Italia al decimo posto per investimenti realizzati in venture capital negli ultimi cinque anni. E giù, al terzultimo gradino, per la quota di investimenti pro-capite, secondo la decima edizione del report “State of Italian VC”, analisi sull’evoluzione dell’industria dell’innovazione italiana, di P101 Sgr.
Nonostante gli investimenti in Italia siano aumentati nel 2025, raggiungendo gli 1,4 miliardi di euro, in crescita del 17%, non si riesce a eguagliare l’impennata del VC negli Stati Uniti, dove toccano i 285 miliardi (+44%).
L’Italia cresce comunque in controtendenza con il dato medio europeo, che vede gli investimenti fermi a 60 miliardi (-3%) e aumenta soprattutto l’interesse degli investitori istituzionali nel venture capital italiano, trainati da CDP, EIF e Azimut. Oltre che dalle novità regolamentari che hanno permesso di raggiungere startup e PMI innovative che, lo scorso anno, hanno generato un valore della produzione di 10 miliardi di euro, impiegando 62mila persone, all’interno di questa industria.
Di queste, circa un terzo lavorano in startup che da sole, lo scorso anno, hanno registrato un valore della produzione di circa 2,8 miliardi di euro.
Meno deal, ticket maggiori
Come detto, nel 2025, gli investimenti in Italia hanno toccato quota 1,4 miliardi di euro, in crescita del 17% rispetto al 2024 nonostante il minor numero di operazioni, scese a 637 (-35%), trend che evidenzia una crescita della dimensione mediana delle operazioni, che in Italia, rispetto al 2024, è raddoppiata a 1 milione di euro.
Nel dettaglio, sono in forte aumento gli investimenti Early Stage, saliti a 568 milioni di euro (+186%), a fronte di un calo (-20%) dei Late Stage che ammontano a 606 milioni di euro.
I finanziamenti seed sono aumentati a 155 milioni di euro (+9%), mentre i pre-seed hanno continuato la loro tendenza al ribasso scendendo a 48 milioni di euro (-32%).
Le valutazioni delle startup italiane sono aumentate nel tempo, passando da 1,8 milioni di euro nel 2016 a quasi 5 milioni di euro nel 2025, che si confronta con un valore doppio in Europa che a sua volta resta decisamente lontana dagli USA dove la valutazione media sfiora i 49 milioni di euro.
L’intelligenza artificiale
La corsa del VC a stelle e strisce riguarda in particolare modo gli investimenti nella tecnologia emergente per eccellenza, ovvero l’AI, che raddoppiano con 155 miliardi di euro investiti. L’Europa si ferma a 21 miliardi, dove a guidare è la Francia, che investe nel settore 3,7 miliardi di euro, seguita dalla Germania con 3,3 miliardi di euro.
«Oggi guardiamo all’evoluzione di un’industria che un decennio fa, in Italia, di fatto non esisteva. Siamo passati da una manciata di operatori con risorse limitate e impatto marginale, a un Venture Capital con basi solide che investe stabilmente da 1 a 2 miliardi l’anno nell’economia reale – ha dichiarato Andrea Di Camillo, Founder e Managing Partner di P101. Anche il contesto è cambiato radicalmente: l’era dell’innovazione incrementale è finita. Oggi affrontiamo una forte discontinuità tecnologica, con AI e infrastrutture critiche che ri-orientano il flusso dei capitali, mentre emerge la consapevolezza che la sovranità digitale non è più una scelta, ma una necessità inderogabile. Tutto si muove più velocemente e se vogliamo tenere il passo, non basteranno i capitali che vediamo crescere, grazie al supporto di investitori istituzionali come CDP ed EIF e player come Azimut. Serviranno le corporate, la cui attività resta limitata a casi virtuosi, e un mercato del capitale pubblico più efficiente. Ma soprattutto, servirà una prospettiva internazionale: dei fondi, che dovranno guardare oltre confine, delle imprese che dovranno competere a livello globale, e degli investitori che dovranno essere sempre più internazionali. In un continente ancora troppo frammentato, il futuro di questa industria centrale per l’innovazione passa da una maggiore cultura del VC come asset class europea e il 28° regime è un primo passo in avanti in questa direzione».
