Sono circa 1 milione le imprese con CDA a maggioranza femminile secondo lo studio effettuato da CRIBIS sulla totalità di imprese italiane; ancora troppo poche rispetto ai quasi 5 milioni di imprese attive sul nostro territorio.
I numeri parlano chiaro: in 6 imprese su 10 solo il 10% del board è ricoperto da donne. A confermarlo è anche il Global Gender Gap 2022, dove l’Italia ha mantenuto la stessa posizione del 2021 (63 su 146) e ha mostrato gravi ritardi rispetto all’Europa continentale (Spagna, Francia e Germania, ad esempio).
Lo studio ci fornisce un profilo approfondito sulle caratteristiche delle imprese gestite da donne (da intendersi quelle aziende con quota maggiore del 51% all’interno dei CDA).
In particolare, i settori che vedono le donne leader continuano a essere quelli legati alla cura della persona (Parrucchiere, Estetista) e della ristorazione (Bar e Ristoranti).
Tuttavia, i settori che incidono maggiormente sul PIL del Paese, cioè ad alta produttività, vedono ancora una presenza minoritaria delle donne nei ruoli decisionali.

Piccole dimensioni
Se guardiamo alle dimensioni, come già accade sul territorio italiano, le imprese femminili sono principalmente di piccole dimensioni, ben il 93% ha meno di 5 dipendenti.
La conferma viene anche dall’analisi delle forme legali e dei fatturati. Nel primo caso, infatti, solo il 17% delle imprese femminili riesce a diventare società di capitali (contro il 25% della totalità delle imprese).
Il 78% delle imprese a prevalenza “rosa” si costituisce come ditta individuale o società di persone (contro il 70% della totalità delle imprese italiane).
Il 97% sotto il milione di fatturato
Le piccole dimensioni influenzano anche il valore della produzione che non riesce a decollare e le imprese femminili restano attività a gestione spesso familiare.
La quasi totalità delle imprese (97%) non supera, infatti, il milione di fatturato, 3 punti percentuali in più rispetto alla situazione italiana (94%).
Una nuova generazione
Alcuni dati in controtendenza rispetto alla situazione nazionale ci suggeriscono delle peculiarità dell’imprenditoria femminile.
Innanzitutto, le imprese femminili sono di recente costituzione: più del 54% del totale ha meno di 15 anni di vita (rispetto al 48% delle imprese italiane).
Questo ci fa ben sperare sugli sviluppi futuri dell’imprenditoria femminile e su un tessuto culturale in trasformazione per quanto riguarda le barriere all’entrata.

Maggiore solidità e minore rischio
Inoltre, le imprese donna ci insegnano, più di altre, che si può essere attente alla solidità commerciale e finanziaria.
La distribuzione del rischio commerciale indica, infatti, che queste imprese sono meno rischiose rispetto alla media italiana: più della metà (52%) presenta un rischio di fallimento minimo o inferiore alla media.
Un dato interessante che supera di 4 punti percentuali quello della totalità delle imprese nazionali (48% con rischio minimo o inferiore alla media).
Più attente alla sostenibilità
Una importante novità che emerge da questa fotografia è l’attenzione alla sostenibilità, dimensione nella quale le imprese femminili segnano una performance migliore rispetto a quelle maschili.
È quanto emerge da un’analisi su un campione rappresentativo di imprese italiane analizzate attraverso l’indicatore esclusivo CRIF ESG Score. Lo Studio mostra, infatti, che le imprese femminili dall’elevato grado di sostenibilità – ovvero con score 1 e 2 su una scala da 1 a 5 – superano di ben un 8% quelle maschili.
In particolare, è nella componente ambientale (E) dove le imprese femminili si segnalano per avere performance migliori: sono infatti il 44% rispetto al 41% delle imprese maschili quelle che ricadono nelle classi di score 1 e 2.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di marzo 2023 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.