Comprendere il nuovo contesto di mercato, estremamente sfidante per il Fintech, e fornire opportunità di apprendimento, workshop, corsi di formazione su misura focalizzati su tematiche quali valutazione, startup, imprenditorialità e innovazione del settore, partendo dalla collaborazione tra gli attori del settore.
È l’obiettivo dello European FS Tech Hub of Milan dell’I.C.E. SDA Bocconi, lanciato il 27 novembre scorso durante Call Tech Action.
Un approccio dal basso
Come racconta ad AziendaBanca Gimede Gigante, Responsabile dell’Hub e Direttore della divisione I.C.E. di SDA Bocconi, «ci siamo posti l’obiettivo di portare il contributo della nostra scuola di business allo sviluppo dell’ecosistema delle imprese che innovano i servizi finanziari.
E vogliamo farlo con un approccio bottom-up, facendo leva sulla collaborazione tra tutti gli attori dell’ecosistema, e definendo insieme le linee guida da seguire per accompagnare le fintech in un confronto con le tematiche di Valutazione, Management e Governance».
Alla realizzazione del progetto hanno partecipato diversi player, tra cui Tinaba, Deloitte, Intesa Sanpaolo, il Gruppo Iccrea, Banca Mediolanum, Banca Progetto, EY, Esperia Investor, Banca Popolare Puglia e Basilicata, BCC San Marzano insieme ai Regulators e alle associazioni di settore come Assofintech, Italian Insurtech Association e Italian Tech Alliance.
È cambiato tutto
A rendere necessario un nuovo approccio è l’impatto che la fine dell’era del free money ha avuto sul fintech, e più in generale sulle startup, in tutto il mondo. Con effetti diversi in quei Paesi, come l’Italia, in cui il settore è meno sviluppato.
«Anche nel periodo post-pandemia – commenta Gigante – è proseguita una politica monetaria espansiva, con molta liquidità in circolazione e i tassi di interesse a zero. Nel 2022 è arrivato un cambiamento brusco, anche geopolitico, che nel 2023 si è tradotto in una decelerazione macroeconomica che, insieme al rialzo dei tassi, ha messo a dura prova i modelli di business».
I fallimenti di alcune realtà fintech, nella grande maggioranza dovuto all’esaurimento della liquidità a disposizione e all’impossibilità di reperirne di nuova, hanno aumentato una sfiducia generale nelle prospettive del settore. E il Venture Capital si è fatto ancora più prudente nella valutazione dei modelli di business.
Verso un fintech as a service
L’asticella della competizione si è decisamente alzata.
«Le realtà fintech che supereranno questa fase di selezione di mercato – osserva Gigante – sono quelle con un business model solido.
È in corso un cambiamento epocale negli obiettivi delle fintech. Quando c’è finanza si può investire sulla crescita della customer base e sull’espansione, ma quando non c’è serve un business model solido, capace di generare utili.
Molte realtà si stanno riposizionando da qualche tempo verso modelli B2B, di partnership win-win con gli attori tradizionali».
Ripensare i KPI
Il punto di forza di questo modello che vede il “fintech as a service” è proprio fare incontrare le necessità dei player nuovi e di quelli tradizionali.
Le realtà emergenti lavorano con i clienti di banche o assicurazioni, che a loro volta innovano la propria offerta di servizi senza esporsi al rischio di disintermediazione e con investimenti ridotti.
«Ma questo cambia la filosofia di valutazione del fintech – afferma Gigante. La redditività e la profittabilità contano più della crescita fine a se stessa: si deve guardare ad altri parametri come l’ARPU (Average Revenue per User) e il costo di acquisizione, ad esempio, non più solo alla crescita della base clienti.
Importante inoltre considerare i “soft indicators” come la Governance intesa come soci fondatori e loro visione strategica, il management e la gestione aziendale e dei rischi, l’analisi della regulation e dell’ecosistema in cui la fintech si sviluppa.
I soci fondatori di alcune realtà hanno, per esempio, lavorato con un’ottica di medio-lungo termine, magari con meno clamore mediatico, e sono stati penalizzati dai “vanity KPI” in voga fino a qualche anno fa.
Oggi, però, le loro aziende hanno buoni fondamentali, i loro risultati sono in crescita e si avvicinano al segno positivo».
Una cultura della compliance
Da qui l’esigenza di ridefinire anche le logiche di collaborazione tra incumbent e startup.
Partendo da quella che è la necessità fondamentale di ogni azienda del Finance: una governance solida e una cultura della compliance.
«Già da alcuni anni vediamo un avvicinamento tra il mondo fintech e quello bancario e assicurativo tradizionale, compresi i regulators – premette Gigante –, come ben rappresentano iniziative come il Fintech Hub di Milano di Banca d’Italia che supporta lo sviluppo di progetti innovativi e attività di ricerca, e grazie alla sua Sandbox Regolamentare, promuove attività di sperimentazione assistita dalle Autorità di vigilanza».
Milano e l’Italia
Il progetto di SDA Bocconi nasce a Milano, che si conferma in prima fila nello scenario del fintech italiano.
«Circa il 50% degli operatori fintech italiani ha sede nel capoluogo lombardo – conferma Gigante – e la città ha quindi un ruolo importante per fare ecosistema e per attirare investitori anche internazionali.
Lo scenario italiano in generale, comunque, è eterogeneo e in rapido sviluppo: nel 2011 contava appena 16 operatori, oggi siamo a 630. Certo, mancano politiche di ampio respiro, come quella della Francia di Macron, in cui l’impatto della contrazione degli investimenti è stato minore.
Ci sono comunque dei macrotrend importanti e che vanno attentamente analizzati: oggi l’intelligenza artificiale per esempio è al centro dell’attenzione del Venture Capital.
Ci sono quindi opportunità interessanti sia per le fintech esistenti che vogliono inserire IA nei propri prodotti e servizi, sia per nuove startup in questo ambito».
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio/febbraio 2024 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.