Ci risiamo: Bitcoin è morto di nuovo. O forse no. A febbraio 2026, con la caduta della quotazione al di sotto dei 55.000 euro, meno della metà dei picchi massimi di inizio ottobre 2025, è partita l’ennesima replica dello “psicodramma Bitcoin”.
Tutto assolutamente già visto, con due mondi che continuano a parlare lingue diverse. I criptoscettici tornano a dire che la bolla è scoppiata, come sostengono da sempre. I criptoentusiasti, invece, raccontano di avere tolto dall’armadio la loro coperta (virtuale) per affrontare un nuovo criptoinverno.
Esattamente come le altre volte basta attendere qualche settimana, fino a marzo 2026, per vedere un cambio della narrativa. Bitcoin ha ripreso terreno, nonostante il nuovo conflitto nel Golfo Persico, ma scettici ed entusiasti continuano a mantenere le loro posizioni.
Ma, quindi, questo Bitcoin è morto o no?
Stagioni diverse
Chiariamoci, lo scenario cripto ci ha sempre abituato a turbolenze, per usare un eufemismo. I cambiamenti repentini sono nella norma, così come la volatilità e, almeno fino al recente passato, c’è sempre il pericolo del malandrino di turno.
Questa nuova stagione fredda, però, appare decisamente diversa dalle altre.
Il prezzo di 1 bitcoin è sceso precipitosamente, per poi risalire un po’, proprio mentre si sta completando la cosiddetta istituzionalizzazione dei cripto asset. In Unione Europea, il regolamento MiCA è in implementazione e ha già portato alcuni grandi operatori non-europei a levare le tende, compresi alcuni super big.
Altri non riusciranno a rispettare i nuovi requisiti normativi e verranno verosimilmente assorbiti da player più grandi. Normale che sia così, quando un settore si razionalizza.
In Borsa Italiana, poi, sono da poco arrivati gli ETP cripto, anche se riservati agli istituzionali. Migliaia di trader italiani riescono comunque ad accedervi, sui mercati europei, oppure utilizzando broker fintech.
C’è poi il fronte USA, con il più che evidente turbo-intreccio tra operatori cripto, politica e big tech. Che ha sicuramente contribuito tanto al boom delle quotazioni di qualche mese fa, quanto allo sboom di inizio 2026.
Pur nella diversità di scenari e normativa, lo scenario cripto di USA e UE, con buona pace dei suoi detrattori, si è quindi avviato verso una maggiore presenza di attori istituzionali. La notizia che Intesa Sanpaolo ha investito circa 100 milioni di dollari in ETF su Bitcoin e attività correlate (con veicoli regolamentati e una strategia di copertura tramite azioni put su MicroStrategy), come risulta dai documenti depositati presso la SEC a fine 2025, è rimbalzata in tutte le testate dedicate al mondo cripto.
L’investimento diretto in Bitcoin da parte della banca era stato timidamente avviato nel 2025 con l’acquisto di 11 bitcoin per fini di test. Ora, però, emerge una esposizione più significativa e strutturata, con tanto di strategie di copertura.
Non si può, quindi, dire che questo criptoinverno sia come gli altri, perché arriva in un momento chiave. Va quindi osservato con attenzione per capire se, e come, Bitcoin and co. supereranno questa prova, che per qualcuno sembra una sorta di “rito di passaggio”.
WisdomTree: le cripto fuori dall’adolescenza
«Le criptovalute hanno superato la loro fase adolescenziale – commentava in una nota, diffusa a febbraio 2026, Dovile Silenskyte, Director, Digital Assets Research, WisdomTree – caratterizzata da boom e crolli guidati dal mercato al dettaglio. Le infrastrutture sono in gran parte funzionanti, la regolamentazione si sta inasprendo anziché allentarsi e il capitale si comporta sempre più come capitale istituzionale».
Un po’ come Britney Spears, che nel 2001 cantava “I’m not a girl, not yet a woman”, il nostro bitcoin sarebbe in una fase di maturazione, in cui ancora si fa qualche bizza. E la repentina discesa da ottobre 2025 a febbraio 2026 sarebbe una di queste fasi. Che una maturazione sia comunque in corso, lo confermerebbe il fatto che il minimo toccato nel 2026 sia superiore a quelli toccati in passato.
Ecco quindi che l’analisi di WisdomTree sembra sposare la posizione della progressiva istituzionalizzazione, sottolineando che «il vantaggio competitivo non deriva più dall’individuare la prossima narrativa, ma dal considerare le criptovalute come un’allocazione del portafoglio: accessibili in modo trasparente, dimensionate consapevolmente e gestite con disciplina».
