Greenwood (Invesco): Italia a rischio deflazione

Il pericolo di una “sindrome giapponese” resta. L’Italia e l’Europa presentano quelle condizioni di bassa inflazione e scarsa crescita che nel 1990 hanno portato il Giappone dritto nel tunnel della stagnazione. Un tunnel lungo 20 anni. Ne ha parlato John Greenwood, capoeconomista di Invesco, nel disegnare il suo outlook per il prossimo biennio.

Il problema sta nella scarsa crescita della Eurozona, che rende difficoltoso abbattere il debito pubblico. La cura, secondo Greenwood, è in un sostegno della BCE che riesca a scongiurare un lungo periodo di stagnazione e deflazione. «Un rischio particolarmente grave per l’Italia, dove l’alto livello di indebitamento del settore finanziario impedisce di dare ossigeno all’economia», commenta.

Se la cavano meglio gli USA, che «nell’arco di 3-5 anni torneranno gradualmente a una situazione di crescita sostenibile del PIL». Più complessa la situazione europea, che potrebbe ricadere nella recessione a seguito di una ulteriore stretta monetaria e fiscale. Un intervento monetario espansivo della BCE, improbabile al momento, potrebbe tradursi in una crescita potenziale tra il 2% e il 2,5% l’anno. Ma è improbabile, appunto, e lo scenario che Greenwood vede arrivare è un andamento altalenante, con tassi di crescita prossimi allo zero e un rischio concreto di deflazione. La scarsa crescita del PIL e la debolezza della domanda interna manterranno infatti l’inflazione su livelli molto bassi.

Le ragioni delle difficoltà europee sono legate alle politiche di austerità e a un euro forte che ostacola la ripresa: una situazione particolarmente dura in Italia, al punto che se l’Eurozona, dopo il double-dip, sta vedendo una debole ripresa, nel nostro Paese ci sono per ora solo le speranze di un trend positivo, peraltro con percentuali espresse in decimali.

Tornando a uno sguardo globale, Greenwood sottolinea la necessità di stare attenti anche alle economie emergenti: il deflusso di denaro iniziato nell’estate del 2013 continuerà, complice il risalire dei tassi di interesse USA, e nel giro di uno o due anni i Paesi emergenti torneranno a una situazione più stabile e sostenibile, la premessa per l’espansione della spesa interna e per il superamento di una impostazione orientata principalmente all’export.

 

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