo però chiederci se all’equity crowdfunding serva o meno un mercato secondario. La risposta è: dipende dalle caratteristiche di ogni azienda. Prendiamo il caso di una startup innovativa: chi vuole comprare avrebbe convenienza ad aspettare il prossimo round di finanziamento. Chi vuole vendere, poi, perché lo fa? Se ha bisogno di liquidità, potrebbe rivolgersi agli altri investitori che hanno scelto la startup. In altre situazioni, invece, un mercato secondario può avere una sua logica. Pensiamo agli investimenti in ambiti come le energie rinnovabili, dove si punta a dividendi interessati da exit, M&A o situazioni analoghe: la prospettiva di un dividendo rende sensato un mercato secondario. In ogni caso queste vetrine non saranno veri intermediari ma semplici bacheche elettroniche, in cui il portale non potrà intervenire in nessun modo a facilitare l’incontro tra domanda e offerta o ad aiutare la conclusione della trattativa».

Bacheche, non intermediari

E questo aspetto, ha spiegato Toni Marcelli, della Segreteria Tecnica di Consob, va a tutela degli stessi portali. Che, di fatto, non sono degli intermediari: «un mercato secondario dell’equity crowdfunding è già realizzabile, ma va gestito da una SIM, una banca o da altri soggetti legalmente in grado di farlo. Se queste bacheche diventassero dei mercati secondari, i gestori dei portali ricadrebbero sostanzialmente nell’abusivismo finanziario».

«La libertà di iniziativa va sempre bilanciata con la tutela del risparmio – ha aggiunto Marcelli di Consob – e quindi la consultazione, chiusa il 20 luglio, ha dovuto individuare a quali soggetti riservare la sottoscrizione sui portali di equity crowdfunding di titoli di debito di Srl e SpA, nei limiti di quanto disposto dal Codice Civile. E proprio alla luce di queste limitazioni, per le Srl ci si limiterà agli investitori istituzionali. Mentre per le SpA si apre la possibilità di un’estensione ad altre categorie, tra cui gli investitori a supporto dell’innovazione; investitori wealthy con portafoglio superiore a 250mila euro e che si impegnano a investire in questi strumenti almeno 100mila euro, dichiarando per iscritto di essere consapevoli dei rischi connessi all’investimento previsto».

Il confronto con l'estero

Al tema della normativa si è ricollegato anche Giacomo Bertoldi, CEO di Walliance, sottolinea che «in Italia c’è un ritardo temporale che sconta anche la mancanza di una regolamentazione europea. Un player straniero che, oggi, volesse investire in Italia, troverebbe di fronte a sé alcune difficoltà importanti, come la mancanza di un codice fiscale e l’impossibilità che le Camere di Commercio, pertanto, le registrino. Un mercato secondario, poi, renderebbe più liquide le quote in mano agli investitori, a vantaggio di tutti. Di fatto, a oggi un progetto basato in Italia troverebbe maggiori opportunità su un portale estero. Un secondo ritardo però è culturale: il crowdinvesting sta crescendo, anche nel real estate, ma dobbiamo chiederci quale tipo di investitore sta arrivando. La maggior parte non guarda all’oggetto dell’investimento ma all’ipotetico risultato che potrebbe ottenere, con un’ottica speculativa».

Investor relations al centro

La comunicazione va ripensata a tutto tondo, come spiegato anche da Matteo Masserdotti, Fondatore & CEO di 200 Crowd, portale di equity crowdfunding che prevede due categorie di quote: senza diritto di voto, per piccoli investitori, e con diritto di voto per chi impegna cifra maggiori. «È molto importante mantenere il rapporto tra azienda e investitori, anche dopo la raccolta. Molte le aziende fanno investor relations in modo diciamo spontaneo, ma i soggetti qualificati, business angels compresi, nei loro contratti di investimento obbligano le società a fornire un report trimestrale e questo va a vantaggio anche dei piccoli investitori».

