La brexit è una catastrofe per il Regno Unito. Ma le conseguenze si vedranno chiaramente nei prossimi anni, secondo Massimo Siano, Head of Southern Europe di ETF Securities.

UK: salari reali in calo
L’idea che la Brexit sia stata una piccola brezza da cui il mercato UK è già uscito è, nel migliore dei casi, una illusione data da una parte dei media in base a una lettura parziale dei dati. In primis quelli sulla disoccupazione e sul PIL. Perché il Regno Unito ha sì un tasso di disoccupazione più basso rispetto alla media UE: ma il potere di acquisto, cioè i salari reali dei britannici, è calato negli ultimi 8 anni con lo stesso ritmo di quello dei greci.
Una crescita “gonfiata” per il PIL inglese
E il PIL risulta in crescita a livelli paragonabili a quello dell’Unione Europea nel suo complesso. Ma lo sta facendo a fronte di un continuo aumento del debito pubblico e non certo per investimenti in infrastrutture e produttività. Una “crescita non sana”, la definisce Siano, paragonandola a quella italiana negli anni Ottanta che ha portato a un debito pubblico difficilmente controllabile.
Sterlina verso la parità contro l’Euro, nel medio-lungo
Da qui la previsione: la sterlina è destinata a scendere ancora, almeno fino alla parità contro l’Euro, anche se nel lungo termine. Se il 29 marzo prossimo il Regno Unito darà l’inizio ufficiale alla Brexit, in base a quanto stabilito dall’art. 50 dei Trattati UE, il processo di uscita si completerà in due anni. E, da fine marzo 2019, in assenza di un nuovo trattato commerciale con la UE, le imprese british si troveranno a pagare su importazioni ed esportazioni i dazi del WTO. E i tempi per un nuovo trattato commerciale con una Europa non proprio amichevole potrebbero essere decisamente più lunghi.
40 miliardi di sterline dal Finance in fuga
Ancora peggiore la situazione per il settore finanziario. La lotta per accaparrarsi le multinazionali finanziarie in fuga da Londra e alla ricerca di un passaporto europeo è nota a tutti: in prima fila Dublino, Francoforte, Amsterdam, Parigi e Milano. La torta è molto interessante: il white book sulla Brexit stima “l’export del settore finance” in circa 40 miliardi di sterline. A cui vanno aggiunte le attività di consulenza (IT, strategica, legale...) collegate al Finance, più tutto l’indotto.
La sindrome italiana
La tempesta perfetta per la sterlina si completa con un current account, cioè la differenza tra importazioni ed esportazioni, in pesante deficit: il Regno Unito esporta meno, nonostante la svalutazione. Questo porta Siano a prevedere scenari particolarmente cupi nel medio-lungo termine per il pound. Anche perché, conclude, a pagare il vero prezzo della Brexit sarà la prossima generazione: se l’attuale trend di crescita del PIL gonfiata dal debito dovesse continuare, lo UK si troverà tra qualche anno in una situazione di crescita lentissima, pesantemente condizionata dal debito. Esattamente come l’Italia a qualche decennio dagli anni Ottanta.