Lo scenario cripto europeo dopo la grande pulizia del MiCAR

Lo scenario cripto europeo dopo la grande pulizia del MiCAR

Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Lo scenario europeo dei criptoasset si è finalmente delineato lo scorso 1 luglio, con la fine del periodo transitorio previsto dal Regolamento europeo sui mercati delle cripto-attività (MiCAR): l’offerta di servizi relativi a criptoasset è ora riservata ai soggetti autorizzati.

Per questo settore così giovane, si tratta di un cambiamento epocale. L’Unione Europea ha infatti introdotto un quadro normativo completo, che include licenze, custodia, tutela dei consumatori e la gestione di un mercato unico da 450 milioni di abitanti.

Il principale pregio di questo framework è di rafforzare la fiducia di imprese e investitori, grazie a regole e garanzie chiare, che dovrebbero spianare la strada verso l’adozione dei criptoasset e la loro sperimentazione in diversi ambiti, dalla tokenizzazione alle stablecoin programmabili.

Uno su cinque ce l’ha fatta

Anche perché la nuova normativa ha praticamente decimato i player presenti sul mercato: degli oltre 1.200 operatori cripto che risultavano registrati secondo le diverse normative nazionali pre-MiCAR, meno di un quinto è riuscito a rispettare tutti i requisiti per ottenere una licenza. E verrà vigilato e monitorato in futuro.

Una selezione dura, che ha portato fuori dal mercato europeo brand cripto globali, e che ha visto i regolatori nazionali muoversi in totale autonomia. Con alcune giurisdizioni giudicate forse troppo morbide e altre, come l’Italia, molto rigorose. Al punto da spingere alcune autorità nazionali a chiedere a ESMA di occuparsi direttamente della vigilanza in questo ambito, soprattutto per i player di dimensioni maggiori.

Che cosa è cambiato

All’interno della UE, possono prestare servizi relativi ai criptoasset solo i soggetti che hanno ricevuto una autorizzazione a operare come Crypto-Asset Service Provider (CASP) oppure gli intermediari già vigilati, come le banche, che comunicano l’intenzione di entrare in questo ambito. Gli investitori saranno più protetti, grazie a requisiti di trasparenza, alla segregazione degli asset rispetto al patrimonio dell’intermediario e a specifiche regole di condotta.

Come per altre regolamentazioni europee, il via libera in un Paese della UE permette non solo l’iscrizione al Registro dei CASP tenuto dall’ESMA, ma anche una procedura rapida di ingresso in altri Paesi europei grazie alla classica “passaportazione europea”. Con gli immancabili arbitraggi normativi.

Che cosa succede, però, a chi non ha ottenuto un’autorizzazione? Molti di questi soggetti erano realtà di piccole dimensioni, che non sono riuscite a darsi la struttura necessaria per rispettare le nuove regole. Altri erano inattivi da tempo e continuavano a operare solo sulla carta. C’è poi il caso eclatante di Binance, su cui torneremo a breve. In ogni caso, l’operatività di chi non è autorizzato deve cessare: le uniche operazioni consentite ai clienti sono il prelevamento o lo spostamento dei criptoasset di loro proprietà.

Per le aziende extra UE resta la possibilità di esenzione in caso di “reverse solicitation”, cioè quando è il cliente a rivolgersi spontaneamente a loro. L’interpretazione di ESMA è però molto restrittiva, considerando proibite non solo attività di marketing ma, ad esempio, anche l’assenza di geoblocking per il traffico web proveniente dall’Unione Europea, oppure la presenza di pagine nella lingua ufficiale di un paese europeo e persino la sponsorizzazione di un evento a cui sono presenti atleti dell’Unione.

I nove soggetti autorizzati in Italia

Le autorità italiane, cioè la Consob in coordinamento con la Banca d’Italia, sono state giudicate tra le più severe in Europa (c’è il caso limite della Polonia, con le licenze bloccate dal mancato recepimento del MiCAR) e hanno autorizzato 8 CASP, cioè: CheckSig, Conio, CryptoSmart, Hercle, Hodli, Olliv, Riv Digital e Young Platform; e hanno inoltre ricevuto la notifica di avvio di servizi cripto da parte di Banca Sella.

