Una ricerca del team del Dipartimento di Management dell’Università di Torino ha evidenziato la scarsa attrattività del nostro Paese sulle rotte del turismo islamico, mettendo al contempo in luce le grandi potenzialità del settore e l’importanza della gestione della diversità in ambito turistico.
Prima della pandemia il mercato del turismo islamico valeva circa 220 miliardi di dollari, e potrà rapidamente raddoppiare grazie all’incremento demografico della popolazione musulmana e al suo crescente reddito. Purtroppo, però, la fetta italiana di questa torta rischia di essere davvero esigua.
È quanto emerge da una ricerca del Dipartimento di Management dell’Università di Torino, guidato dal professor Paolo Biancone e dalla professoressa Silvana Secinaro, che recentemente ha anche messo a confronto 120 imprese italiane del settore Food & Beverage, 60 con certificazione Halal e 60 senza, per capire quale sia il potenziale della connessione tra cibo, turismo e spiritualità.
«Un Paese come il nostro, ricco di luoghi e monumenti che raccontano secoli di incontro e fusione fra la cultura occidentale e quella musulmana, dovrebbe essere tra le prime mete del turismo Halal – afferma Paolo Biancone, Professore di Economia Aziendale dell’Università di Torino – Invece manca un approccio complessivo in grado di creare una estesa rete di accoglienza che tenga conto delle peculiarità di un turismo che ha sì esigenze particolari, ma che è di norma alto spendente e qualificato. Vogliamo essere di supporto alla crescita economica delle nostre aziende facilitando il confronto culturale su temi economici cruciali per il nostro futuro, e aiutando la creazione di “islamic windows”, società in grado di offrire sia in Europa che nei paesi islamici servizi conformi alle prescrizioni del Corano».
Nel mercato turistico internazionale Halal, la capacità competitiva dell’Italia è al di sotto delle potenzialità, al punto che il nostro Paese non compare neanche tra le prime dieci destinazioni internazionali nel Global Muslim Travel Index, posizionandosi molto al di sotto di Germania e Francia.
«Per l’Italia l’accoglienza Halal è prima di tutto una sfida culturale e di comprensione delle sue grandi opportunità, soprattutto nel periodo di rilancio post-Covid – afferma Paolo Biancone, Professore di Economia Aziendale dell’Università di Torino – In questo scenario il cibo “certificato Halal” si pone come elemento chiave per l’attrazione di turisti big spender dei Paesi del Golfo, un’area in cui abbiamo rilevato che a livello mondiale il settore del Food & Beverage halal nel 2019 ha raggiunto un valore pari a 1,4 miliardi di dollari con continui tassi di crescita anno su anno. La connessione tra cibo, spiritualità e turismo è profonda e negli ultimi decenni ha creato un’ampia domanda di mercato per i prodotti Halal che per le aziende dei settori Food and Beverage sono divenuti stimolo di innovazione e crescita. Abbiamo infatti messo analizzato 120 imprese italiane del Food & Beverage: 60 con certificazione Halal e 60 senza. È emerso che la certificazione ha dato alle aziende un vantaggio decisivo aumentando la loro attenzione ambientale e sociale e stimolandole a una maggiore trasparenza sui propri dati economici».
Il cibo costituisce uno dei pilastri delle buone pratiche da seguire per attirare il turismo Halal-friendly. Pratiche che il Dipartimento di Management ha sintetizzato in dieci punti, dove sottolinea l’importanza di proporre una cucina italiana adeguata ai canoni islamici. Il decalogo di regole per il turismo Halal-friendly stilato dal dipartimento prevede anche personale che parli arabo nelle strutture ricettive, assenza di alcolici nei minibar, presenza del Corano nelle camere, indicazione delle sale preghiera più vicine e disponibilità di linee di cosmesi senza alcol o derivati.
Il turismo Halal è uno degli argomenti cruciali del TIEF, Turin Islamic Economic Forum, unico forum di finanza islamica nel mondo, che si terrà a Torino dal 13 al 15 ottobre.