
Che cosa è INSP
INSP, acronimo di Intelligent Network Services Platform, non è una piattaforma consortile per la compliance alla PSD2, ma un ecosistema chiuso, ad adesione volontaria, pensata per banche, compagnie assicurative, telco, utilities, realtà dell’e-commerce e di altri settori. Che in INSP potranno collaborare in modo selettivo (scegliendo cioè a quali partner “aprirsi”) appoggiandosi a soluzioni standard e condivise per aspetti come onboarding, KYC, analytics, antifrode, ma anche a un motore per l’upselling e il cross selling verso individui e aziende.
Apertura strategica
L’idea è, appunto, di scegliere strategicamente con quali realtà collaborare e su quali progetti, con un approccio modulare e scalabile che garantisce, naturalmente, compliance alla normativa e alla data protection. «Lo scopo di INSP è essere un partner di industry diverse che vogliono collaborare – spiega Enrico Lodi, Direttore Generale di Crif. Banche, compagnie assicurative e altre aziende hanno solo una parte di clientela in comune. Si può quindi pensare di sviluppare un’offerta incrociata, ad esempio un’offerta gas e luce di una multiutility per i clienti di una banca. La piattaforma prevede anche strumenti di analytics per intercettare il bisogno emergente di un cliente e fornire così al partner dei lead qualificati».
Offerte mirate
Rispetto ai tradizionali accordi di partnership commerciale, la novità è tutta tecnologica. L’offerta di prodotti si attiva infatti in base a bisogni precisi del cliente, individuati grazie ai dati. «La piattaforma integra le informazioni chiave sulla customer base dei soggetti partecipanti – prosegue Lodi – ovviamente condividendole solo coi partner scelti dall’azienda. E integra anche le informazioni di Crif, che gestisce la piattaforma come third party provider. Grazie all’open banking, il cliente può dare il consenso a ricevere offerte non generiche ma personalizzate sulle sue esigenze».
Verso l’open banking
La piattaforma è stata annunciata al CRIF Top Executive Meeting di inizio luglio a Roma. Un evento in cui il tema dell’open banking è stato al centro dell’attenzione. Vi segnaliamo tre spunti interessanti dall’intervento di Carlo Giugovaz, FinTech & Innovation Council Director Efma e CEO Supernovae Labs, che ha presentato la sintesi di una ricerca sull’open banking:
• il FinTech ha atomizzato singoli aspetti del business bancario (puntando sulla specializzazione e “spacchettando” il tradizionale bundle bancario), e grazie alle API il cliente (tramite un marketplace) può ricomporre o aggregare a sua misura i diversi servizi;
• gran parte delle tecnologie è ancora immatura. Mobile wallet, mobile POS, pagamenti P2P e P2P lending sono ormai mainstream. Il roboadvisory è nella fase della disillusione (a cui dovrebbe seguire un lancio commerciale sostenibile). Tutto il resto (o quasi) deve ancora maturare;
• i modelli di business possibili sono molteplici e prevedono diversi gradi di collaborazione tra banche (tradizionali o challenger) e FinTech su diversi aspetti. Gli estremi vedono un FinTech “puro” in cui la banca è una pura piattaforma white label e, all’opposto, la collaborazione tra banche in joint venture.
Le aspettative e la realtà
Sul tema open banking è intervenuto anche Umberto Filotto, Vice Presidente di Eurofinas. Anche qui vi proponiamo alcuni spunti interessanti:
• nel credito, le aspettative sulla digitalizzazione sono diverse dalla realtà. Nel 2017 il 67% delle erogazioni è passato per processi interamente manuali, il fully digital era solo al 12%. Per il 2020, l’industry si aspetta (aspettative, appunto) che il fully digital arrivi al 34% delle erogazioni, mentre i processi interamente manuali saranno ancora in maggioranza relativa, al 38%;
• la spaccatura aspettative/realtà prosegue a livello di singoli processi. Tra le operazioni “digitalizzabili” spiccano le informazioni contrattuali e il processo di approvazione del finanziamento col 66%, la documentazione contrattuale con il 64%, la firma (50%) e la verifica dell’identità (49%). Su ferma al 43% delle “aspettative” il diritto di recesso del cliente. Per il 17% la verifica dell’identità, per il 16% la firma e per l’8% le procedure per l’esercizio del diritto di recesso. Aspettative e realtà, di nuovo, divergono.
I clienti non sono tutti uguali
Filotto ha anche anticipato i risultati un’indagine SDA Bocconi, che ha considerato tre gruppi di clienti, in base al loro “orientamento al digitale”: basso, medio o alto. Va da sé che chi è più orientato al digitale fa anche più acquisti online, usa i servizi finanziari digitali (il 54% degli “altamente digitali” lo fa). I clienti, in generale, sono disposti a condividere informazioni in cambio di vantaggi e offerte personalizzate: il 50% condividerebbe dettagli su bisogni e desideri, ma solo tra il 18% e il 24% (in base all’orientamento al digitale) autorizzerebbe l’accesso a dati sulla propria situazione finanziaria.
I multibancarizzati sono anche i più digitali
Condividere dati in cambio di cosa? Piacciono le offerte vantaggiose delle Utilities (tra il 54% e il 59%, in base alla fascia di età del cliente), l’accesso a facilitazioni di pagamento (tra il 52% e il 54%), l’accesso a programmi fedeltà (66/74%) o a sconti personalizzati (72/78%). La cosa più rilevante, per quanto intuibile, i multibancarizzati sono anche i clienti più evoluti nel digitale: il 42% degli “altamente digitali” ha rapporti con almeno 2 banche, il 6% con 3, il 3% con 4 o più. Che è come dire che il segmento di clientela target degli aggregatori è anche quello più facile da raggiungere.