L’impact investing, o finanza a impatto, è una attività di investimento in imprese, organizzazioni, oppure fondi con il chiaro obiettivo di generare un impatto positivo, sia esso sociale o ambientale, e assolutamente misurabile.
Nel dettaglio, un investimento per essere definito a impatto deve presentare tre caratteristiche:
1. Intenzionalità: l’investitore vuole realizzare un impatto positivo;
2. Addizionalità: l’investimento punta a migliorare i risultati ambientali e sociali, in termini qualitativi e quantitativi;
3. Misurabilità: i vantaggi o gli impatti devono essere misurabili e trasparenti.
Lo studio Finance for Impact
Secondo la recente ricerca di Tiresia e SIA, Finance for Impact: 2023 Italia Outlook – The Journey to Radicality, che ha preso in considerazione 39 operatori del mercato finanziario, di cui 31 asset manager che investono direttamente in organizzazioni imprenditoriali con finalità sociali o in organizzazioni del Terzo settore, gli investimenti a impatto in Italia registrano numeri in salita.
La crescita nel tempo
A fine 2021, gli Asset under Management per la finanza d’impatto in Italia raggiungevano i 7 miliardi di euro, nel 2022 il dato è cresciuto del 33%, per un totale di 9,3 miliardi di AuM destinati alla finanza d’impatto.
Il 75% degli AuM italiani è gestito da organizzazioni bancarie (19% del campione totale), il 21% da gestori di fondi a impatto (71% del campione) e il 4% da investitori istituzionali (10%).
Approcci radicali o generalisti?
Secondo i principi della finanza a impatto – intenzionalità, misurabilità e addizionalità, che abbiamo citato a inizio dell’articolo – il 45% degli operatori risulta avere un approccio di impatto radicale: ovvero di totale aderenza a questi principi; mentre il 55% ha un approccio generale.
In Italia, quindi, 2,4 miliardi di euro vengono gestiti da operatori che hanno un approccio radicale alla strategia di investimento a impatto e 6,9 miliardi di euro da operatori che scelgono un approccio generalista.
«Ho fortemente voluto che l’Outlook avesse fin dal titolo – The Journey to Radicality – un forte richiamo alla radicalità, perché la radicalità è la lente con la quale abbiamo analizzato il mercato italiano della finanza a impatto – dichiara Mario Calderini, professore ordinario del Politecnico di Milano e direttore di Tiresia.
Essere radicali significa aderire rigorosamente alla triade intenzionalità-misurabilità-addizionalità. Questi criteri stringenti consentono di delineare una nicchia di mercato che rappresenta il DNA più puro degli sforzi prodotti dall'industria finanziaria per contribuire alla soluzione di importanti problemi sociali e ambientali.
E perché la finanza a impatto raggiunga volumi significativi e possa così migliorare, in modo consistente, la vita di quante più persone possibili, deve essere pienamente integrata in un nuovo ecosistema di economia sociale, plasmato da politiche pubbliche e animato da attori privati. Dopo dieci anni, è il momento di dirlo chiaramente: l’impatto o è politico o non è».
Investimenti sostenibili: tra Articolo 8 e Articolo 9
Tra i 31 gestori patrimoniali, ci sono organizzazioni che gestiscono veicoli d'investimento a cui si applica la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR).
Guardando alla classificazione Articolo 8 e Articolo 9 dei loro veicoli, risulta che alcuni operatori (il 29%) gestiscono veicoli di investimento che sono stati classificati come Articolo 8.
Tuttavia il 50% ha una strategia di investimento che si allinea ai principi della finanza per l’impatto così come definita nel rapporto.
Per il restante 71% di organizzazioni che gestiscono veicoli di investimento classificati come Articolo 9, si evidenzia al contrario un 40% che ha invece un approccio generalista e che non aderisce ai tre principi della triade dell’impatto.
«Il mercato della finanza a impatto è cresciuto significativamente in appena 10 anni – osserva Filippo Montesi Altamirano, segretario generale di SIA. Il nuovo report evidenzia il crescente interesse degli operatori finanziari e dei risparmiatori a investire in asset generativi di impatto ambientale e sociale positivo.
Non possiamo sentirci ancora soddisfatti da questi risultati, sentiamo l’urgenza di mobilitare almeno il 10% degli Asset under management verso modelli di business a impatto e di preservare il carattere trasformativo della finanza a impatto, al fine di contribuire al raggiungimento dei Sustainable Development Goals a livello nazionale e globale».
I settori dove investe la finanza a impatto
I principali settori di interesse per gli operatori della finanza per l’impatto risultano essere quelli della salute (68%), quindi dell’educazione (61%) a pari merito con la tecnologia (61%), l’agricoltura (61%) e l’ambiente (61%).
I Sustainable Development Goals, a cui gli investimenti e il finanziamento contribuiscono maggiormente, sono:
- lavoro dignitoso e crescita economica (80%);
- salute e benessere (77%);
- riduzione delle disuguaglianze (77%);
- città e comunità sostenibili (77%);
- consumo responsabile (77%).
Per il 62% degli asset manager gli aspetti finanziari e sociali hanno lo stesso peso nelle scelte di investimento. Mentre per il 21% gli aspetti sociali rappresentano la logica decisionale prioritaria.
Cosa ricercano gli investitori e i finanziatori?
Tra i principali criteri di valutazione nella scelta di investimento e di finanziamento viene considerata la presenza di una missione d'impatto come criterio più ricorrente (88%), seguito dal potenziale di redditività e dalla scalabilità (52%) e composizione del team dell’organizzazione (48%).
Altri criteri considerati sono, ad esempio, l'infrastruttura per la misurazione dell'impatto (24%) e la configurazione della governance in grado di salvaguardare il raggiungimento dei risultati sociali (8%).
Le organizzazioni maggiormente supportate dagli operatori finanziari intervistati sono business tradizionali con una mission di impatto (come dichiarato dal 57% delle organizzazioni finanziarie) e organizzazioni not for profit che svolgono delle attività commerciali marginali (come dichiarato dal 54% delle organizzazioni finanziarie).
«Accogliamo con entusiasmo lo sforzo italiano di Tiresia e Social Impact Agenda per l’Italia di dare un quadro accurato del mercato della finanza a impatto – afferma Alessia Gianoncelli, Director of Knowledge and Programs di Impact Europe.
È fondamentale avere la possibilità di conoscere a fondo il flusso di capitali all’interno del settore, capire quali siano gli investitori che adottano i tre principi dell’impatto - intenzionalità, misurabilità e addizionalità - analizzare le strategie di investimento per quanto riguarda i diversi settori e SGDs, avere un’idea chiara di quanto sia stringente (o meno) la classificazione Articolo 9, capire che peso hanno le varie tipologie di investitori.
Questa ricerca accresce la conoscenza della finanza a impatto in Italia, rafforzando l’idea che sia necessario un aumento di risorse dedicate a questo settore, che purtroppo rappresenta ancora una nicchia, in Italia e in Europa».
Ostacoli ed elementi per crescere
Tra le principali barriere e driver di crescita del mercato emerse dallo studio, sicuramente si segnala la mancanza di opportunità di investimento interessanti a causa della carenza di competenze manageriali (40%), la mancanza di metodologie di misurazione di impatto standardizzate, trasparenti e comparabili (23%) e l'assenza di istituzioni pubbliche in grado di sostenere questo mercato attraverso specifiche facilitazioni e quadri normativi (30%).
È fortemente emersa la necessità di una maggiore presenza della pubblica amministrazione (42%) e di investitori istituzionali (65%), oltre che la necessità di rafforzare ulteriormente la collaborazione multi-stakeholder (54%).