Il welfare aziendale entra in una nuova fase di maturità. Oggi il 76,5% delle piccole e medie imprese italiane ha raggiunto un livello almeno medio di sviluppo delle politiche di welfare e, nell'arco di dieci anni, è più che triplicata la quota delle aziende con un livello alto o molto alto, passata dal 10,3% del 2016 al 33,9% del 2026.
È quanto emerge dal Rapporto Welfare Index PMI 2026, presentato a Roma da Generali Italia, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e con la partecipazione delle principali Confederazioni italiane: Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Confprofessioni e Confcommercio.
Quattro sfumature di welfare
Lo studio individua quattro modelli di welfare aziendale diffusi tra le PMI italiane.
Secondo il rapporto, che quest’anno ha coinvolto più di 7mila imprese di vari settori e dimensioni, il profilo più numeroso (costituito dal 31,7% delle imprese) rientra nel modello di “welfare in evoluzione”, a metà strada tra un approccio teso a valorizzare il ruolo sociale dell’azienda e uno più focalizzato sulle politiche retributive e le relazioni industriali.
Segue il modello di "welfare premiante”, che comprende il 31,1% delle imprese, e vede l’impiego del welfare aziendale come componente del sistema retributivo e premiante.
Figura poi l’approccio strategico, in cui il welfare è integrato nelle politiche aziendali e contribuisce agli obiettivi di soddisfazione dei dipendenti, reputazione e sviluppo dell'impresa. Appartengono a questo gruppo il 19% delle imprese caratterizzate da un welfare evoluto.
Infine, diminuisce progressivamente il numero di imprese che limita il welfare ai soli obblighi contrattuali: oggi rappresentano il 18,2% del totale, contro il 42,7% rilevato dieci anni fa.
Più produttività e occupazione
Il rapporto evidenzia anche una correlazione tra welfare e performance economiche. Le imprese con programmi più evoluti registrano un fatturato per addetto pari a 396mila euro, circa il 20% superiore alla media, mentre la redditività risulta fino al 40,5% più elevata.
Tra il 2021 e il 2024 queste aziende hanno inoltre aumentato gli occupati fino al 20,4%, il doppio rispetto alle imprese con sistemi di welfare meno sviluppati.
Anche la capacità di attrarre personale cresce: il 78% delle PMI con welfare molto alto ha effettuato nuove assunzioni nel 2025.
Cresce anche l'impatto sociale
Oltre agli effetti economici, il Welfare Index PMI rileva una maggiore attenzione all'impatto sociale delle iniziative. L'87,6% delle imprese considera salute e sicurezza una priorità, mentre il 75,9% ritiene necessario rafforzare il proprio ruolo sociale e il 66,4% vede nella sostenibilità della filiera e del territorio un ambito su cui investire.
Secondo il rapporto, nelle aziende che integrano il welfare nella strategia d'impresa le iniziative producono livelli di impatto sociale elevati fino al 90% dei casi, grazie a una maggiore capacità di rispondere ai bisogni di lavoratori e comunità.
In questa ottica, il welfare sempre più spesso si affianca il sistema pubblico nei servizi di salute, assistenza e prevenzione: crescono le iniziative di sanità integrativa e, soprattutto, gli interventi dedicati alla prevenzione, come check-up e programmi di screening, a conferma di un approccio sempre più orientato al benessere di lungo periodo.
Obiettivi ESG
Nelle imprese più avanzate il welfare si integra inoltre con gli obiettivi ESG. Aumentano le aziende che definiscono obiettivi sociali e ambientali misurabili, rafforzano i rapporti con fornitori locali, sostengono iniziative per il territorio e collaborano con il terzo settore, contribuendo a costruire un modello di welfare che supera i confini aziendali.
Lo smart working e la flessibilità
Infine, sebbene rispetto agli anni successivi alla pandemia si registri una lieve riduzione di strumenti come smart working e flessibilità oraria, le imprese più attente alla conciliazione vita-lavoro continuano a ottenere livelli più elevati di soddisfazione dei dipendenti e migliori risultati in termini di produttività.
L’evento di presentazione
I risultati di Welfare Index PMI sono stati illustrati a Roma alla presenza di: Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy; Maria Elisabetta Alberti Casellati, Ministro per le riforme istituzionali e la Semplificazione Normativa; Monica Lucarelli, Assessora alle Attività Produttive e alle Pari Opportunità di Roma Capitale; Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo Generali Italia; Massimo Monacelli, General Manager di Generali Italia; Fausto Bianchi, Presidente Piccola Industria e Vicepresidente, Confindustria; Riccardo Giovani, Direttore Politiche Sindacali e del Lavoro, Confartigianato; Luca Brondelli di Brondello, Vice-Presidente di Confagricoltura; Marco Natali, Presidente di Confprofessioni; Eugenio Miccone, Presidente giovani imprenditori Confcommercio Roma; Barbara Lucini, Responsabile Country Sustainability & Social Responsibility di Generali Italia; Enea Dallaglio, MBS Consulting - A Cerved Company.
