Credito retail: chi ha paura dei marketplace?

Tablet trasferimento soldi 400La prima ondata dei prestiti peer to peer risale a qualche anno fa. L'espressione "prestiti P2P" sintetizzava un nuovo modo di chiedere (e prestare) denaro tra utenti privati grazie a piattaforme web che fanno “incontrare” virtualmente la domanda e l’offerta. Dopo un debutto esaltante negli USA e un inizio più incerto nel nostro Paese, con lo stop-and-go regolamentare di Bankitalia, questi “credit marketplace” (perché il P2P, come vedremo, ormai conta relativamente) stanno tornando alla ribalta. Una attenzione giustificabile in parte con l’infatuazione sociale, economica e giornalistica per le startup e tutto ciò che è social, ma che si spiega anche con l’oggettiva fame di credito da parte di micro e piccole imprese.

Una esperienza alternativa di chiedere credito

Opportunità e rischi di questi lending marketplace sono al centro di una recente analisi di Morgan Stanley: anche il team di ricercatori scivola in parte sulla mania di “nuovismo”, parlando di un potere “disruptive” (un anglicismo ormai talmente frequente che, a breve, rischia di non significare più nulla) legato alla preferenza da parte dei Millenials (altra espressione inflazionata che definisce la generazione cresciuta con internet) per un credito “veloce, comodo e poco costoso”. Tre aggettivi che, in tutta onestà, quando riferiti al credito attirano chiunque, anche navigati imprenditori con alle spalle qualche decina di primavere in più dei figli/nipoti nati a fine millennio scorso. Ed è proprio nell’oggettiva offerta di una alternativa percorribile al canale bancario anche per le PMI che ci sembra risieda il potenziale più interessante per queste piattaforme.

Il potenziale USA

Il mercato di riferimento è senza dubbio quello USA. Che a oggi eroga via marketplace circa 12 miliardi di dollari l’anno (2014), rappresentando l’1,1% dei prestiti consumer non garantiti e il 2,1% dei prestiti alle PMI. Ancora pochino, ma le stime sono di arrivare rispettivamente all’8% e al 16% entro il 2020. Altri mercati particolarmente promettenti dovrebbero essere UK, Australia e Cina. E i fattori di successo sono tre: una buona quota di prestiti non garantiti, l’adozione elevata del mobile banking e una regolamentazione favorevole. Il caso USA, però, dimostra che altri fattori possono facilitare la crescita di queste piattaforme: il credit crunch verso le imprese più piccole e il segmento retail e lo “scontento” della clientela verso il sistema bancario. Elementi per certi versi riscontrabili in molti mercati, Italia compresa.

La paura della disintermediazione: un film già visto?

Chi beneficerà della crescita dei lending marketplace? La fobia della disintermediazione porterebbe a pensare a nuovi player, i soliti OTT, particolarmente agguerriti e non sottoposti alla stessa regolamentazione delle banche (un fenomeno già visto in altri settori) che si propongono di prestare denaro ai richiedenti con i progetti di business più promettenti a condizioni quasi impossibili per le banche regolamentate. Il rischio, in qualche mercato, può anche esistere, ma l’attuale esperienza sembra indicare che anche in questo caso la strada scelta dai player di altri settori è la collaborazione.

Tre ragioni per la collaborazione con il mondo bancario

Il rapporto di Morgan Stanley cita diversi casi di partnership, con strategie win win molto chiare. E le motivazioni sono facilmente spiegabili:

Primo: le economie di scala, soprattutto nel costo di acquisizione del cliente. Un’azienda che entra nel settore del credito lo fa partendo da zero e ogni startup rende ancora più agguerrita la concorrenza su un parco di potenziali clienti sicuramente ristretto, almeno nelle prime fasi. La partnership con la banca semplifica il lavoro;

Secondo: i marketplace sono un buon investimento. Ed è per questo che non è più possibile parlare di P2P. Negli USA è già evidente il ruolo che banche e altri investitori istituzionali stanno giocando finanziando progetti presenti su queste piattaforme e, molto spesso, acquistando quote delle piattaforme stesse. Alcune banche, quando respingono una richiesta di finanziamento, indirizzano il cliente verso il lending markeplace di riferimento: e magari partecipano comunque, anche se solo in parte, all’erogazione del credito, senza perdere il cliente;

Terzo: l’integrazione con la dimensione social per valutare i progetti di business. Come già visto in diverse piattaforme, come Indiegogo, una comunità di utenti è disposta a finanziare di tasca propria i progetti in cui crede. Nel caso delle startup, è come dire che i futuri clienti pagano già oggi per avere un prodotto da acquistare domani: è evidente che i progetti che attirano l’interesse del maggior numero di utenti potrebbero avere un buon potenziale di mercato. E quindi una istituzione finanziaria potrebbe essere più motivata a finanziarlo, passata la “selezione” della community.

Punti aperti: valutazione del merito e regolamentazione

Tutto da vedere, ovviamente, l’applicazione di modelli di valutazione del merito creditizio. Qui arriveranno probabilmente casi di business dagli Stati Uniti, nei prossimi anni, basati sull’utilizzo di tecnologie big data e di social credit scoring. Ed è apertissima la partita del contesto regolamentare: il report sottolinea come i “veri” marketplace al momento stiano sfruttando l’esenzione dagli stessi requisiti di capitale del sistema bancario. Ma non è così in tutto il mondo: la normativa italiana, ad esempio, è piuttosto strutturata da questo punto di vista. E le future evoluzioni negli altri mercati (l’impressione è che spesso i Regulator stiano valutando vantaggi e svantaggi delle piattaforme) porteranno a nuove forme di collaborazione per unire la compliance alle regole, grazie al player bancario, e i vantaggi “social” dei marketplace.  

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