L’84% delle aziende italiane riconosce il valore etico della Diversità e dell’Inclusione (D&I), ma meno della metà ha attuato piani concreti.
È quanto emerge dalla V edizione della survey fra le Direzioni HR “Future of Work” di Inaz.
Le buone intenzioni ci sono, ma spesso restano tali: se l’84% delle aziende, come visto, riconosce un generico valore etico nella D&I, appena il 50% ha individuato dei chiari vantaggi di business derivanti dall’inclusione.
Un altro 42% ci vede, strategicamente, un tema utile a conquistare la fiducia della comunità finanziaria. E, segnale positivo, il 64% delle aziende ritiene la D&I utile per migliorare la retention e l’engagement del personale e dei talenti.
Non tutte le diversità, comunque, ricevono medesima attenzione. Le aree più frequentemente considerate dalle aziende sono la disabilità (78%) e il genere (76%), seguite a distanza dalle differenze generazionali (62%).
Sono invece meno nei radar delle aziende italiane temi molto forti all’estero, come orientamento sessuale, origine geografica (negli USA si parlerebbe di “race”) e religione.
In termini pratici, come accennato, solo il 46% delle aziende coinvolte ha attualmente una pianificazione di attività. Il 63% di chi non ha ancora provveduto, comunque, ci sta lavorando.
In linea con il “percepito” delle varie aree di diversità, anche nelle azioni concrete spiccano alcuni temi. La disparità di genere è affrontata concretamente dal 76% delle aziende, anche se prevale l’attenzione sulla presenza di donne tra le prime file manageriali (60%).
Appena il 44% delle aziende monitora invece il gender gap e solo il 38% fa qualcosa per ridurlo.