Così la banca finanzia l’economia civile

No profit

Non più solo fornitore di un servizio sociale, ma protagonista dell’economia reale, capace di alimentare importanti investimenti sul territorio. La riforma del terzo settore legittima ed espande gli interventi di attività delle imprese sociali, profit o no profit, BCorp comprese.

Ma oggi, in questo scenario pandemico che rende ancora più necessarie nuove risposte concrete sul territorio, lo sviluppo delle imprese sociali necessita di strumenti finanziari tagliati su misura. Ne abbiamo parlato in occasione del primo appuntamento dell’AziendaBanca Talk Online “Economia Civile, Finanza Sostenibile e Territori”.

La riforma: un percorso cha ha inizio nel 2016

Risale a quattro anni fa l’importante processo di riforma che ha investito le imprese sociali. E che ha portato a due sostanziali novità: «da una parte, la creazione del codice del terzo settore – racconta Vincenzo Bancone, Partner di LS LexJus Sinacta – decreto legislativo 117/2017, che è uno dei pilastri della cosiddetta Riforma del Terzo Settore, come definita dalla legge delega 106/2016 “Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale”. Con questa riforma il legislatore ha cucito un vestito imprenditoriale per il no profit e se in precedenza non poteva distribuire utili, ora invece, può distribuire utili nell’ordine del 49% degli avanzi di gestione che riesce a produrre, al netto di eventuali perdite pregresse. Anche dal punto di vista finanziario si è aperta la possibilità alle imprese sociali di accedere a piattaforme di crowdfunding per fare attività di raccolta, ma anche ad altre forme di finanziamento, come i social bond».

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L’avvento delle BCorp

Dall’altra, l’introduzione della figura della società benefit, che vede l’Italia seguire il modello statunitense delle BCorp: «aziende a duplice finalità – commenta Bancone –, che perseguono nell’esercizio dell’attività di impresa sia lo scopo di lucro sia una o più finalità di beneficio comune».

Fare business con le imprese sociali

In Italia una delle prime società finanziarie ad avere ottenuto la certificazione Benefit Corporation (anche se poi non rinnovata, NdR) è stata Banca Prossima, poi diventata Direzione Impact di Intesa Sanpaolo. «La legge sulle BCorp guarda a un’economia migliore, con impatti positivi e misurabili a favore di uno o più stakeholder sulla base di una serie di criteri – afferma Marco Morganti, Responsabile Direzione Impact di Intesa Sanpaolo. Nel 2016 abbiamo deciso di fare un autotest per la certificazione, che abbiamo ottenuto. In quel periodo eravamo quindi l’unica banca BCorp italiana, grazie alla intensità di relazione con il no profit. Oggi la nostra mission è fare business con le imprese sociali e ci siamo vietati di fare beneficienza per statuto: questo vuol dire che almeno la metà dei profitti della banca confluisce in un fondo per allargare la fascia di accesso al credito al no profit, spina dorsale del nostro Paese, 250mila organizzazioni capaci di rappresentare al meglio il territorio italiano».

L’incontro tra profit e no profit

Ma come si fa credito alle imprese sociali? «È naturale che i tradizionali criteri per fare credito non sono adeguati alle necessità delle imprese sociali: i modelli di rating utilizzati per le aziende profit, applicati a patrimonio, giro d’affari e ricavi, non offrono un giudizio equilibrato sullo stato di salute delle aziende no profit. Anzi tendono ad amplificare le debolezze di queste imprese anziché i loro punti di forza: ovvero la relazione con le comunità di appartenenza – commenta Morganti. Ed è questo il fattore resiliente del mondo no profit al quale tutte le banche dovrebbero guardare».

Il funding fatto su misura

Intanto, le iniziative di raccolta dedicate al no profit iniziano a farsi avanti. «Abbiamo creato una piattaforma per raccogliere fondi, senza trattenere alcuna commissione, a favore del no profit – racconta Morganti. Ma una delle iniziative più interessanti è il prestito comunitario: Terzo Valore. Al momento funziona seguendo un principio unico: la banca mette a disposizione un plafond e valuta la bontà del beneficiario, a quel punto rinuncia a una parte del prestito a favore di altri investitori, ai quali si offre una garanzia sul capitale».

Strumenti personalizzati, più competenze

La relazione con il mondo bancario, quindi, diventa essenziale per consentire alle imprese sociali di portare investimenti e innovazione in ambito sanitario, educativo, di welfare. Un ruolo sociale, «con un approccio di filiera, che passa anche dalla rigenerazione urbana, grazie a progetti di social housing, fino ad arrivare alla valorizzazione del turismo locale – osserva Giuseppe Bruno, Presidente del Gruppo Cooperativo CGM. L’impresa sociale, quindi, non investe solo risorse economiche, ma mette a disposizione il proprio rischio imprenditoriale nello sviluppo, anche occupazionale dato che i soci hanno una partecipazione e quindi su di loro ricade il rischio imprenditoriale, di un territorio. Questo implica per le banche la necessità di creare strumenti finanziari dedicati a questo mondo, in modo sartoriale, in base alla idea di impresa. E, dall’altra parte, le imprese sociali sono chiamate ad aumentare le loro competenze per arrivare a usare gli strumenti finanziari innovativi a disposizione, come quelli a impatto, perfettamente in linea con la loro mission».

Impresa sociale: protagonista resiliente nell’era Covid

«La capacità adattiva e resiliente delle imprese sociali è emersa in modo ancora più prepotente in questo clima pandemico, con una portata trasformativa inimmaginabile – sottolinea Bruno. Nel welfare culturale, ad esempio, con la rigenerazione urbana: noi a Torino abbiamo un luogo rigenerato, culturalmente fruibile e che oltre ad avere un ruolo di housing offre accoglienza, turismo e servizi per giovani. Anche l’approccio sanitario al territorio è sempre più importante alla luce della pandemia da Covid-19: sempre più persone anziane hanno bisogno di supporto sanitario, ad esempio. Qui la cooperazione sociale, che ha la presenza sul territorio e il know how per portare avanti un upgrade sulla sanità territoriale, può offrire una risposta corretta e concreta. Infine, anche il tema della digitalizzazione ha un forte peso, con la trasformazione dell’offerta dei servizi. Perché alcuni servizi possono essere fruibili non solo attraverso l’ente pubblico, attraverso la co-progettazione sinergica, ma anche tramite l’attivazione di servizi di welfare digitali, in risposta alla domanda privata pagante o con accordi di welfare aziendale».

 

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