Farsi conoscere da investitori...

Comunicare è essenziale per farsi conoscere e generare fiducia. «In questi sette mesi di esperienza – ha raccontato Andrea Maffi, Chief Operation Officer di Trusters – ci siamo confrontati con titubanze e diffidenze degli investitori. Abbiamo anche esposto dei cartelli fuori dai cantieri per rassicurarli del fatto che Trusters stesse effettivamente finanziando quei lavori. Questa diffidenza è legata al ritardo di anni che sconta l’Italia. Noi abbiamo organizzato degli eventi con gli investitori per raccontarci, spiegare che cosa è il crowdfunding e come funziona. E questo ci ha permesso di rassicurare molti clienti. Servirebbe sicuramente una normativa più chiara. E il crowdfunding avrebbe sicuramente bisogno sviluppare un ecosistema con altri player».

... e imprese clienti

Lo stesso tema si pone anche quando si guarda alle imprese che, sui portali, vanno a cercare capitali. Lo ha spiegato Leonardo Frigiolini, Presidente di Fundera, portale di equity crowdfunding. «Le difficoltà di accesso al credito delle PMI sono un tema atavico nel nostro Paese. Il crowdinvesting, invece, è un tema nuovo per le aziende, che non conoscendo lo strumento non sanno neppure che cosa potrebbero chiedere agli operatori. Credo che il credito complementare a quello bancario possa essere il primo passo per le nostre imprese, in un percorso che arrivi, nel caso, fino all’emissione di un minibond. E ritengo che queste attività debbano passare da player diversi dalle banche: perché l’alternativa al credito bancario non può coincidere con le banche».

Obiettivo: ecosistema

A inquadrare il crowdinvesting nel contesto più ampio del rapporto tra FinTech e banche ci ha pensato Goffredo Amodio, Managing Director di Accenture Strategy. «A livello internazionale, e non solo italiano, il FinTech è stato inizialmente visto come una minaccia, che metteva a rischio i profitti. Poi si è aperta la fase della collaborazione, con la ricerca di sinergie in diversi ambiti: dal punto di vista, ad esempio, distributivo, si è guardato alla complementarietà dell’offerta su segmenti di clientela meno appetibili per la banca. Successivamente si sono sperimentati nuovi prodotti e modelli con una collaborazione infra-industry. Con la PSD2 si apre il modello a ecosistema, in cui diverse industry convergono intorno a un bisogno: come Accenture stimiamo 7 o 8 ecosistemi in cui banche e FinTech possono collaborare. Ci troviamo la supply chain, ma anche il wealth management, il travel e così via. Già oggi le banche a livello globale hanno investito nel FinTech 5,5 miliardi di dollari, di cui oltre un terzo nel lending». Amodio ha anche segnalato una certa quantità di progetti di successo in cui le banche hanno scelto di sviluppare internamente soluzioni che si “ispirano” ad alcune novità presenti sul mercato.

Il ruolo delle Camere di Commercio

E un ultimo spunto di riflessione sui confini dell’ecosistema è venuto dall’intervento di Danilo Maiocchi, Direttore di Innexta – Consorzio Camerale Credito e Finanza, a proposito del contributo che le Camere di Commercio e gli enti pubblici potrebbero dare allo sviluppo dell’ecosistema FinTech. Innexta d’altronde nasce proprio con la missione di lavorare sulla finanza complementare e digitale, per diffonderne l’utilizzo e facilitarne la crescita, con attività come, ad esempio, un database sul FinTech. «Occorre riflettere sulla possibilità – ha detto Maiocchi – che le risorse che le Camere di Commercio hanno a disposizione per finanziare le imprese possano essere messe a leva per contribuire al raggiungimento della massa critica nel crowdinvesting». Anche perché con la riforma della gestione delle crisi di impresa, il sistema camerale avrà un ruolo centrale nel processo per fare uscire le imprese dalla crisi.

 

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