I settori alla sanità crescono di più
Tornando all’Italia, i settori legati alla sanità hanno registrato una crescita strutturale, con le scienze della vita a 341 milioni di euro (+99%) e HealthTech a 283 milioni di euro (+127%), seguite da big data, settore che nel 2025 ha registrato la crescita più significativa (+711%) attraendo 260 milioni di euro, seguito da Cybersecurity a 197 milioni di euro (+275%).
Nel 2025 in Italia si è quindi confermato il trend di riorientamento del capitale da settori connessi al mondo digitale in generale, verso settori strategici e ad alto tasso tecnologico.
La crescita degli investimenti del 2025, saliti a 1,4 miliardi, si deve al Centro Italia, che ha triplicato l’ammontare investito portandolo a 435 milioni di euro.
Cala il Nord-Est a 97 milioni di euro così come il Nord-Ovest che rimane comunque il fulcro dell’ecosistema nazionale con investimenti pari a 834 milioni di euro.
Nel Sud e nelle Isole, l'attività rimane limitata, con il Sud fermo a 69 milioni di euro, e le Isole a 5 milioni di euro.
Exit: il nodo irrisolto dei mercati pubblici
Nel 2025 l'Italia ha registrato 22 exit, in calo rispetto alle 31 del 2024 a causa delle minori acquisizioni societarie (da 25 a 14 operazioni).
I buyout sono aumentati da 6 a 8, segnalando un ruolo crescente degli investitori finanziari, mentre, come nel 2024, non sono state registrate IPO di società partecipate da VC.
Nel decennio solo 22 IPO in Italia hanno riguardato società sostenute dal VC a conferma del ruolo limitato dei mercati pubblici nell’industria. Queste exit sono poco frequenti anche in Europa dove nel 2025 se ne sono registrate solo 12 - sul totale di 227 IPO -, numero che sale a 52 negli USA.
In tutta Europa, i volumi di exit sono rimasti sostanzialmente stabili a circa 1000, mentre negli USA sono salite a circa 1500 (+13%).
Investitori: crescono gli istituzionali, ma domina il capitale domestico
Il venture capital italiano continua a dipendere fortemente dagli investitori nazionali (71%).
Seguono investitori europei (19%) e nord americani (4%), mentre sono assenti gli asiatici.
Emerge una quota relativamente elevata di investitori dal Medio Oriente (6%), il che rende l’Italia l’unico paese - tra i principali nel continente - con un contributo significativo da quella regione.
Gli investimenti diretti rappresentano il 17%, quelli delle banche il 15% e dei fondi di fondi il 14%. L'Italia mostra anche una partecipazione relativamente elevata negli investimenti da parte delle fondazioni (10%) e dei fondi pensione (9%).
Resta limitato il contributo delle assicurazioni (4%) e delle corporate (12%), che in Paesi come la Francia rappresentano rispettivamente il 14% e il 21%.
La Spagna si distingue per il ruolo di primo piano svolto dalle agenzie di sviluppo economico (13%), un segmento quasi assente in Italia (1%).
Università: Bocconi e Politecnico trainano la nuova imprenditorialità
Negli ultimi cinque anni le startup fondate da ex studenti delle principali università italiane hanno raccolto oltre 7,3 miliardi di euro, capitali forniti dal più ampio ecosistema dell’innovazione che, accanto al VC italiano vede business angel, investitori privati, stranieri e corporate.
L’Università Bocconi (3,1 miliardi di euro) e il Politecnico di Milano (2,2 miliardi di euro) guidano la classifica, seguite dall'Università di Bologna (1 miliardo di euro). La LUISS (505 milioni di euro), La Sapienza di Roma (338 milioni di euro) e il Politecnico di Torino (196 milioni di euro) hanno contribuito con flussi di investimento più modesti, ma significativi.