Lombard Odier IM. Come e perché investire nel fintech?

Lombard Odier IM fondo fintech
Henk Grootveld, PM Golden Age and Head of Trend Investing e Jeroen Van Oerle, PM Global fintech di Lombard Odier Investment Managers

Investire nel fintech e nella cybersecurity andando a intercettare le realtà più solide, che presentano modelli di business consolidati e profitti in crescita. È questa la strategia adottata da Lombard Odier Investment Managers nei suoi fondi di investimento dedicati al fintech, alla sicurezza cyber e alle tecnologie emergenti.

L’obiettivo è cogliere nuove opportunità di investimento, concentrandosi sul fintech di qualità, come hanno raccontato ad AziendaBanca Jeroen Van Oerle, PM Global fintech, ed Henk Grootveld, PM Golden Age and Head of Trend Investing di Lombard Odier Investment Managers. Ed evitare, invece, realtà che hanno modelli di business in perdita: dal neobanking, passando per il buy now pay later, fino alle crypto.

D. Il settore fintech e insurtech sembra in difficoltà negli ultimi tempi, con il rialzo dei tassi infatti è cresciuta l'attenzione alla profittabilità di queste aziende. Ma quali tendenze osservate sul mercato?

R. L'aumento dei tassi ha, in effetti, spostato l'attenzione dalla crescita (in perdita) alla redditività. Per la nostra strategia, non c'è differenza tra il mercato attuale e quello predominante al momento in cui abbiamo lanciato il nostro fondo fintech, semplicemente perché ci siamo sempre concentrati su società che presentano una crescita di qualità.

Siamo fermamente convinti che le aziende debbano avere modelli di business redditizi e selezioniamo solo 50-60 società all’interno di un universo di oltre 350 nomi. Ecco perché, nel periodo 2021/2022 la strategia ha sovraperformato rispetto ai competitor.

Per il futuro, stimiamo che i tassi d'interesse rimarranno elevati e, di conseguenza, continuare a concentrarsi sulle società redditizie di qualità sarà ancora un elemento decisivo.

D. Quali ambiti specifici del fintech ritenete abbiano ancora molto potenziale? E quali, invece, sembrano avere esaurito la loro spinta?

R. All'interno del comparto fintech ci sono molte aree che hanno un potenziale ma i fattori trainanti sono molto diversi.

I fornitori di software (come, ad esempio, i sistemi di core banking) rappresentano un trend di lungo periodo che continua a dominare l’universo degli istituti finanziari tradizionali, i quali devono continuare a investire se intendono rimanere rilevanti per i loro clienti.

Infatti, a seguito del fallimento di SVB, le banche adesso si concentrano sugli investimenti in tecnologie “must have” piuttosto che in quelle “nice to have”.

Attualmente, le società attive nel settore dei servizi di pagamenti appaiono interessanti (se si considerano i nomi di qualità), semplicemente perché le loro valutazioni sono estremamente basse.

La maggior parte delle valutazioni di queste società riflette scenari di vera e propria recessione economica, che a nostro avviso non si verificheranno.

I fondamentali sono molto solidi e questo è un fattore importante per noi investitori.

Abbiamo poi un altro segmento, quello della cybersecurity e delle tecnologie dirompenti, che presenta un proprio ciclo e offre un potenziale interessante sul lungo periodo se si selezionano nomi di alta qualità.

D. Quali caratteristiche devono avere, o sviluppare, le fintech per avere successo nell'attuale contesto di mercato?

R. I business e i profit model dovrebbero essere l'obiettivo principale.

In passato, il fine ultimo era quello di acquisire clienti il più rapidamente possibile e di generare ricavi, mentre il focus attuale è l’impatto che i clienti avranno sull’utile netto.

I modelli di business in perdita, ad esempio il neobanking, il BNPL, nella consulenza robotizzata e nelle criptovalute, faranno fatica.

Se abituiamo le persone a poter usufruire di prodotti e servizi gratuiti diventa molto difficile che paghino successivamente per gli stessi, tanto che si rivolgeranno semplicemente a chi offre questi servizi gratuitamente.

Per questo, investiamo esclusivamente in società con modelli di business e di profitto solidi.

D. Il "problema profittabilità" è molto forte per le fintech B2C: neobanche come N26, Revolut o NuBank sono in palese difficoltà. E molte neobanche nel mondo hanno cessato l'attività. Il modello B2B2C è quello vincente? Oppure vedete spazi anche per un B2C?

