Risparmio. Solo il 5% sceglie il fai da te

Il detto “chi fa da sé fa per tre” non vale nella gestione del risparmio. Solo il 5% degli italiani infatti gestisce il patrimonio in autonomia. La consulenza resiste, spesso scelta proprio da chi ha provato a fare da solo ma senza successo.

Consulenti Finanziari

1,62 milioni di persone scelgono il fai da te

Una recente ricerca firmata Demia per conto di Assogestioni e presentata al Salone del Risparmio parla chiaro: 1,62 milioni di persone su un totale di 32 milioni (tra i 35 e i 74 anni di età) fanno tutto senza il supporto di un consulente, dalla selezione dei prodotti, al timing di acquisto, fino alla vendita e allo switch.

I “fai da date”? Esperti e digital

Sono quei pochi risparmiatori con buone conoscenze finanziarie, grande fiducia nelle proprie abilità e ottima dimestichezza con web e app: un buon 53% di quelli che lo studio chiama i “fai da te” si diverte infatti nel seguire personalmente i propri investimenti, mentre il 36% si dichiara ferrato nell’utilizzo dell’internet banking. In aggiunta a un 46% che apprezza il fai da te per i vantaggi portati dalla MiFID2.

Perché il consulente?

Il quadro si ribalta invece per chi si affida a un consulente: il 42% del campione si rivolge all’advisor proprio per le insufficienti conoscenze in materia, unite alla percezione della complessità dei mercati (34%). Idem per i cosiddetti “ex fai da te”, cioè chi ha provato a fare da solo, ha perso molto e ha quindi deciso di tornare dal consulente.

“A volte ritornano”…

Tra questi ultimi il 49% ha dichiarato che avere a fianco un esperto aiuta se i mercati si fanno sempre più complessi, soprattutto per calcolare in modo adeguato i rischi (opinione del 32% degli ex fai da te). Ma anche per investire in mercati sconosciuti (37%) o in caso di mancanza di tempo per dedicarsi al fai da te (25%).

…alla ricerca di più competenza

Tutti vantaggi confermati anche dagli stessi consulenti finanziari: secondo il 64% è appunto la scarsa competenza a riportare i risparmiatori da loro, così come la necessità di pianificare nel medio-lungo periodo gli strumenti più adatti (a dirlo è il 46% degli advisor). Oltre, ovviamente, alle perdite riscontrate (45%).

 

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