A tre anni da una campagna di equity crowdfunding, poco meno di un’impresa su quattro è in crescita. Il 23% delle aziende che hanno chiuso una raccolta tra il 2014 e il 2019, infatti, riporta un trend positivo di ricavi e margini a un triennio dalla fine della campagna, secondo un Report realizzato da Italian Tech Alliance e BizPlace.
Il dato, va detto, è perfettamente in linea con le logiche del venture capital. Anzi, potremmo anche definirlo migliore rispetto alle attese degli investitori.
Ma l’analisi fornisce una serie di metriche utili per capire come sta performando questo strumento di investimento e raccolta, che pesa per il 10% del valore complessivo degli investimenti in Italia:
- le startup che raccolgono Series A, quindi più mature, riescono a rispettare i tassi di crescita attesi sul fatturato, con un CAGR medio del 106%, anche se senza raggiungere in media i risultati attesi. Le aziende che raccolgono un pre-seed o un seed, più giovani, in genere registrano CAGR del 27% e del 36%;
- i risultati a distanza di tre anni raccontano scenari molto diversi rispetto a quelli ipotizzati dalle aziende al momento della raccolta;
- in generale, c’è una scarsa capacità previsionale da parte delle emittenti, con uno scostamento medio del fatturato reale rispetto alle previsioni che va dal -51% delle società operanti in ambito Media al -95% di quelle attive in Lifestyle, Lice Sciences, Smart City, Educazione e Risorse Umane;
- ci sono comunque già diverse storie di successo, con aziende di vari settori che hanno raggiunto ottime performance economico-finanziarie e sono state acquisite da grandi operatori, oppure si sono quotate in Borsa;
- guardando solo al 23% di emittenti cresciute in termini di ricavi dopo l’aumento di capitale tramite crowdfunding, il 75% ha visto tassi di crescita superiori al 20% anno su anno.
Abbiamo commentato i principali risultati con Andrea Bonabello, Partner di BizPlace.
AG. Nel report parlate di “scarsa capacità previsionale delle emittenti”: si tratta solo di “mancanza” di competenze presso le imprese o mancano anche strumenti e meccanismi per verificare le previsioni all’interno dell’ecosistema del crowdfunding equity?
AB. C’è certamente un tema di esperienza e competenza delle imprese nel rappresentare con accuratezza i risultati previsionali del loro business: molte di loro sviluppano il primo business plan proprio per il round di finanziamento tramite equity crowdfunding. Ma non è questo, a mio parere, l’unico motivo per il quale si assiste a questi marcati discostamenti rispetto alle previsioni iniziali.
Ulteriori motivazioni delle cause di questo fenomeno sono la tendenza di alcune imprese ad esagerare le proiezioni per risultare maggiormente appetibili agli investitori, il fatto che la normativa non imponga ai portali un’azione di filtro e analisi critica di tali numeri prima che vengano condivisi con il mercato e la sempre più consolidata abitudine di impostare gli obiettivi di raccolta non tanto in relazione alle effettive necessità di liquidità risultanti dal piano delle imprese quanto piuttosto alla capacità del mercato (e in alcuni casi delle aziende medesime) di raggiungere facilmente tali obiettivi, perseguendo quindi più la funzione comunicativa della campagna di Equity Crowdfunding che la sua funzione finanziaria.
AG. I dati del Politecnico di Milano parlano di un calo dell’ammontare raccolto mediante equity crowdfunding e di campagne che si chiudono sì con successo, ma dopo un maggiore lasso di tempo. Questa grande importanza alla componente comunicativa può essere la causa di aspettative eccessive sull’equity crowdfunding e, quindi, di una certa “delusione”?
AB. Si, ma sicuramente anche il contesto macroeconomico ha avuto un ruolo importante nel rallentamento dell’Equity Crowdfunding, che resta tuttavia un mercato con grandissime potenzialità inespresse in Italia. L’ECF rappresenta ancora una nicchia del mercato del Venture Capital italiano che, a sua volta, è una nicchia del mercato del Venture Capital europeo, ritengo pertanto che siamo molto distanti da un contesto di bolla e anzi mi aspetto una forte ripresa nei prossimi mesi.
