Le PMI non si fidano dell’AI per la gestione finanziaria. Preferiscono la relazione

PMI AI gestione finanziaria
Lorenzo Pireddu, Managing Director Sud Europa di Qonto

La gestione finanziaria non è una cosa da AI, serve un referente umano nei servizi bancari.

A porre l’accento sulla volontà di mantenere un controllo diretto sull’intelligenza artificiale tra le PMI italiane, anche per via di mancanza di fiducia, è la recente ricerca di Qonto, che ha analizzato il rapporto tra aziende e professionisti italiani con la gestione delle proprie finanze, con focus su adozione dell’AI, fiducia nei servizi bancari e differenze generazionali e di maturità aziendale.

La relazione nei servizi bancari resta centrale

Quasi quattro imprenditori su cinque non delegherebbe decisioni finanziarie all’intelligenza artificiale, sia per una mancanza di fiducia (36%), sia per la volontà di mantenere un controllo diretto (42,3%).

Coerentemente, per il 78% degli intervistati è fondamentale poter contare su un referente umano nei servizi bancari, confermando il ruolo centrale della relazione anche nell’era della digitalizzazione.

Sul fronte dei servizi finanziari, il modello tradizionale resta prevalente: il 46% delle imprese gestisce le proprie finanze tramite una banca tradizionale, mentre solo il 21% utilizza una neobank.

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Il primo criterio di scelta è rappresentato da costi e commissioni basse (60%), seguito dalla qualità dell’assistenza (42%) e dalla facilità d’uso (35%).

Accanto agli istituti bancari, il 25% si affida a un commercialista e il 18% a software di contabilità, mentre il 11% utilizza ancora strumenti manuali come Excel o carta.

Le aziende più mature investono nell’AI

Di fronte a controllo e sfiducia, l’innovazione si lega alla maturità delle imprese. Le aziende con 6-10 anni di attività sono quelle più dinamiche, un quinto di loro ha già adottato l’AI (il 20%) e mostrano la più elevata propensione a delegare decisioni finanziarie all’intelligenza artificiale (33%).

Al contrario, le startup risultano più prudenti: solo il 19,5% delle imprese con meno di due anni delegherebbe decisioni finanziarie all’AI, mentre il 43,4% dichiara esplicitamente di non fidarsi.

I timori nei confronti dell’AI

Sul fronte dell'intelligenza artificiale, quasi 1 PMI su 2 utilizza già questi strumenti (45%, in linea con la media europea), con il 14% che li adotta in modo regolare e il 31% in modo occasionale. Chi ne fa uso segnala benefici concreti in termini di risparmio di tempo operativo.

Resta tuttavia un 38% che non prevede di adottare l'AI, frenato principalmente da preoccupazioni legate a privacy e sicurezza dei dati (30%), scarsa fiducia nell'affidabilità degli strumenti (29%) e una limitata percezione del valore aggiunto (28%). Il 42% di chi la usa non rileva ancora un impatto significativo nella propria operatività quotidiana: un segnale che l'adozione c'è, ma la maturità d'uso è ancora in costruzione.

«La ricerca evidenzia come l’adozione delle tecnologie digitali nelle PMI italiane sia sempre più una questione di equilibrio tra innovazione e fiducia – ha commentato Lorenzo Pireddu, Managing Director Sud Europa di Qonto. Le imprese più mature mostrano una maggiore capacità di integrare l’intelligenza artificiale nei processi decisionali, mentre resta centrale il bisogno di strumenti semplici, trasparenti e affiancati da un supporto umano. La sfida è rendere la tecnologia un fattore abilitante concreto per la crescita e l’efficienza. Nel complesso, l’ecosistema delle piccole e medie aziende italiane è caratterizzato da una trasformazione digitale che procede a velocità differenziata, dove le imprese più strutturate accelerano su AI e modelli finanziari evoluti, mentre il fattore fiducia continua a rappresentare il vero discrimine nell’adozione delle nuove tecnologie».

Il divario digitale generazionale

Permane comunque un digital divide nell’adozione dell’AI da parte delle diverse generazioni. Il 69,8% degli imprenditori tra i 18 e i 34 anni utilizza strumenti di AI, contro appena il 37,5% degli over 55, mentre il 42,6% di questi ultimi dichiara di non avere alcuna intenzione di adottarla.

Perché è importante avanzare tecnologicamente

Secondo l’indagine di Qonto, condotta su un campione di 1000 tra PMI e lavoratori autonomi, il divario tecnologico si inserisce in un quadro macroeconomico percepito come complesso.

Il 52,4% delle PMI e dei freelance italiani considera l’Italia meno competitiva rispetto agli altri Paesi europei, mentre quasi il 60% non ha riscontrato benefici concreti dal PNRR.

Il livello di fiducia resta contenuto anche nel medio periodo, con un ottimismo a tre anni pari a 5,66 su 10 e solo il 37,6% degli intervistati che esprime una valutazione superiore a 7.

Pessimismo sistemico e vitalità imprenditoriale coesistono

Eppure, proprio tra chi sente di più il peso del contesto, emergono i segnali di resilienza più forti. I 18–34enni sono la fascia più critica sul clima macroeconomico (il 47% lo giudica sfavorevole) ma paradossalmente registrano le performance aziendali migliori: il 26% dichiara un miglioramento dell'attività nell'ultimo anno, quasi tre volte la quota degli over 55 (10%).

Un dato che suggerisce come il pessimismo sistemico e la vitalità imprenditoriale possano coesistere, soprattutto nelle generazioni che non hanno ancora normalizzato le difficoltà strutturali del Paese.




 

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