«Il Rapporto Welfare Index PMI 2026 dice che le aziende con un welfare più evoluto registrano tassi di crescita superiori a quelli delle imprese che investono meno nel benessere dei propri lavoratori – ha dichiarato Maria Elisabetta Alberti Casellati, Ministro per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione Normativa. Le imprese più forti, dunque, sono quelle che mettono al centro la persona. Oggi i giovani, ad esempio, non scelgono un'impresa soltanto in base alla retribuzione. Guardano alla qualità del lavoro, alle opportunità di crescita, all'equilibrio tra vita e lavoro, ai servizi e ai benefit offerti. In sintesi: guardano al progetto di vita legato a un posto di lavoro. Per attrarre e trattenere i talenti non bastano più gli stipendi. Servono imprese che investano sulla persona prima ancora che sul lavoratore. Imprese capaci di guardare ai bisogni e alle aspirazioni dei propri dipendenti, non soltanto alla loro produttività. Il welfare, dunque, fa bene ai lavoratori, ma fa bene anche alle imprese. Quando una piccola impresa investe nel welfare, non migliora soltanto la qualità della vita dei propri dipendenti. Rafforza il tessuto sociale della comunità in cui opera. E quando l'impatto sociale di un'azienda supera i confini dello stabilimento, sostenendo le comunità locali, promuovendo formazione e salute, valorizzando il capitale umano e i giovani talenti, quell'impresa contribuisce a un obiettivo ancora più grande: creare occupazione, aiutare la coesione sociale e rendere attrattivi anche i territori più periferici, contrastandone lo spopolamento».
«Il Rapporto Welfare Index PMI 2026 conferma come il welfare aziendale sia oggi parte integrante delle strategie d’impresa e una leva concreta di crescita, capace di generare valore per i dipendenti, le loro famiglie e i territori – ha commentato Giancarlo Fancel, Country Manager & CEO Generali Italia. In questi dieci anni abbiamo accompagnato un percorso che ha rafforzato la consapevolezza del ruolo sociale delle PMI, sempre più protagoniste della coesione e dello sviluppo economico. Come Gruppo Generali sosteniamo la crescita del tessuto produttivo italiano con iniziative concrete, interpretando il nostro ruolo di Partner del Paese».
«Nelle PMI c'è una forte consapevolezza che i figli dei dipendenti rappresentino il futuro del Paese – ha aggiunto Fausto Bianchi, Presidente della Piccola Industria di Confindustria e Vice Presidente di Confindustria. È una sensibilità che nasce naturalmente, perché nelle piccole imprese, che spesso sono a conduzione familiare, il rapporto tra imprenditore e collaboratori è diretto, quotidiano: si condividono responsabilità, fiducia e i momenti più importanti della vita delle persone. Ora questa sensibilità deve trasformarsi in strategia: le imprese che integrano il welfare nella propria cultura aziendale sono più produttive, attraggono talenti e sono più pronte ad affrontare il cambiamento. Le PMI possono fare la differenza sul tema dell'ascensore sociale, perché mettono la persona al centro e offrono la possibilità di valorizzare il talento indipendentemente dalla condizione di partenza».
«La sostenibilità è un fattore strategico di competitività che genera valore economico, ambientale e sociale – ha affermato Luca Brondelli di Brondello, Vicepresidente di Confagricoltura. Tuttavia, richiede investimenti importanti che non possono ricadere solo sulle imprese, proprio perché vanno a vantaggio dell’intera collettività. Servono, dunque, politiche adeguate a sostegno, per far sì che sempre più aziende, a tutti i livelli, vadano in questa direzione. Oggi, dopo anni di slogan, possiamo dire con orgoglio che si sta affermando una visione più concreta della sostenibilità, fondata sui risultati, come dimostra il Welfare Index PMI. Noi di Confagricoltura aderiamo sempre con impegno, perché valorizzare le esperienze virtuose è il modo migliore per dimostrare che sostenibilità e crescita possono e devono procedere insieme».
«Assistenza sanitaria integrativa e attenzione alla cura e al benessere dei lavoratori sono pilastri della nostra visione di welfare aziendale, integrato e sussidiario a quello pubblico e che supporti il lavoratore – ha sottolineato Eugenio Miccone, Presidente Giovani Imprenditori Roma Confcommercio. Per questo Confcommercio ha costruito un solido sistema di welfare contrattuale che, attraverso fondi sanitari e bilateralità, raggiunge persino le micro imprese – quelle che più faticano nell'implementazione di servizi di welfare-, con un'attenzione crescente alla prevenzione da una parte e alla non autosufficienza e alla cronicità dell'altra, coscienti delle transizioni demografiche in atto».
«Negli studi professionali – ha dichiarato Marco Natali, Presidente di Confprofessioni – le donne rappresentano oggi la componente prevalente del lavoro dipendente e questo rende ancora più evidente una realtà: la crescita della partecipazione femminile non coincide automaticamente con il raggiungimento della piena parità. Le differenze che ancora emergono nei percorsi di carriera, nelle opportunità di crescita professionale, nei livelli retributivi e nella capacità di conciliare responsabilità lavorative e familiari dimostrano che il tema delle pari opportunità resta una priorità per il mondo del lavoro. Non si tratta soltanto di garantire accesso all'occupazione, ma di creare condizioni che consentano a ogni persona di esprimere pienamente il proprio talento e le proprie competenze. Per questo Confprofessioni considera strategico investire in welfare, formazione, flessibilità organizzativa e valorizzazione del capitale umano. La vera sfida non è aumentare semplicemente la presenza delle donne nei luoghi di lavoro, ma costruire ambienti professionali in cui il merito, le capacità e l'impegno possano tradursi in concrete opportunità di crescita. Quando non saremo più costretti a parlare di pari opportunità, ma semplicemente di opportunità, significherà che avremo raggiunto il nostro obiettivo».