Come stanno le imprese italiane? È la grande domanda che ci poniamo tutti dopo che la guerra nel Golfo Persico si è aggiunta all’elenco di crisi che stanno sconvolgendo gli equilibri mondiali e alimentando una impennata nei costi dell’energia.
Gli ultimi dati, recentissimi, ci dicono che a marzo 2026 è cresciuto il credito erogato dalle banche alle famiglie e alle imprese, ma ci si aspetta un aumento dei tassi Euribor e IRS, fisiologico in un momento come quello attuale.
Abbiamo approfondito che cosa aspetta le nostre imprese nella seconda metà del 2026 in un episodio di #define banking next, il podcast sulla banca del futuro che AziendaBanca realizza insieme a CRIF. In questa puntata ne parliamo con Fabrizio Arboresi, Senior Director di CRIF.
Questo articolo è un adattamento testuale dell’intervista audio.
AG. Fabrizio, gli ultimi dati certi di cui disponiamo sulla rischiosità delle imprese italiane sono quelli di fine 2025. Lo scorso anno, è il caso di ricordarlo, non è certo stato privo di eventi geopolitici eccezionali. Che impatto ha avuto il 2025 sullo stato di salute delle nostre aziende?
FA. In termini di rischiosità, abbiamo i dati di dicembre 2025. Che ci dicono che il tasso di default è cresciuto dello 0,3% per le Società di Capitali, arrivando al 3,3%.
Mentre è rimasto sostanzialmente stabile per Ditte e Società di Persone, parliamo del 2,9% a fine 2025 contro il 2,8% di giugno 2025.
In media, il tasso di default delle imprese italiane era quindi del 3% a fine 2025, contro il 2,8% del semestre precedente.
AG. Questa prima metà del 2026, però, ha portato un ulteriore peggioramento delle incertezze geopolitiche internazionali. Con una forte tensione sul comparto energetico e, in particolare, sui carburanti fossili. Che conseguenze avrà questa situazione sul credito alle imprese?
FA. Il contesto macroeconomico è molto diverso rispetto a quello del 2025. Tra gli elementi principali vi sono proprio le dinamiche geopolitiche legate allo scoppio del conflitto in Medio Oriente.
Vale la pena ricordare che è cresciuto il costo dell’energia e che ci sono impatti molto significativi sui trasporti, che mettono a rischio le catene di fornitura all’interno di molte filiere di settori diversi.
In questo contesto, non potevamo aspettarci altro che una revisione al ribasso delle aspettative di crescita economica globale e un forte rialzo delle stime sull’inflazione.
Proprio l’inflazione, come ricordavi tu poco fa, potrebbe portare a una revisione delle politiche delle banche centrali sui tassi di interesse. E questo avrebbe dei riflessi sulle condizioni applicate alle imprese che chiedono credito.
AG. Avete elaborato degli scenari o delle previsioni?
FA. L’elemento chiave è la durata del blocco dello Stretto di Hormuz. Da questo dipenderà il trend di inflazione crescente, l’impatto sul PIL europeo e nazionale, così come l’eventuale scelta della BCE di avviare misure di politica monetaria per tenere sotto controllo l’aumento dei prezzi.
Per quanto riguarda le Società di Capitali, per il 2026 ci aspettiamo un ulteriore incremento della rischiosità, proprio a causa dell’instabilità del quadro macroeconomico.
Proviamo a formulare delle ipotesi. In uno scenario base, con un PIL italiano in crescita dello 0,4%, un’inflazione al 3% e tassi di interesse in lieve rialzo, possiamo aspettarci un tasso di default in crescita al 3,7%.
Questo scenario prevede una normalizzazione dei flussi commerciali già nella seconda metà del 2026 e, grazie a un rialzo moderato dei tassi di interesse della BCE, anche un parziale restringimento del credito da parte delle banche.
Lo scenario peggiore è quello di un ulteriore deterioramento del conflitto in Medio Oriente, con un proseguimento delle tensioni nello Stretto di Hormuz. In quel caso, prevediamo per l’Italia una lieve recessione del PIL, al massimo intorno allo 0,5%, ma un significativo aumento dell’inflazione al 5%.
Avremmo quindi un incremento dei tassi di interesse della BCE fino al 3,5% e un impatto più marcato sull’erogazione del credito.
In un contesto del genere, i volumi di finanziamenti erogati alle imprese probabilmente scenderebbero e i tassi di default potrebbero avvicinarsi al 4,4%.
AG. Due scenari molto diversi e che confermano l’importanza di seguire con attenzione quello che sta accadendo lontano da noi. Torniamo ai dati relativi al credito erogato nel corso del 2025, perché non tutte le tipologie di finanziamento sono uguali. Che cosa emerge sulle necessità delle imprese?
