È passato poco più di un mese da quando ho ricevuto uno dei tanti testi sulla concorrenza del FinTech a danno delle banche. In redazione ne riceviamo una decina al giorno costellati di termini come startup, distruptive, digital/digitale, tutti in connotazione positiva, e legacy, tradizionale, banca, tipicamente negativi. Questo testo in particolare spicca per l’azienda mittente: Powa Technologies.

Il problema è la reddività. Non solo per le banche
Per chi non conoscesse i dettagli della “ascesa e caduta” di Powa, rimando a questo ottimo articolo. Chi dipinge la concorrenza tra startup e banca fa spesso leva su considerazioni generiche, mettendo in relazione la crisi delle banche tradizionali (che è una crisi in primis di redditività) con l’emergere delle startup FinTech. Chiariamoci: che l’esperienza utente offerta dalle startup sia per molti versi migliore, più immediata e smart di quella di buona parte dei servizi bancari non c’è dubbio. Solo, se le banche hanno problemi di redditività, la questione si porrà presto anche per le startup.
Dopo i finanziamenti, ci vuole il business
Per restare al caso Powa, negli scorsi anni ricordo bene i loro colossali stand alle fiere di settore (in primis a Cartes Paris). Enormi, con ampie sale riunioni private e bar interno. Più grandi anche degli spazi affittati da brand storici, una sorta di sfida ai player pre-esistenti. Sfida sostenuta dai fiumi di denaro del private equity che, facendo perfettamente il proprio mestiere, va a caccia di unicorni scomettendo su più realtà emergenti. E di un certo tecno-entusiasmo che dura ormai da qualche anno.
Passato il momento, finiti i soldi, restano i risultati raggiunti, i clienti conquistati: e se tutto quel clamore non si è trasformato in un modello di business solido e redditizio (già, alla fine si sta sul mercato così), allora si scopre che la coperta è corta e si chiude.
Selezione sì, ma “gonfiata”
Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una normale selezione naturale. Sì e no: perché la selezione naturale è in corso e ne vedremo sicuramente i risultati nel prossimo futuro; ma la startup-mania rischia di dare più ossigeno (cioè: finanziamenti) anche a idee e progetti poco promettenti. Capita così che nel calderone delle startup, complici anche le nascenti piattaforme di crowdfunding anch’esse in competizione tra loro, ci finisca un po’ di tutto: idee piuttosto strampalate; progetti che di innovativo hanno poco; app descritte come rivoluzionarie che, una volta scaricate, rivelano una user experience che manco Windows 8; servizi “mobile” che fanno le stesse cose dei negozi fisici, in più tempo e a un costo maggiore (vedi la gran parte delle app per le consegne a casa di piatti pronti).
Perché crediamo nella collaborazione
Alcune startup si affermeranno, certamente. Altre verranno acquisite da player maggiori, banche comprese, diventandone uno dei fiori all’occhiello: basti pensare ai destini di WhatsApp, Instagram, YouTube e altri. Il modello che si affermerà sarà probabilmente quello della collaborazione, e questo per due ragioni:
1 il cliente decide;
2 il cliente è ancora della banca.
Il cliente non è come credi
Punto 1, decisamente importante. Il cliente decide. Il caso dei pagamenti elettronici insegna molto: il contante regna, i pagamenti digitali restano ampiamente minoranza e crescono soprattutto con l’e-commerce, il contactless suscita ancora stupore alle casse, per non parlare dei mobile wallet NFC.
E poco importa se definiamo il cliente finanziariamente poco acculturato, antiquato, addirittura colluso con “la criminalità che ama il contante”: è lui che sceglie come pagare.
Ci sono i Millennials, si dirà: sono smart e fanno tutto (almeno, tutto quello che si fa da giovanissimi) da app. Potrebbero fare da volano al boom di qualunque servizio mobile. Purtroppo, con una percentuale di disoccupazione giovanile sempre intorno al 40%, sono anche la generazione con meno soldi in assoluto. Gli anziani, meno smart, sono anche più redditizi, almeno per i prossimi anni.
La banca resta un punto di riferimento
Poi, il punto 2. Banche e assicurazioni restano i punti di riferimento per una offerta completa di prodotti e servizi. Ci trovo tutto. Le startup stanno frammentando il business lanciando sfide in tanti piccoli mercati. Ma questo è un limite, non un vantaggio. Così come il cliente “medio” va al centro commerciale rivolgendosi al negozio specializzato solo per gli articoli che gli interessano di più, così una offerta generalista vince e i player specializzati occupano soprattutto le nicchie. Pensiamo a quanto già accaduto nel trading o nel forex. Più facile che sia una banca a distinguersi dalle altre tramite alleanze con fintech o acquisizioni.
Conviene cooperare. O farsi comprare
Se a questo aggiungiamo che la normativa, in ambito finance, resta la barriera all’ingresso più pesante, soprattutto per i continui investimenti che richiede, il quadro che ne esce è tutt’altro che roseo. Meglio debuttare, fare clamore e farsi acquisire a peso d’oro, rendendo felici gli investitori. Nel valutare chi sceglie di tentare la strada in solitaria, meglio guardare ai contratti veri e al concreto modello di business. E non farsi abbagliare da uno stand fieristico da nababbi.