Il Private Banking guarda al crowdfunding

È colpo di fulmine tra private banking e crowdfunding. Banche e reti private guardano infatti con grande interesse alla possibilità di offrire ai loro clienti investimenti nell’economia reale. «Il private banker e il suo cliente – spiega Alessandro Lerro, Presidente dell'Associazione italiana Equity Crowdfunding – si trovano spesso di fronte prodotti finanziari sintetici, molto complicati da spiegare. Allo stesso tempo, gli strumenti tradizionali offrono oggi rendimenti abbastanza modesti. Il cliente private, insomma, è scontento dei rendimenti e confuso dai prodotti che gli vengono offerti».

Voglia di economia reale

Il profilo tipico del cliente private, over 60 e spesso con un passato imprenditoriale, gli permette però di capire al volo la qualità di un progetto di sviluppo immobiliare, o di un investimento in efficientamento energetico, o i piani di crescita di una PMI innovativa. «La crowd economy riguarda l’economia reale – conferma Lerro – progetti concreti, molto più facili da comprendere rispetto a un prodotto finanziario. E che, nel caso del crowdfunding immobiliare, offrono rendimenti interessanti con un sottostante immobiliare, pur in assenza di garanzie».

Per il cliente private c’è anche una componente di esplorazione, di “gaming” se vogliamo, perché a differenza di quanto accade con i prodotti di investimento, può cercare in prima persona i progetti su cui è in corso una campagna, approfondirne i dettagli, capire e confrontarsi con il banker. Si parte dalla concretezza, per poi definire scelte come il puntare sull’equity o sul lending, con i rispettivi vantaggi e svantaggi.

Lerro Alessandro

Il salto con Fin-novia

Il cambio di marcia nel rapporto tra private banking e crowdfunding è arrivato a marzo 2020. «Su BacktoWork24 – racconta Lerro – si è presentato Fin-Novia, veicolo di investimento che raccoglieva equity per investire nell’aumento di capitale dell’azienda E-Novia. Un aumento di capitale che aveva ticket di ingresso molto alti e Fin-Novia nacque dalla volontà di alcuni Angels di creare un veicolo per coalizzare le forze di molti investitori. Fin-Novia ha raccolto 7,6 milioni di euro, rispetto a un obiettivo minimo di 1 milione: 236 sottoscrizioni totali, per un investimento medio di circa 32mila euro. E Fin-Novia è stato distribuito anche tramite i private banker di Intesa Sanpaolo, che hanno presentato questa possibilità di investimento ai loro clienti».

Una risorsa per le reti

Non c’è nessuna competizione diretta, tra private banking e crowdfunding, per gli investimenti dei clienti. «Il crowd è una ulteriore risorsa a cui attingere – afferma Lerro – e la collaborazione tra private bank e piattaforme è il futuro. Il collocamento di MiniBond sui portali, ad esempio, richiede all’investitore retail di essere accompagnato da un consulente finanziario: e il private banker può farsi pagare per questa consulenza. Analogamente, si può pensare a investimenti in FIA o in PIR alternativi fai-da-te, con quote relativamente piccole di investimenti in equity o in prestiti P2P. Le piattaforme potrebbero raccogliere non solo per una società, ma anche per un fondo, con FIA che grazie al crowd e all’indispensabile ruolo della consulenza finanziaria, può collocare anche verso il Retail. Certo, con qualche complicazione in più, ma potendo accedere a masse enormi».

Le aziende devono ragionare da quotata

Se l’interesse di private banker e clienti c’è, forse è ai progetti da finanziare che si richiede uno sforzo per ragionare, da subito, come fossero quotate. «Il crowdfunding immobiliare è avvantaggiato dal ruolo importante del mattone nella cultura italiana – spiega Lerro. È un’industria che l’attuale cliente private comprende e in cui può investire con modalità digitali che accontentano anche la voglia di innovazione dei suoi eredi. E lo stesso vale per i progetti legati alle energie rinnovabili. Se guardiamo, invece, alle aziende, credo che le startup digitali siano quasi un mercato di nicchia, mentre il cliente private può approcciare i progetti di PMI innovative che abbiano raggiunto un certo grado di sviluppo e maturità. Queste imprese, però, devono strutturarsi come se fossero “public private company”, cioè strutturarsi come se fossero quotate: con una governance trasparente, un sistema di verifica contabile attento e tutto ciò che permette agli investitori di sentirsi sereno e seguire la loro evoluzione».

L'esempio di Sealence

Un esempio è Sealence, azienda produttrice di un motore elettrico marino, che a dicembre 2020 ha concluso con successo una campagna lampo di raccolta per 3 milioni di valore, «parte di un round più ampio di 7 milioni totali, che coinvolgerà anche investitori istituzionali – racconta Lerro. Sealence si è strutturata da PMI con tutta una serie di elementi di trasparenza verso gli investitori. Sulla carta è una startup, perché ha 3 anni di vita e non sta vendendo i propri prodotti, ma ha un team tecnologico eccezionale, un business concreto e comprensibile, si è organizzata come SpA ragionando già su una possibile quotazione o sulla collaborazione con realtà più grandi. E questo approccio ha attirato anche investitori importanti, con ticket da 80mila e 100mila euro». 

 

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