FA. La crescita degli importi erogati nel 2025 è stata trainata soprattutto da Mutui chirografari, Altri Mutui non ipotecari e Prestiti. Queste tipologie hanno segnato un aumento di circa il 20%.
A che cosa possiamo attribuire questo incremento? All’esigenza di supportare sia il fabbisogno di liquidità legato al capitale circolante, sia gli investimenti in asset fissi, oltre al rifinanziamento delle esposizioni in scadenza.
Un altro dato emerge dallo spaccato sulle dimensioni aziendali. La crescita degli importi erogati è più sostenuta per le Società di Capitali con fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, parliamo del +15,7%. È un dato importante perché questo segmento di imprese è caratterizzato da una diversificazione limitata delle fonti di investimento. Sono infatti concentrate in prevalenza sul canale bancario e una eventuale restrizione delle erogazioni le renderebbe più esposte rispetto ad altre categorie.
AG. Andiamo anche a osservare le dinamiche di alcuni settori specifici. Già lo scorso anno avevamo raccontato di come le tensioni sui dazi fossero particolarmente pesanti su alcuni settori, penso ad esempio a Tessile e Abbigliamento. Come stanno le imprese di questo comparto?
FA. Si tratta, purtroppo, di un settore dove le dinamiche attuali stanno peggiorando una situazione strutturale e pre-esistente di difficoltà. Nel 2025, l’ambito “Tessile e Abbigliamento” non ha dato segnali di ripresa. I finanziamenti sono calati del 5,8% e il rischio di credito è ulteriormente aumentato.
I tassi di default sono passati dal 4,3% di giugno 2025 al 4,8% di dicembre 2025, l’aumento più marcato per quanto riguarda le Società di Capitali.
E per il 2026 le previsioni non sono affatto buone. Ci aspettiamo un ulteriore rialzo dei tassi di default, più intenso rispetto alla media nazionale. Questo perché la situazione macroeconomica globale va a incidere su un settore già storicamente in difficoltà e meno capace di assorbire gli shock esterni, a causa della struttura dei costi e dei mercati di sbocco.
AG. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha un impatto diretto sull’approvvigionamento energetico e di carburante. Cosa sta succedendo nel settore Trasporti e Logistica?
FA. Nel 2025, le aziende di questo comparto hanno visto una crescita degli importi erogati decisamente inferiore rispetto alla media: nel caso delle Società di Capitali abbiamo un +3,8% contro una media del +11,2%.
Anche a causa della forte competizione e dell’instabilità politica, il tasso di default delle imprese del comparto Trasporti e Logistica è arrivato al 4,8%, molto al di sopra della media del 3,3%.
E anche qui, le aspettative per il 2026 non sono positive. I prezzi energetici resteranno elevati e molto volatili, con un conseguente aumento dei costi per le imprese. E il contesto competitivo resterà sfidante, anche per i dubbi sulla regolarità dei trasporti internazionali.
AG. Un altro settore al centro dell’attenzione è quello delle Costruzioni, specie dopo la fine dei generosi, forse troppo generosi, incentivi degli scorsi anni. Che cosa succede in questo comparto?
FA. In effetti, nel 2025 le erogazioni al settore Costruzioni sono addirittura calate del 2,4%, in controtendenza rispetto al rialzo generale.
E anche il profilo di rischio del settore è cresciuto, passando dal 4% di metà anno al 4,5% di fine 2025.
Le aziende delle Costruzioni si confermano, quindi, tra quelle più rischiose.
Per il 2026, ci aspettiamo un mercato domestico ancora debole e una restrizione del potere di acquisto dei consumatori, a causa delle spinte inflazionistiche. In generale, anche il quadro globale instabile potrebbe avere un impatto negativo sulle scelte di investimento nel settore delle Costruzioni.
Anche in questo caso, quindi, il tasso di default potrebbe salire più della media nazionale.
AG. Spinte inflazionistiche significa aumento dei prezzi e meno potere di acquisto per i consumatori italiani. Che previsioni avete per il Commercio al dettaglio?
FA. Nel 2025, le erogazioni al Commercio al dettaglio sono cresciute del 10,4%, sostanzialmente in linea con il totale delle Società di Capitali.
Già lo scorso anno, però, si sono visti segnali di un maggiore rischio. Il tasso di default è cresciuto dello 0,4%, arrivando al 4,1%.
Complessivamente, nel 2025 il rischio del comparto è rimasto sotto controllo, ma l’indice di fiducia delle imprese del settore, rilevato ad aprile 2026, ha registrato un calo di ben 6 punti percentuali rispetto allo scorso dicembre.
L’attuale scenario globale provoca quindi un certo pessimismo tra gli operatori e per il 2026 prevediamo un aumento marcato della rischiosità, a causa del minore potere di acquisto dei consumatori, dell’aumento dei costi e della maggiore pressione competitiva.