Sul mercato nazionale possono anche operare, come detto, i CASP passaportati autorizzati in altri Paesi UE e alcune banche straniere, comprese Revolut e Trade Republic.

Per i CASP italiani si tratta ovviamente di un riconoscimento importante, che apre una nuova fase per i rispettivi modelli di business. Se il titolo di “prima autorizzata MiCAR in Italia” spetta a CheckSig, c’è anche chi, come Hodli, contestualmente all’ottenimento della licenza ha annunciato un rinnovo della governance, con un CdA in cui entrano professionisti del settore legale, bancario e tecnologico.

La “palma” di “CASP col perimetro autorizzato più ampio” va invece a Young Platform, che ha ottenuto l’ok della Consob a erogare ben 8 dei 10 servizi regolati da MiCAR, compreso il servizio di collocamento con cui Young potrà commercializzare nuove criptoattività di terzi ai propri clienti.

Ancora differente la storia di Hercle, che oltre all’autorizzazione come CASP ha ottenuto anche quella come IMEL.

Gli esuli di Binance scelgono l’autocustodia

Ha invece stupito qualcuno (ma non tutti) la mancata autorizzazione di Binance. Il colosso globale aveva scelto di richiedere l’autorizzazione MiCAR in Grecia ma, a pochi giorni dalla tagliola del 1 luglio, ha ufficialmente rinunciato alla via greca, annunciando che prenderà in considerazione un’altra giurisdizione europea, che comunicherà in seguito.

Per gli utenti europei di Binance si è quindi aperta la fase del “preleva o sposta”. E non mancano le sorprese, visto che il co-CEO di Binance, Richard Teng, ha diffuso una nota in cui spiega che, in base alle analisi interne e ai dati on-chain pubblici, «fino al 70% dei recenti deflussi da Binance sia confluito verso wallet self-hosted, anziché verso soggetti regolamentati ai sensi del MiCA. Limitare l’accesso a Binance non fa scomparire l’attività nel settore delle criptovalute. Gli utenti si spostano altrove e, in molti casi, sembrano farlo al di fuori del perimetro regolamentato, dove potrebbero beneficiare di minori tutele, di un supporto clienti più limitato, di ridotte possibilità di recupero degli asset e di una minore visibilità per le autorità».

La scelta di un wallet self-hosted, che offre minori garanzie operative rispetto a una piattaforma autorizzata MiCAR, sembra indicare una preferenza chiara, in qualche modo “anti-sistema”, tipica soprattutto dei Bitcoiner della prima ora.

«Se gli obiettivi dell’Europa sono il contrasto al riciclaggio di denaro (AML), al finanziamento del terrorismo (CTF) e la tutela degli utenti – conclude Teng – gli attuali risultati dovrebbero essere valutati alla luce di tali obiettivi. [...] L’obiettivo dovrebbe essere quello di mantenere gli utenti su piattaforme responsabili, adeguatamente vigilate e dotate della scala, dei controlli e delle capacità necessarie per tutelare gli utenti e supportare le autorità».

Un Effetto Bruxelles per il settore cripto?

La Commissione Europea ha già avviato una revisione del Regolamento, per mettere a punto la normativa su temi come stablecoin, finanza decentralizzata, staking e tokenizzazione degli asset.

E bisognerà vedere se e come il Regolamento MiCA impatterà al di fuori dell’Unione, seguendo il paradigma “Effetto Bruxelles” che ha già visto diversi regolatori esteri allinearsi ai principi della normativa europea.

Che diventa di fatto sia uno standard di mercato, sia una sorta di “bollino di qualità”, soprattutto in alcuni paesi. In primis, i vicinissimi Regno Unito e Svizzera, che continuano ad avere i loro regimi nazionali, supervisionati da FCA e FINMA. Ma i cui operatori dovranno comunque rispettare MiCA, per accedere al mercato europeo.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di luglio/agosto 2026 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.

 

La Rivista

Luglio/agosto 2026

IL CREDITO SI ADATTA ALLA FAMIGLIA CHE CAMBIA

Il credito al consumo alla prova del cambiamento demografico

Tutti gli altri numeri