Con tanto di strategie di copertura, appunto. Cosa che gli istituzionali sanno fare: vedi Intesa Sanpaolo, qualche riga fa.
Secondo Silenskyte (che di mestiere fa ricerca in ambito digital asset e, quindi, è quantomeno opinionated) quello a cui assistiamo è l’ingresso in una fase in cui «la narrativa cede il passo alla funzionalità, mentre l’accessibilità e la governance (portate dal quadro normativo, NdR) iniziano ad avere la stessa importanza dei potenziali rialzi».
Il 2026 di Bitcoin e criptoasset, conclude, sarà quindi un anno di integrazione in portafogli bilanciati, una asset class tra le altre: non un “all in” da Gen Z che tenta il colpo della vita su Robin Hood, ma un componente di una strategia più ampia.
La volatilità è (per ora) nel criptoDNA
Che la storia di Bitcoin sia un “romanzo di formazione” più che una “narrativa social” sembra essere il messaggio anche di altri operatori. «La volatilità di Bitcoin non è un difetto da correggere, ma una caratteristica intrinseca di un asset scarso ancora in fase di scoperta – affermava a febbraio Ferdinando Ametrano, Amministratore Delegato di CheckSig. Nelle fasi di capitulation, il mercato tende a confondere il rumore di breve periodo con fondamentali di lungo periodo che restano invariati, ma l’equivalente digitale dell’oro è qui per rimanere».
Si tratta, anche in questo caso, di una voce interna al mondo dei cripto asset. Ma che riporta alcuni dati oggettivi. Oggi Bitcoin “perde” circa il 46% rispetto ai massimi di ottobre 2025: ma andò molto peggio nei crolli del 2011 (-93%), del 2017 (-83%) e del 2021 (-72%).
E i due ultimi maxi-eventi, quello del 10 ottobre 2025 e quello del 30 gennaio 2026, sono la conseguenza di eventi “macro” e di trading automatico. A ottobre, l’annuncio di nuovi dazi statunitensi sulle importazioni cinesi ha fatto scattare 16 milioni di posizioni a leva, con numerose posizioni long che hanno superato le soglie di garanzia, portando a liquidazioni automatiche e vendite forzate, con un inevitabile crollo.
Il 30 gennaio è stata la volta della notizia di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, che lascia prevedere una minore liquidità, penalizzando gli asset più volatili. Almeno, questa è l’analisi di CheckSig, che evidenzia come Bitcoin continui a muoversi in parallelo con i titoli tecnologici. Più Nasdaq che bene rifugio digitale, per ora.
Il Bitcoin bene rifugio?
Siamo a marzo 2026 e l’inizio di un nuovo conflitto nel Golfo Persico, con il blocco dello Stretto di Hormuz, mette sotto pressione le borse di tutto il mondo.
In questo contesto di crisi, scrive James Butterfill, Head of Research di CoinShares (di nuovo, un’azienda del settore cripto, NdR) «Bitcoin ha reagito sorprendentemente bene: il mercato era già riequilibrato dopo mesi di vendite da parte delle whales, con leva ridotta e valutazioni ai minimi pluriennali che hanno attenuato la pressione di vendita, mentre i flussi negli ETF hanno registrato afflussi significativi proprio all’inizio dell’escalation».
Un comportamento, scrive Butterfill, che ricalca quello di un bene rifugio. Bitcoin, asset negoziabile 24/7, reagisce immediatamente a una maggiore avversione al rischio. Nonostante le tensioni geopolitiche, fa notare l’analisi, dopo cinque settimane di consecutive di deflussi sono arrivati nuovi afflussi per 1 miliardo di dollari, considerando i soli prodotti di investimento. E questo fa ipotizzare che molti investitori vedano la possibilità di un rialzo.
Luce in fondo al tunnel
Di tenore simile l’analisi di Stephen Coltman, Head of Macroeconomics di 21Shares (ancora una volta: azienda che offre strumenti di investimento in criptoasset), che evidenzia la «resilienza mostrata dal network del Bitcoin e dalla base degli investitori» che indica che la recente correzione «è più un sintomo di deleveraging macroeconomico e meno di un collasso delle criptovalute».
A sostegno di questa idea, Coltman cita i nuovi afflussi negli ETF spot e il disaccoppiamento rispetto alle azioni tecnologiche (quest’ultimo, uno storico cruccio per i sostenitori del Bitcoin come versione digitale dell’oro).
