Governance popolari: tra dibattito e nuovi scenari

Governance C’è chi dichiara guerra con ogni mezzo al tentativo di riforma e chi difende a spada tratta la mossa del Governo Renzi. La riforma della governance delle banche popolari (almeno di quelle con asset superiori agli 8 miliardi di euro) tocca un nervo scoperto per il nostro sistema bancario dopo gli anni di crisi e il discusso (e discutibile) stress test della Banca Centrale Europea. E apre un dibattito che proseguirà per tutti i 60 giorni disponibili per convertire in legge il decreto “Investment Compact”.

Grandi banche, grande credito?

L’impressione, per i contrari alla riforma, è che la scelta del Governo si basi su una premessa sbagliata, cioè che le banche di dimensioni minori (anche se, visti i nomi coinvolti, si dovrebbe parlare quantomeno di banche medie, almeno per i parametri italiani) non siano in grado di garantire il giusto flusso di credito alle PMI sul territorio. Ma l’assioma “grandi banche = grande credito” non solo è tutto da dimostrare, ma viene smentito dai dati. La Cgia di Mestre, ad esempio, ha mostrato come tra il 2011 e il 2013 le banche popolari abbiano aumentato i prestiti del 15,4%, contro un trend negativo per SpA (-4,9%), BCC (-2,2%) e banche estere (-3,1%).  

Nuova stagione di M&A

Altra questione, ben diversa dal credito, è quella dell’abbandono del voto capitario e verso il modello della società per azioni. I commenti sul tema si sprecano, ma il filone più frequente riguarda il rischio di possibili scalate alle banche popolari, con l’ingresso di player stranieri e fondi di investimento internazionali capaci, con quote di controllo rilevanti, di indirizzare le strategie della banca. Abbandonando, in caso di difficoltà, quella vicinanza al territorio che ne costituisce l’essenza. Probabile quindi l’avvio di una nuova stagione di M&A, con aggregazione tra banche (a questo punto non più “ostacolate” dal voto capitario) e acquisizione da parte di realtà più grandi. Se la logica “grande banca, grande credito” non funziona, sostengono i contrari alla riforma, allora il provvedimento del Governo si limiterà ad aprire una fase di potenziale shopping per gli investitori, stranieri o italiani che siano.

Teorie e speculazioni sul futuro delle prime 10

E sulle pagine (e sui siti web) delle testate nazionali e ancor più locali si sprecano le ipotesi: dal rilancio del matrimonio Vicenza-Veneto Banca alla sorte di Banca Etruria, fino alle mosse delle “big” UBI Banca e Banco Popolare e alla ipotesi di una “super popolare” che unisca i 4 istituti dell’asse VV, Valtellina-Veneto. Il destino delle principali 10 banche popolari italiane (Banco Popolare, UBI Banca, Popolare Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese, Popolare di Bari e Popolare dell'Etruria e del Lazio) si giocherà nelle prossime settimane, con la conversione in legge del D.Legge.

Assopopolari: non lasceremo nulla di intentato

Assopopolari ha già annunciato che non lascerà “nulla di intentato perché il Decreto Legge venga meno e l’ordinamento giuridico continui a consentire a tutte le banche popolari di mantenere la propria identità”. L’associazione boccia senza mezzi termini, come prevedibile, un provvedimento “gravido di conseguenze negative su risparmio nazionale e su credito famiglie piccole medie imprese, per un paese, come il nostro, privo d’investitori di lungo periodo in aziende bancarie e, non ultima, ingiustificato e ingiustificabile”. A essere in discussione sarebbe il modello stesso di banca popolare, insostenibile al di fuori della banca cooperativa nelle sue declinazioni di banca popolare o di BCC: l’occasione è ottima anche per tirare una stoccata alla nuova sorveglianza europea, definita “particolarmente avversa alle attività di finanziamento di famiglie e imprese e particolarmente severe verso intermediari che operano in Paesi da lungo tempo in recessione e con elevato debito pubblico”. Il comunicato si conclude annunciando che alle popolari non mancheranno “il coraggio, la fantasia e la determinazione” per proseguire la propria storia anche in un “contesto normativo pregiudizialmente e irragionevolmente avverso”.

Il commento (negativo) di Banca Etica

Non è certamente soddisfatto della riforma neppure Ugo Biggeri, Presidente di Banca Etica: l’istituto non è toccato dal provvedimento ma Biggeri sottolinea che “sembra decisamente favorire un mercato libero, ma non per tutti, in cui le forme cooperative sono ulteriormente svantaggiate. Questa riforma limita la libertà di scelta dei risparmiatori e non è a favore dei cittadini, né delle imprese visto che, numeri alla mano, non sono certo le banche popolari che hanno causato l'attuale crisi finanziaria e neanche la stretta creditizia, anzi le banche cooperative e popolari hanno svolto in questi anni un’importante funzione anticiclica. Sono le istituzioni finanziarie “too big too fail or to jail” che hanno determinato, con operazioni di finanza creativa basata su strumenti complessi, la crisi attuale”.

Confindustria e UE approvano

Tra i favorevoli si espone invece Confindustria, “è una mossa che va nella direzione giusta” ha detto Squinzi, oltre alla Commissione UE, con il portavoce del commissario ai servizi finanziari Jonathan Hill che lo giudica mirato a “semplificare la struttura della governance e rendere più facile per le banche popolari raccogliere capitali”. E se nelle dichiarazioni ufficiali si ribadisce lo stupore del top management delle banche coinvolte per un “provvedimento inatteso”, non mancano le indiscrezioni su contatti già in corso per definire, dall’interno del mondo delle banche popolari, la geografia delle nuove realtà, più grandi e forti, che emergeranno quando (ma qualcuno vorrebbe leggere "se") la riforma completerà l’iter di conversione. 

 

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