Se mi chiedessero di nominare i settori più lontani da sostenibilità ed ESG, l’estrazione mineraria sarebbe sicuramente uno dei primi a balzarmi in mente.
E invece, in un webinar (in inglese) “Green Mining – How can Miners be More Sustainable?", in cui sono intervenuti il CEO di NTree, Tim Harvey, e di Norilsk Nickel, Anton Berlin, ho scoperto che alcune industrie minerarie stanno lavorando sulla sostenibilità.
È che è cruciale che i consumatori finali, gli investitori e il credito (insomma, il mercato) faccia pressione per forzare tutti i player ad avviare una transazione green.
Come inquina una miniera
Una miniera può inquinare in diversi modi: anche perché alcune miniere sono sotterranee, altre a cielo aperto. In linea generale, una miniera consuma energia: se proviene da fonte rinnovabile è sicuramente un plus, ma in ogni caso dotarsi di macchinari a elevata efficienza energetica diminuisce l’impronta carbonica.
Poi ci sono l’acqua e l’aria. Le attività minerarie utilizzano molta acqua, estratta da fiumi o laghi nelle vicinanze, oppure dal sottosuolo. Almeno una parte di quest’acqua può essere purificata e usata nuovamente nel ciclo di estrazione: il resto, prima di essere rilasciato nell’ambiente, va ovviamente reso non inquinante. Nell’aria finiscono invece la polvere e le emissioni di tutti i macchinari alimentati a fonti fossili.
Il suolo è un aspetto da non sottovalutare. La polvere, gli scarti di estrazione e l’attività di movimentazione danneggiano il suolo in modo importante: nel caso delle miniere a cielo aperto, il suolo viene addirittura asportato. E se alla fine delle attività estrattive è normale ricoprire l’area con suolo fertile e piantare della vegetazione (di fatto seppellendo tutto), una miniera può restare in attività per decine di anni. Danneggiando l’ambiente circostante.
Le miniere “verdi” stanno lavorando su tutti questi aspetti. Anche per l’effetto di una regolamentazione sempre più stringente, ad esempio quella australiana, che impone alle aziende di riportare il paesaggio e l’ambiente naturale alle condizioni originali. Una bella spesa di cui tenere conto.
Industria Mineraria: criteri social e di governance
Ma c’è spazio anche per la S di ESG: sia rispettando i diritti di lavoratori e prevedendo servizi sanitari adeguati, sia valutando l’impatto delle miniere sulle comunità locali, in particolare in quei Paesi in cui sono presenti popolazioni indigene.
Iniziative che richiedono meccanismi di Governance efficaci e trasparenti per certificare e comunicare il rispetto degli standard di sostenibilità da parte dell’azienda e della sua supply chain. Una mano potrebbe darla la blockchain: certificando ogni passaggio dell’estrazione e della lavorazione di una materia prima a garanzia di tutte le aziende produttrici.
Il ruolo di investitori e consumatori
Tutto questo, ovviamente, ha un costo. E le industrie minerarie saranno disposte a sostenerlo solo se il rispetto dei criteri ESG diventerà un must sul mercato. Tocca al mondo bancario e degli investitori, sicuramente, ma anche ai consumatori, che devono iniziare a chiedersi da dove arrivano le terre rare del loro smartphone, indipendentemente dal suo prezzo.
L’ETF sull’oro sostenibile
Dal mercato degli investimenti, un colpo l’ha battuto la piattaforma white label HANeft, che ha lanciato AuAg ESG Gold Mining UCITS ETF (ticker: ESGO), primo ETF europeo focalizzato sull’estrazione ESG dell’oro sostenibile.
ESGO offre un’esposizione a un paniere equamente ponderato di 25 società minerarie aurifere sottoposte a screening ESG. Il fondo è stato creato in collaborazione con la svedese AuAg Funds, marchio che riserva una forte attenzione ai metalli preziosi e agli elementi green-tech. Il processo di screening ESG è indipendente e fornito da Sustainalytics.
L’ETF è classificato all’articolo 8 della Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR). L’indice è equiponderato e ogni partecipazione ha un peso del 4%. Il total expense ratio del fondo è dello 0,60%.