MUFG Bank: resta un asset speculativo
Di ben altro tenore l’analisi di Lee Hardman, Senior Currency Analyst di MUFG Bank, quando a febbraio 2026 scriveva che Bitcoin «rimane un asset speculativo, con ripetuti cicli di boom e crolli che evidenziano perché non riesca ancora a svolgere la funzione di moneta. Il Bitcoin è troppo volatile per fungere da riserva di valore, è raramente utilizzato come unità di conto ed è poco pratico come mezzo di scambio».
Hardman elenca poi le ragioni per cui Bitcoin non può svolgere le funzioni della moneta (mezzo di scambio, unità di conto, riserva di valore, NdR), tanto da ricordare che viene raramente accettato per i pagamenti da parte dei merchant (e quasi sempre lo è a fronte di una immediata conversione in valuta fiat, aggiungiamo noi, così da mettere l’esercente al riparo dalla volatilità e risparmiargli la questione della custodia).
Il Bitcoin come moneta, in realtà, non è una delle bandiere della comunità cripto. Anche Hardman lo sa e aggiunge che la conferma dell’elevata volatilità di Bitcoin ne inficia anche il ruolo di riserva di valore e/o di bene rifugio, risultando ancora condizionato dal sentiment di mercato, dalla speculazione e dai “cicli narrativi mutevoli”.
Seguono considerazioni sulle stablecoin, effettivamente capaci di svolgere la funzione di moneta: ma è qualcosa di già ampiamente appurato in ambito cripto e che poco ha a che fare con la domanda di fondo.
E cioè, di nuovo: ma Bitcoin è morto o no? E quando risorgerà?
Quanto dura questo inverno?
Perché sì, il mercato cripto sarà anche più maturo, ma resta caratterizzato da uno zoccolo duro di “hodler”, compresa una certa componente anti-sistema e libertaria che mal si sposa con l’arrivo di una normativa.
E se nella comunità degli investitori della prima ora non viene meno la fiducia nell’arrivo di una nuova criptoprimavera, la domanda non è se, ma quando si ripartirà.
«La fase attuale riflette un mercato che sta maturando – riflette Gianluca Sommariva, CEO di Hodli – meno eccessi speculativi, maggiore attenzione alla qualità e un dialogo sempre più strutturato con il mondo regolamentato. La volatilità non scompare, ma oggi poggia su fondamentali più robusti rispetto al passato».
Hodli prevede un breve termine in cui fattori macroeconomici e fasi di volatilità torneranno a essere un’abitudine, vedendo nel medio-lungo periodo la possibilità che una maggiore chiarezza normativa e il dialogo con il mondo istituzionale possa favorire uno “sviluppo più sostenibile” dell’ecosistema cripto.
È legittimo chiedersi, però, se questo mercato più sostenibile offrirà anche le stesse opportunità di rapido realizzo.
Kraken: solo derisking, il sentiment non cambia
«I dati in nostro possesso suggeriscono che la recente flessione del mercato non sia stata guidata da un cambiamento fondamentale nel sentiment degli investitori – scrivono invece gli analisti di Kraken. Il consenso generale indica invece un "evento di derisking", durante il quale gli investitori istituzionali adeguano i loro portafogli per rimanere entro i limiti di rischio predefiniti. Una vendita parziale di asset crypto in questo contesto serve a ribilanciare il rischio complessivo, ma non riflette necessariamente una perdita di fiducia nella classe di asset stessa».
A conferma che quanto appena accaduto è stato «un evento di ribilanciamento» e non un «cambiamento significativo nella percezione del mercato riguardo al potenziale a lungo termine», Kraken cita i dati sullo staking di ETH, che ha continuato a crescere nel periodo ottobre – gennaio, senza riportare una fuga da Ethereum. Osservazione corretta, ma molto contestualizzata su uno specifico cripto asset (il secondo per rilevanza, dopo BTC).
Si sale o si scende?
La sensazione, in mezzo a questa ridda di analisi e comunicati stampa, è che l’inverno è arrivato, ma nessuno sa quanto durerà. Specie nel marasma generale in cui ci troviamo. Tutti hanno, come sempre, la tentazione di fare previsioni e sparare numeri.
È di nuovo Coltman di 21Shares a formulare due ipotesi, una rialzista e una ribassista.
Bitcoin tornerà a salire in caso di stabilizzazione rapida della situazione economica e geopolitica: Coltman vede una soglia critica intorno ai 74mila dollari, che potrebbe aprire la strada a quota 80mila.
Bitcoin scenderà invece di nuovo in caso di incertezza prolungata, prima sotto i 65mila dollari e poi sotto i 56mila, a vantaggio di petrolio, dollaro e oro.
Sarebbe una bocciatura all’esame di bene rifugio, almeno per questo appello.