Così il factoring può diventare una leva per la competitività

Così il factoring può diventare una leva per la competitività
Nicoletta Burini, Direttore di Assifact, Associazione Italiana per il Factoring

Definire il factoring come un mero strumento di finanziamento che si realizza attraverso lo smobilizzo dei crediti per soddisfare più o meno temporanei bisogni di liquidità o come un prodotto di nicchia è riduttivo: il factoring è una leva che agisce su una componente strutturale dei bilanci aziendali.

I crediti commerciali rappresentano in media il 30-35% dell’attivo delle imprese industriali e manifatturiere, dunque una posta significativa del bilancio delle imprese.

Ottimizzare la gestione del capitale circolante e la pianificazione dei flussi di cassa significa rafforzare gli equilibri finanziari delle imprese e la stabilità delle filiere.

Trasformare i crediti in liquidità significa liberare risorse per investimenti, occupazione e continuità produttiva.

I dati sul mercato continuano a crescere

E i dati confermano che il factoring è diventato sempre più un partner strategico per le imprese sia nelle fasi di crescita che in quelle di tensioni finanziarie e crisi.

Secondo l’Osservatorio del mercato del factoring di Assifact: a ottobre 2025 il turnover cumulativo ha raggiunto 228,65 miliardi di euro, in crescita del +3,68% rispetto all’anno precedente (al netto dei crediti fiscali da bonus edilizi), mentre gli anticipi e corrispettivi erogati superano i 46 miliardi, con un incremento del +6,19%.

Sono dati che evidenziano anche la componente anticiclica del prodotto, capace di sostenere le imprese anche in un contesto macroeconomico di crescita moderata in cui il PIL italiano è atteso tra +0,5% e +0,8%, con inflazione intorno a +1,6%, mentre la crescita globale si ferma al +3,2%.

32mila imprese ricorrono al factoring

Secondo Assifact, il factoring è oggi utilizzato da oltre 32mila imprese, in prevalenza PMI, e nel 2024 ha generato un turnover superiore a 290 miliardi di euro, pari a circa il 13% del PIL.

È una realtà consolidata e di rilevanza crescente: il rapporto tra i finanziamenti connessi al factoring e i prestiti bancari a breve termine è ormai oltre il 40%, contro il 14% di dieci anni fa.

E il factoring è divenuto strategico per le imprese perché offre liquidità immediata senza aumentare l’indebitamento, consente di esternalizzare la gestione dei crediti, con benefici in termini di efficienza e controllo, riduzione degli oneri amministrativi e tempi di incasso più certi, ottimizza la pianificazione dei flussi finanziari in entrata e uscita e riduce il rischio di insolvenza, grazie alla gestione professionale dei crediti e alla possibilità di trasferire il rischio di credito.

Rischio, fra l’altro, che gli operatori del settore sanno governare molto bene; non a caso, gli indicatori di qualità del credito sulle imprese private restano molto contenuti (NPE intorno al 2%, sofferenze poco sopra l’1%), confermando la natura meno rischiosa dello strumento.

Le rigidità normative che frenano il factoring

Se il factoring è così efficiente e la componente di crediti commerciali delle imprese è così rilevante, lo strumento dovrebbe poter crescere ancora di più e liberare ulteriori risorse per le imprese.

Tuttavia il pieno potenziale del factoring è frenato da alcune rigidità normative e barriere regolamentari e operative.

Il primo collo di bottiglia è rappresentato dalle regole prudenziali europee di vigilanza bancaria che applicate alle dinamiche dei crediti commerciali creano un effetto distorsivo: la definizione armonizzata di default, che considera “deteriorato” un credito scaduto da oltre 90 giorni, porta a classificare come ad alto rischio esposizioni verso la PA che in realtà sono solide, ma rallentate da procedure amministrative (i tempi medi di pagamento si attestano intorno ai 123 giorni).

Il risultato? Un’incidenza di NPE superiore al 21% sulle posizioni PA, contro il 2,35% sul privato. Non è un problema di rischio economico, ma di regola.

Secondo le stime associative, una revisione della definizione di default potrebbe liberare capitale regolamentare sufficiente a erogare circa 2 miliardi di euro di finanziamenti aggiuntivi alle PMI e ai fornitori della PA.

Ma anche il quadro normativo nazionale non è esenta da ostacoli normativi e appesantimenti burocratici che limitano la possibilità di smobilizzare i crediti.

L’industria del factoring ha indicato alcune direttrici di intervento, che non richiedono risorse pubbliche ma possono generare effetti concreti su investimenti e occupazione:

  1. Regole più aderenti alla realtà del credito commerciale: una definizione di default che tenga conto delle specificità delle forniture, evitando classificazioni anomale sui ritardi amministrativi.
  2. Proporzionalità prudenziale: requisiti patrimoniali calibrati sul rischio effettivo con un trattamento prudenziale specifico.
  3. Certezza giuridica in caso di crisi d’impresa: coordinamento tra la legge sul factoring e il Codice della Crisi per ridurre l’incertezza sui periodi “sospetti” e le azioni revocatorie.
  4. Libera circolazione dei crediti: superamento delle clausole contrattuali che vietano la cessione, in linea con il più recente orientamento europeo.
  5. Semplificazione e digitalizzazione verso la PA: procedure più snelle per la cessione dei crediti PA ed eliminazione della facoltà di diniego indiscriminato, per ridurre incertezze, tempi e costi dell’operazione.

Una chiamata a fare di più

In sintesi, il factoring è già una leva strategica per la competitività e la resilienza del sistema produttivo italiano, ma può fare molto di più.

I dati dell’Osservatorio Assifact mostrano un mercato solido, stabilmente in crescita, pronto a sostenere le filiere industriali.

Ma serve che il quadro normativo supporti o almeno non ostacoli lo sviluppo del mercato: meno burocrazia, più proporzionalità, più certezza per liberare ulteriori risorse per le imprese e favoriranno pertanto investimenti, occupazione e crescita economica in Italia.

Diviene quindi decisivo il ruolo del Legislatore e delle Autorità di Vigilanza che devono condividere e sostenere le proposte per uno sviluppo più efficiente e competitivo del sistema produttivo italiano.

 

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