Certo, qualche “delusione” può esserci stata tra gli investitori meno esperti, ma non è nulla di anomalo o preoccupante in un settore che promette alti rendimenti ma anche alti rischi. Chi investe dovrebbe sapere che non tutte le operazioni andranno a buon fine.
I dati relativi alle società che hanno fatto raccolta tramite Equity Crowdfunding in Italia sono nella norma, anzi, forse sono addirittura più favorevoli rispetto alla percezione delle performance medie delle startup italiane. Quante volte sentiamo dire che il 90% delle startup fallisce? E invece questa affermazione non ha basi statistiche.
In Italia il tasso di fallimento delle startup è del 20% dopo 8 anni, In Europa del 44% dopo 5 anni (fonti Eurostat e Camera di Commercio). Certo va detto che tra non fallire e andare bene, però, c’è una certa differenza.
Ed è questo che emerge dal nostro studio: la maggioranza delle aziende che hanno fatto una raccolta di equity crowdfunding sopravvivono. La stragrande maggioranza delle imprese decresce seppur mantenendo margini positivi o cresce lentamente e con margini negativi. Queste performance finanziarie contenute non permettono a queste imprese di raggiungere nuovamente il mercato dei capitali e tanto meno una scalabilità internazionale, condannandole dunque ad uno status di “incompiute”.
AG. Abbiamo un 23% di aziende in crescita (somma del 13% di crescita del fatturato y/y e del 10% di quotate o acquisite) e un 24% di aziende che performano negativamente, cioè sono state liquidate (il 9%) o hanno ricavi in calo dopo la raccolta e un EBITDA in rosso (il 15%). Che cosa insegnano questi dati al piccolo risparmiatore non esperto che non conosce l’equity crowdfunding?
R. Il piccolo risparmiatore, innanzitutto, deve sapere che può beneficiare di detrazioni importanti, dal 30% al 50%, mentre le persone giuridiche beneficiano di deduzioni per il 30%. Considerando i benefici fiscali, dal 23% di società che sta crescendo si possono comunque ottenere rendimenti medi importanti.
Considerando infatti i benefici fiscali connessi a questo tipo di investimenti sarebbe sufficiente che questo 23% di società generasse un rendimento medio 3x sul capitale investito per avere un bilancio complessivo positivo per gli investitori e dunque per il mercato in generale.
Questo è esattamente il modo in cui funziona il venture capital: una piccola minoranza delle imprese del mio portfolio mi devo aspettare che generi dei rendimenti tali da recuperare e superare i rendimenti negativi della maggioranza delle altre imprese su cui ho investito.
AG. Avete individuato un “profilo medio” di raccolta equity di successo, ad esempio per settori di riferimento o ciclo di vita dell’azienda che apre la raccolta?
R. Sì, ma anche qui il profilo medio evolve nel corso del tempo. All’inizio, l’equity crowdfunding attirava aziende pre-seed, società molto piccole e giovani che usavano questo strumento come finanza alternativa sperimentale. Veri pionieri.
Lentamente, per ragioni di business e di mercato, le piattaforme hanno iniziato a selezionare società più mature, che competavano per round Series A. Il mercato si è quindi progressivamente spostato verso aziende più grandi e più mature.
Si osservano poi dei settori che hanno canalizzato più investimenti di altri e in particolare AgriTech, Smart City, Fintech e Digital. Ma questi sono anche gli ambiti di maggiore forza dello scenario tech italiano, quindi non è un dato particolarmente sorprendente.
AG. Quali effetti vi attendete dall’implementazione, peraltro già lungamente attesa, del Regolamento Europeo sul Crowdfunding?
Mi attendo delle aggregazioni, alcune sono già avvenute. Sulla scia di Crowdfundme che acquisisce Trusters, ci saranno altre operazioni simili in Europa. Penso, ad esempio, a player stranieri che entreranno nel mercato italiano mediante un’acquisizione, sia nel campo dell’equity crowdfunding sia in quello del lending crowdfunding.
L’abbattimento delle barriere all’ingresso darà dinamicità al mercato ed è un’opportunità per chi già opera in questo ambito e potrà sfruttare regole comuni per ragionare su una scala europea.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2022 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.