Il credito ESG ha fame di dati e di standard

standard esg

L’Unione Europea si prepara ad accelerare sulla transizione energetica del proprio sistema produttivo. Il settore bancario sarà in prima linea nel finanziare questo cambiamento, ma servono standard per misurare che cosa è sostenibile e cosa no (e anche che cosa potrebbe diventarlo).

Per finanziare la transizione ecologica, il sistema finanziario ha bisogno di dati. Dati affidabili e comparabili, capaci di fornire un quadro completo delle aziende, PMI comprese, e della loro evoluzione prospettica. E questi dati, al momento, non ci sono. Se ne è parlato durante il webinar “Rischi ESG nel rapporto banca-impresa”, organizzato da Nedcommunity, associazione dei consiglieri indipendenti guidata da Maria Pierdicchi.

La normativa procede

La spinta verso una standardizzazione di dati arriva anche dall’evoluzione normativa. Che ormai da tempo procede, gradualmente, a integrare i criteri ESG nei meccanismi di governance, nella gestione del rischio e nelle strategie di business del sistema bancario e finanziario. Tra le prossime tappe, ad esempio, c’è l’entrata in vigore del Green Asset Ratio (GAR), che punta proprio a quantificare gli asset green all’interno del portafoglio.

E urgono standard

La mancanza di metriche e metodiche valutative standard a livello internazionale è certamente un problema aperto anche per le imprese. Perché la loro mancanza può complicare la ricerca di finanziamenti per i progetti di transizione. Certo, l’estensione dell’obbligo di Dichiarazione non Finanziaria porrà le basi per una maggiore armonizzazione. Ma ci aspettano comunque alcuni anni di adattamento, in cui le banche potrebbero non avere a disposizione tutti i dati necessari, soprattutto per quanto riguarda le PMI.

Parte di una strategia più ampia

Non è una sfida che riguarda solo il sistema finanziario, ovviamente. La transizione green richiede decisioni e strategie di politica economica, normativa e fiscale: un radicale cambio di paradigma che deve definire la direzione in cui orientare le risorse finanziarie. È proprio per questo che il banking ha bisogno di un set informativo rafforzato: per garantire che tutte le imprese possano raccontare con il medesimo linguaggio i rispettivi progetti di transizione.

La finanza “traghetto” delle imprese

Una vera e propria finanza di transizione. In cui le imprese vanno traghettate verso il nuovo modello produttivo, valutando la fattibilità e la coerenza dei progetti presentati. E tenendo presente che imprese e settori non sono tutti uguali: alcuni progetti potrebbero non essere bancabili, ovviamente, ma troveremo anche aziende con merito creditizio ma non ancora conformi alla tassonomia, altre ancora che sono allineate alla tassonomia ma rischiose. E, infine, avremo anche il caso di imprese che non hanno un impatto negativo ma non riescono ancora a rispettare i criteri e gli obiettivi.

Un sustainable adjustment factor?

Per coinvolgere tutto il sistema produttivo nella transizione, potrebbe quindi essere utile un “sustainable adjustment factor”, non una modifica automatica dei requisiti patrimoniali per questi finanziamenti, ma una modesta riduzione dei casi che richiedono un allineamento alla tassonomia. Potrebbero beneficiarne, ad esempio, alcune attività di economia circolare e determinate tipologie di project financing.

Non solo l’ambiente

E la situazione si complica ulteriormente se pensiamo che l’acronimo ESG è composto da tre lettere e fattori diversi: l’Ambiente, l’impatto Sociale e la Governance. Se quest’ultima è, da sempre, oggetto di Vigilanza, non mancano comunque le evoluzioni: basti pensare alle recenti disposizioni di Banca d’Italia sulla diversificazione per genere del board. L’Ambiente (Environment) è oggi al centro dell’attenzione, tra cambiamento climatico e crisi energetica, e anche la domanda di prodotti, da parte degli investitori e dei clienti finali, e di dati, da parte degli attori finanziari, è molto forte.

Attenzione al sociale

Il fattore Sociale, nel futuro, potrebbe assumere ancora maggiore importanza. Gli intermediari finanziari, in primis, interagiscono con diversi stakeholder: pensiamo ai presidi per la privacy e la gestione dei dati, ad esempio, oppure all’offerta di prodotti e servizi complessi, che non corrispondono alle esigenze del cliente. E poi c’è da considerare l’impatto sociale dell’impresa da finanziare: il rispetto della normativa sul lavoro, tanto per fare un esempio banale, ma anche le policy interne contro le discriminazioni e il rapporto con i rispettivi stakeholder.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di aprile 2022 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop

 

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