
Domanda. ING è attiva in Italia nel Wholesale Banking dal 1979. Quali sono i vostri numeri nel nostro Paese?
Risposta. La Divisione Wholesale Banking di ING Italia ha esposizioni per 9 miliardi, di cui circa 5 fuori bilancio, e conta uno staff di 85 dipendenti. Ci rivolgiamo a clienti Corporate, Financial Institutions e Investitori, per un totale di circa 400 soggetti.
Il Corporate Italiano è un mondo notoriamente piccolo. Con quante aziende di grandi dimensioni lavorate?
La soglia di 250 milioni di euro di fatturato restringe i nostri clienti Corporate italiani a una cinquantina di aziende. A queste possiamo aggiungere poco meno di 300 subsidiaries di large corporate estere, cioè di multinazionali che lavorano con ING nei 40 mercati in cui la banca è presente. Alle subsidiaries forniamo servizi di payment e cash management, garanzie sul credito e linee di finanziamento. Come volume di business, pesano comunque meno delle Corporate italiane, che seguiamo a tutto tondo con il corporate banking.
Il familismo di molte realtà italiane viene spesso visto come un ostacolo nel rapporto tra banca e impresa. Come valuta il livello degli interlocutori all’interno delle aziende?
Parliamo con CFO, Tesorieri e anche singoli responsabili di prodotto, in base al modello operativo di ogni azienda. Nelle aziende Corporate, quasi sempre quotate, il livello dei CFO è eccellente e non ha nulla da invidiare ai clienti internazionali. Certamente, scendendo di scala dimensionale si possono incontrare aziende magari eccellenti nel loro settore ma poco sofisticate dal punto di vista finanziario.
Negli ultimi anni abbiamo visto una crescita dell’interesse verso la supply chain finance, visto il forte legame tra alcune grandi imprese emolti fornitori specializzati ma di piccole dimensioni.
Il credito di filiera è sicuramente in linea con le esigenze di molte aziende italiane e non è certo un prodotto banale. Richiede investimenti importanti per creare piattaforme informatiche e sistemi di back office di supporto. Fare parte di un gruppo internazionale ci aiuta molto da questo punto di vista.
Essere parte di un Gruppo internazionale è un vantaggio competitivo nel Corporate banking?
Lo è, in quanto ci dà la possibilità di servire alcuni grandi clienti su più mercati e la capacità di fare scala. I margini sono in compressione e un funding efficiente fa la differenza rispetto ai competitor. Ma le quote di mercato si conquistano con i tempi di delivery: a livello internazionale abbiamo adottato procedure decisionali snelle, con comitati che interagiscono su portali online di collaboration, commentando e approvando le operazioni. Abbiamo tempi di risposta particolarmente veloci. La solidità di una banca internazionale conta sicuramente su alcuni aspetti: ING ha un rating migliore rispetto ai competitor italiani. E questo per esempio dà alle nostre garanzie uno standing molto elevato.
Per quanto riguarda il project finance, siete tra i principali player per i progetti legati alle energie rinnovabili.
Abbiamo partecipato a operazioni nelle infrastrutture, nelle telecomunicazioni e nello shipping, ma siamo particolarmente forti nel finanziamento delle energie rinnovabili, con circa 600 milioni di euro di erogato. L’attenzione al tema della sostenibilità è comune a tutto il Gruppo ING che, a livello globale, investe 35 miliardi in finanzia sostenibile. Siamo all’interno del Dow Jones Sustainability Index con 89 punti, rispetto a una media bancaria di 58.
Quali criteri di investimento sostenibile avete adottato?
Dagli anni ’90 ING si è dotata di target rigidi non solo per ridurre il carbon footprint della propria attività aziendale, ma soprattutto per l’allocazione sostenibile degli investimenti. Non finanziamo da anni il nucleare e il Gruppo sta progressivamente riducendo gli investimenti in carbone e in altri settori esclusi dalla finanza etica. Questo nel breve termine è andato anche a discapito della massimizzazione della redditività, ma nel lungo periodo un’azienda sostenibile ha più probabilità di restare sul mercato e prosperare. Per questo adottiamo criteri di investimento sostenibili anche nel real estate.
Il mercato del real estate si sta riprendendo? Che impatto ha avuto la crisi?
Nel 2016 ING è tornata ai livelli di esposizione precrisi per quanto riguarda i finanziamenti al real estate. In Italia abbiamo una esposizione di circa 2 miliardi di euro. La crisi in realtà non ci ha penalizzato: con un team di otto persone finanziamo l’acquisizione di immobili finiti e quindi abbiamo evitato il rischio di costruzione; e abbiamo adottato criteri stringenti, mantenendo il loan to value in un range tra il 50% e il 60%. Negli ultimi tre anni gli investitori istituzionali sono tornati a guardare con interesse al real estate italiano e questo sta aiutando la ripresa.