R. Il B2C funziona se il modello di business viene studiato a fondo fin dall'inizio.

I management team che fin da subito si concentrano sulla qualità e sulla redditività hanno una chance di avere successo, mentre quelli che si occupano esclusivamente di marketing e il cui unico obiettivo è esclusivamente la crescita dei ricavi, avranno difficoltà a sopravvivere.

Il rapporto con il cliente comporta comunque dei costi elevati, quindi un modello di business B2C richiede scelte strategiche diverse rispetto a un modello di business B2B. Anche se si tratta di un modello B2B2C, il B2B è meno costoso rispetto al B2C.

Un business model B2B dovrebbe essere redditizio fin dalle prime fasi e, di conseguenza, richiede anche un diverso tipo di analisi.

D. Come valutate l'ecosistema fintech italiano rispetto a quello europeo?

R. In Italia ci sono alcune fintech di buona qualità.

Sul fronte dell’online banking/brokeraggio si trovano ottimi esempi, così come nel settore dei pagamenti. Rispetto al resto d'Europa, l'Italia non può essere considerata il paese più innovativo ma è possibile individuare facilmente aziende di elevata qualità.

D. Qual è invece lo stato di salute del fintech europeo, rispetto ad Asia e America?

R. Per quanto riguarda l'Europa rispetto al resto del mondo, invece, il discorso è diverso.

Potrei scrivere una relazione di 10 pagine sul cattivo stato del settore (fin)tech europeo e non per mancanza di talento o di innovazione ma piuttosto per la mancanza di regolatori validi, forti e progressisti, nonché di finanziamenti.

Il mercato statunitense è molto meglio finanziato e in Cina il mindset è altamente innovativo, i regolatori fanno bene il loro lavoro e non ostacolano l’innovazione ma piuttosto la mettono a freno abbastanza velocemente quando sfugge di mano.

L'Asia è assolutamente all'avanguardia, mentre l'Europa è in ritardo. Se riuscissimo a far sì che il sistema burocratico supporti le imprese, allora potremmo colmare questo gap molto velocemente.

Ma, finora, non sembra che stiamo andando in questa direzione.

D. L'inclusione finanziaria e l'ESG sono due temi storici per le fintech. Si tratta solo di hype o possono effettivamente rivelarsi opportunità di business?

R. Quello dell’inclusione finanziaria è un tema investibile e non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo (con esempi eccellenti quali India, Indonesia e Cina), ma anche i Paesi sviluppati.

Quando il governo degli Stati Uniti ha deciso di supportare i cittadini erogando assegni da 1.200 dollari, in molti non sono riusciti a incassare l'assegno perché non dispongono di un conto corrente (il 22% dei cittadini statunitensi non ha un conto corrente).

Investiamo in aziende che consentono a tutti di partecipare al sistema finanziario.

Il comparto fintech ha il potere di includere finanziariamente coloro che in passato ne erano esclusi.

Inoltre, la "E" di ESG è discutibile. Per esempio, il fondo presenta un'impronta di carbonio molto bassa perché le nostre aziende sono digitali. Si tratta di una coincidenza e in generale le nostre aziende non si concentrano su questo aspetto perché è irrilevante per i loro modelli di business.

D. Infine, quanto è importante la cyber sicurezza anche nel settore degli investimenti?

R. Tuttavia, la cybersecurity è un fattore estremamente importante, semplicemente perché le nostre aziende sono interamente digitali. La perdita di dati può avere un forte impatto sulla fiducia e può far sì che l’azienda incorra in delle sanzioni.

Ecco perché abbiamo sviluppato uno screening della cybersecurity per verificare se le società in cui investiamo presentano "note vulnerabilità sfruttate", come pubblicato dalla CISA negli Stati Uniti (Known Exploited Vulnerabilities Catalog | CISA).

Ogni mese controlliamo 2.500 aziende (1,5 milioni di indirizzi IP) e comunichiamo alle imprese se abbiamo identificato delle vulnerabilità e chiediamo loro di applicare una patch al software.

Abbiamo scritto dei whitepaper sul nostro approccio e sull'impatto di un attacco hacker sui fondamentali di un'azienda.

Questi whitepaper sono disponibili gratuitamente e potrebbero essere interessanti per gli investitori professionali.

Utilizziamo il nostro overlay sulla cybersecurity come strumento di rischio, integrandolo così nel processo di gestione del portafoglio.

 

 

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