Si riaprirà il 3 novembre la seconda finestra temporale per presentare richiesta di ammissione alla sandbox regolamentare per fintech e insurtech.
Ci sarà tempo fino al 5 dicembre 2023. E, a differenza della prima edizione, non ci sono limitazioni in termini di numero massimo dei progetti ammissibili, oppure di area tematica.
Ma quali sono stati i risultati della prima finestra? E con quali criteri possiamo valutare la validità della sandbox italiana nel generare innovazione? Se ne è parlato in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, moderata dall’Onorevole Centemero, lo scorso 19 settembre.
La nostra sandbox e quella degli altri
La sandbox italiana, come ha spiegato Laura Grassi, Direttrice dell’Osservatorio Fintech e Insurtech del Politecnico di Milano, è una delle tante attive a livello internazionale. Ed è arrivata, tra l’altro, con un decennio buono di ritardo rispetto alle esperienze più avanzate, come quella UK.
Prima ancora di chiedersi come misurarne il successo, quindi, bisognerebbe chiedersi come differenziarla dalle altre. Che cosa può portare le startup italiane a scegliere la sandbox nazionale, anziché guardare all’estero. E, magari, attrarre realtà estere grazie alla nostra unicità.
La sandbox, notoriamente, è l’idea di uno spazio di innovazione e sperimentazione di nuove idee, sotto lo sguardo della Vigilanza. Tradotta in legge, crea uno strumento che permette di capire se il modello innovativo proposto da una startup potrebbe funzionare, magari in seguito a un adeguamento normativo.
Non si entra, ad esempio, nel merito dell’effettivo potenziale di mercato di un nuovo servizio. E qui potrebbe esserci uno spazio futuro di evoluzione, magari coinvolgendo delle figure analoghe a quello di un “tutor”.
Banche e accompagnamento delle fintech
E in prima linea per assumere questo ruolo sembrano esserci le banche. Gli istituti di credito tradizionali potrebbero alimentare la sperimentazione grazie alla loro capacità di investimento e di attrarre capitali.
In BPER Banca, ad esempio, è attiva una sperimentazione in sandbox legata al prodotto Cessione del Quinto, una linea di business della controllata BiBanca.
Illimity, invece, sta sperimentando la possibilità di trasportare i dati di validazione AML da una banca all’altra mediante un wallet, in linea con l’identità digitale europea, e nello specifico mediante un QR Code immodificabile.
Come migliorare la sandbox
La seconda finestra di candidature sarà anche un’ulteriore occasione per riflettere su come migliorare il funzionamento della sandbox.
Un primo aspetto potrebbe riguardare la focalizzazione sull’innovazione di servizio, anziché di prodotto. Su qualcosa, cioè, che trasforma radicalmente la distribuzione o il modello di business e non può essere replicato dal resto del mercato nel giro di poche ore.
Un secondo aspetto è la feasibility, traducibile come realizzabilità, normativa e di business dei progetti che vengono presentati. Un modo per non “innamorarsi” della tecnologia in sé ma per valutarne la realizzabilità in termini di mercato dopo la fase di sperimentazione.
E, accertata la feasibility, valutare poi eventuali proposte di modifica normativa per concretizzare questo potenziale innovativo.
Gli attuali limiti
Anche perché, al di là dei numeri del primo round di candidature, le sandbox in giro per il mondo vantano molte storie di successo.
Certo, molte startup hanno opportunisticamente sfruttato l’ammissione a una sandbox regolamentare come un “bollino di qualità” per attrarre gli investitori istituzionali. Un meccanismo utile alla raccolta ma che non nasconde qualche rischio: perché essere ammessi significa che il proprio modello ha bisogno di una deroga regolamentare prima, e di un eventuale adeguamento legislativo poi.
Verso la seconda finestra
È in questo quadro che si aprirà, il 3 novembre, la seconda finestra di ammissione. In cui si verificherà anche l’impatto del DL Fintech, che accogliendo una serie di sollecitazioni del mercato dovrebbe portare a un maggior numero di candidature accettate.
Ne abbiamo parlato con l’onorevole Giulio Centemero.
Centemero: «la grande sfida è quella delle BigTech. E la sandbox può aiutare il Paese»
AziendaBanca. Onorevole Centemero, una decina di anni fa, all’inizio dell’ondata fintech, le banche sembrano stare un po’ in disparte, osservando che cosa accadeva. Oggi sembra aprirsi una fase di collaborazione. Possono essere utili degli strumenti per aiutare le banche a investire nelle realtà emergenti e ad accompagnarle sul mercato?
On. Giulio Centemero. La percezione è che alcuni prodotti Fintech siano complementari e integrabili con i servizi bancari. Altri no, perché rientrano nella finanza alternativa o complementare, e quindi per definizione non integrabile con le banche.
Io auspico comunque che si vada tutti nella stessa direzione, sempre tenendo conto di questa differente tipologia di servizi offerti.
Anche perché dobbiamo chiederci come vogliamo rispondere, come Sistema Paese, alla concorrenza delle Big Tech verso le banche. Alcune grandi aziende tecnologiche, lanciando servizi finanziari, potrebbero minacciare anche i principali istituti italiani.
È questo lo scenario in cui dobbiamo ragionare: capire qual è lo scenario competitivo per fare sistema a livello di Paese, così da tutelare i risparmi degli italiani e garantire sostegno all’economia reale.
AB. Come si bilancia il sostegno all’innovazione, fintech compreso, con la regolamentazione delle Big Tech e la protezione delle fasce più deboli della popolazione?
GC. La sandbox regolamentare è un esempio di strumento che può essere d’aiuto. In generale, non occorre limitare il mercato, ma stabilire delle regole precise sui principi di trasparenza e della protezione dei dati.
In alcuni casi, invece, c’è una opacità che si traduce in un vantaggio competitivo per le Big Tech, soprattutto quando possono sfruttare la regolamentazione di altri Paesi.
Ci sono poi ambiti specifici, come l’attività bancaria, gli investimenti e così via, in cui la Vigilanza è molto attenta e non abbiamo motivo di preoccuparci.
AG. Il futuro della digitalizzazione del banking, e quindi anche del fintech, dipende dallo sviluppo di una normativa che è sempre più europea. Quanto conta la capacità nazionale di adattarsi alla regolamentazione in divenire?
GC. La strategia corretta è anticipare l’evoluzione normativa. Lo abbiamo visto con il crowdfunding: l’Italia è stato il primo Stato comunitario a dotarsi di una norma sull’equity crowdfunding. Poi c’è stato qualche inciampo nel recepimento della nuova Direttiva.
Nel DL Capitali ci sono delle misure importanti, come la dematerializzazione delle quote delle Srl, molto importante proprio per il crowdfunding. E ci sono anche elementi di educazione finanziaria.
AB. La normativa in alcuni casi sembra essere molto avanti rispetto alle iniziative di banche e fintech. Penso alla regolamentazione allo studio sul tema dell’intelligenza artificiale, ad esempio.
GC. C’è stato un importante salto in avanti. In alcuni casi avviene sulla scia dell’hype intorno ad alcune tecnologie, altre per evitare che ci siano fenomeni distorsivi sulla società, e in particolare sulle fasce più deboli.
Anche in questo aspetto, la sandbox può essere di aiuto. Il confronto tra gli operatori di mercato, chi svolge attività di Vigilanza e chi fa le norme permette di sperimentare e di realizzare una normativa collegata alla realtà.