L’ecosistema italiano a sostegno delle startup ha accelerato notevolmente negli ultimi due anni, ma sconta ancora alcuni ritardi strutturali, ad esempio sul fronte della burocrazia e nel numero ancora limitato di investitori.
Ne abbiamo parlato con Andrea T. Orlando, Managing Partner di Startup Wise Guys Italy.
L'intervista può essere letta in formato testuale o ascoltata mediante il player integrato.
AG. Abbiamo raccontato la vostra realtà circa due anni fa, al vostro arrivo in Italia. Come è cambiato l’ecosistema italiano delle startup in questo periodo?
AO.C’è stata una forte spinta da parte sia di operatori istituzionali sia di privati per rafforzare l’ecosistema con risorse finanziarie e, in generale, con un supporto agli imprenditori.
Al nostro Paese si sono affacciate diverse realtà internazionali, che hanno confermato l’interesse per l’Italia e per il substrato imprenditoriale italiano. C’è stato sicuramente un aumento della maturità di imprenditori e operatori, e anche di fiducia.
Per rafforzare questa fiducia servono più role model: le startup sono un’industria rischiosa, che ha bisogno di esempi virtuosi di successo, di persone che ce l’hanno fatta.
L’Italia sta crescendo a una velocità notevole, anche se ancora non a quella desiderata. Rispetto a due anni fa, il boost c’è stato, ma vedo ancora un gap importante rispetto ad altri ecosistemi.
AG. A proposito del gap importante rispetto ad altri ecosistemi. In un articolo, recentemente, hai scritto che l'Italia avrebbe tutte le carte in regola per diventare un elemento trainante per le startup in Europa. E invece, che cosa ci manca?
AO. Ci sono ancora elementi strutturali, storici, che rallentano l’operatività. Il nostro sistema di diritto, ad esempio, impone una serie di lentezze che altrove non ci sono. In Estonia si può fare un aumento di capitale senza un notaio.
Viviamo in un impianto giuridico che si è consolidato in secoli e che è stato sicuramente oggetto di revisioni, ma non è a trazione digitale.
Ci sono altri elementi strutturali del sistema Italia che non lo rendono particolarmente agile. Penso alla cultura del rischio: in alcuni casi il talento delle persone è intrappolato, non vuole o non può prendersi il rischio di impresa. C’è chi è “intrappolato” in azienda ma non ha incentivi ad andarsene.
Questa cultura non facilita la nascita di iniziative imprenditoriali. E torniamo al discorso di poco fa: ci mancano i role model. Li avremo tra 10 o 15 anni, quando avremo le prime exit importanti con imprenditori neo milionari che re-investiranno le loro risorse nell’ecosistema.
L’Italia è agli albori: Satispay è diventata unicorno qualche settimana fa, Scalapay qualche mese fa. Avremo in futuro degli imprenditori di successo che diventeranno Angel. Ce ne sono già stati, certo, ma sono ancora poco numerosi.
AG. Manca una prima generazione di persone che ce l’hanno fatta e danno una mano a chi vorrebbe farcela?
AO. Una prima generazione di imprenditori di successo c’è stata. E questi founder sono diventati investitori: ma parliamo di una dozzina di persone che hanno ora più di 50 anni.
Ci serve una vera e propria generazione che faccia da role modeling e sviluppi circoli virtuosi. E poi una terza generazione, che acceleri ulteriormente il processo.
Perché io posso essere un piccolo investitore, ma un ex founder che ha avuto una exit di successo ha un’altra capacità di investimento e, soprattutto, ha completato un corso “sul campo” di rischio imprenditoriale. Lo hanno vissuto in prima persona e sanno come funziona l’investimento in startup.
AG. Ancora sul gap verso l’estero. Ci sono molte realtà di successo fondate da italiani, ma all’estero. Oppure scale up che, crescendo, valutano di trasferirsi in altri paesi. C’è un problema di “diaspora dei founder” in Italia? E come possiamo arginarla?
AO. C’è sicuramente un problema. Il primo è l’impianto giuridico del nostro Paese: che dà molte certezze, ma è anche estremamente complesso e può rallentare l’operatività di un’azienda. Soprattutto se ha una crescita asintotica, velocissima: pensiamo alle opzioni di recesso o alla gestione delle assemblee.
Certo, ci sono anche esperienze virtuose che sono riuscite a crescere nonostante questa complessità.
Secondo problema: la scarsità di capitali privati e pubblici. Si sta cominciando a porre rimedio a questo aspetto, ma siamo indietro. Con un’iperbole, potrei dire che in un palazzo di Londra troviamo lo stesso numero di fondi di venture capital presenti in tutta l’Italia.
Al di là delle esagerazioni, chi ha un progetto si chiede giustamente quanta possibilità ha di raccogliere fondi in Italia: il progetto è buono ma l’ambiente è molto competitivo perché le risorse sono limitate. Meglio provarci in UK, in Germania, in Francia o in Estonia.
Va detto che l’Italia sta attirando nuovi fondi di venture capital, proprio perché ha un tessuto imprenditoriale di qualità. E anche il Cassa Depositi e Prestiti VC sta iniettando risorse importanti nell’ecosistema nazionale.
Poi molto dipende dalla fase di evoluzione della startup. Per il pre-seed esistono alcune alternative: al Paese farebbe bene averne di più, ma comunque la situazione sta migliorando.
Per le startup e le scaleup, invece, la situazione è più difficile e sicuramente la tentazione di andare all’estero e beneficiare di un accesso più semplice al capitale è molto forte.
