CRIF lancia una piattaforma open per il business

CRIF INSP

Al via entro fine luglio INSP, la global digital platform promossa da Crif per sviluppare nuovi modelli sinergici di business tra banche e realtà di altri settori.

Che cosa è INSP

INSP, acronimo di Intelligent Network Services Platform, non è una piattaforma consortile per la compliance alla PSD2, ma un ecosistema chiuso, ad adesione volontaria, pensata per banche, compagnie assicurative, telco, utilities, realtà dell’e-commerce e di altri settori. Che in INSP potranno collaborare in modo selettivo (scegliendo cioè a quali partner “aprirsi”) appoggiandosi a soluzioni standard e condivise per aspetti come onboarding, KYC, analytics, antifrode, ma anche a un motore per l’upselling e il cross selling verso individui e aziende.

Apertura strategica

L’idea è, appunto, di scegliere strategicamente con quali realtà collaborare e su quali progetti, con un approccio modulare e scalabile che garantisce, naturalmente, compliance alla normativa e alla data protection. «Lo scopo di INSP è essere un partner di industry diverse che vogliono collaborare – spiega Enrico Lodi, Direttore Generale di Crif. Banche, compagnie assicurative e altre aziende hanno solo una parte di clientela in comune. Si può quindi pensare di sviluppare un’offerta incrociata, ad esempio un’offerta gas e luce di una multiutility per i clienti di una banca. La piattaforma prevede anche strumenti di analytics per intercettare il bisogno emergente di un cliente e fornire così al partner dei lead qualificati».

Offerte mirate

Rispetto ai tradizionali accordi di partnership commerciale, la novità è tutta tecnologica. L’offerta di prodotti si attiva infatti in base a bisogni precisi del cliente, individuati grazie ai dati. «La piattaforma integra le informazioni chiave sulla customer base dei soggetti partecipanti – prosegue Lodi – ovviamente condividendole solo coi partner scelti dall’azienda. E integra anche le informazioni di Crif, che gestisce la piattaforma come third party provider. Grazie all’open banking, il cliente può dare il consenso a ricevere offerte non generiche ma personalizzate sulle sue esigenze».

Verso l’open banking

La piattaforma è stata annunciata al CRIF Top Executive Meeting di inizio luglio a Roma. Un evento in cui il tema dell’open banking è stato al centro dell’attenzione. Vi segnaliamo tre spunti interessanti dall’intervento di Carlo Giugovaz, FinTech & Innovation Council Director Efma e CEO Supernovae Labs, che ha presentato la sintesi di una ricerca sull’open banking:

• il FinTech ha atomizzato singoli aspetti del business bancario (puntando sulla specializzazione e “spacchettando” il tradizionale bundle bancario), e grazie alle API il cliente (tramite un marketplace) può ricomporre o aggregare a sua misura i diversi servizi;
gran parte delle tecnologie è ancora immatura. Mobile wallet, mobile POS, pagamenti P2P e P2P lending sono ormai mainstream. Il roboadvisory è nella fase della disillusione (a cui dovrebbe seguire un lancio commerciale sostenibile). Tutto il resto (o quasi) deve ancora maturare;
• i modelli di business possibili sono molteplici e prevedono diversi gradi di collaborazione tra banche (tradizionali o challenger) e FinTech su diversi aspetti. Gli estremi vedono un FinTech “puro” in cui la banca è una pura piattaforma white label e, all’opposto, la collaborazione tra banche in joint venture.

Le aspettative e la realtà

Sul tema open banking è intervenuto anche Umberto Filotto, Vice Presidente di Eurofinas. Anche qui vi proponiamo alcuni spunti interessanti:

• nel credito, le aspettative sulla digitalizzazione sono diverse dalla realtà. Nel 2017 il 67% delle erogazioni è passato per processi interamente manuali, il fully digital era solo al 12%. Per il 2020, l’industry si aspetta (aspettative, appunto) che il fully digital arrivi al 34% delle erogazioni, mentre i processi interamente manuali saranno ancora in maggioranza relativa, al 38%;
• la spaccatura aspettative/realtà prosegue a livello di singoli processi. Tra le operazioni “digitalizzabili” spiccano le informazioni contrattuali e il processo di approvazione del finanziamento col 66%, la documentazione contrattuale con il 64%, la firma (50%) e la verifica dell’identità (49%). Su ferma al 43% delle “aspettative” il diritto di recesso del cliente. Per il 17% la verifica dell’identità, per il 16% la firma e per l’8% le procedure per l’esercizio del diritto di recesso. Aspettative e realtà, di nuovo, divergono.

I clienti non sono tutti uguali

Filotto ha anche anticipato i risultati un’indagine SDA Bocconi, che ha considerato tre gruppi di clienti, in base al loro “orientamento al digitale”: basso, medio o alto. Va da sé che chi è più orientato al digitale fa anche più acquisti online, usa i servizi finanziari digitali (il 54% degli “altamente digitali” lo fa). I clienti, in generale, sono disposti a condividere informazioni in cambio di vantaggi e offerte personalizzate: il 50% condividerebbe dettagli su bisogni e desideri, ma solo tra il 18% e il 24% (in base all’orientamento al digitale) autorizzerebbe l’accesso a dati sulla propria situazione finanziaria.

I multibancarizzati sono anche i più digitali

Condividere dati in cambio di cosa? Piacciono le offerte vantaggiose delle Utilities (tra il 54% e il 59%, in base alla fascia di età del cliente), l’accesso a facilitazioni di pagamento (tra il 52% e il 54%), l’accesso a programmi fedeltà (66/74%) o a sconti personalizzati (72/78%). La cosa più rilevante, per quanto intuibile, i multibancarizzati sono anche i clienti più evoluti nel digitale: il 42% degli “altamente digitali” ha rapporti con almeno 2 banche, il 6% con 3, il 3% con 4 o più. Che è come dire che il segmento di clientela target degli aggregatori è anche quello più facile da raggiungere.

 

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