Tolleranza zero per i downtime

L’11% degli executive delle aziende italiane non tollera il downtime di applicazioni mission critical e dei relativi dati. L’ultima edizione del Cloud Data Management Report di Veeam conferma quanto i dati siano diventati carburante per il business. Soprattutto nel banking.

Veeam On Tour 2019

Il dato è mobile

Testimonia il cambio (rapidissimo) di prospettiva degli ultimi anni anche il titolo stesso del Report di Veeam. Che ha abbandonato la vecchia formula, “Availability Report”, spostando l’attenzione dalla disponibilità del dato alla sua gestione a tutto tondo all’interno di strutture multicloud ibride. «Il dato è ormai mobile – spiega Albert Zammar, VP Semea di Veeam – e si sposta tra device, provider e infrastrutture. È la risorsa che alimenterà l’intelligenza artificiale e il machine learning. E con il diffondersi dell’internet delle cose avremo una quantità enorme di dati generata anche nelle periferie dei sistemi. Dati che dovranno essere gestiti e messi in sicurezza».

Accesso ininterrotto a dati e applicazioni

Per questa quantità enorme di dati c’è anche una stima: 175 ZB (zettabytes), corrispondenti a mille miliardi di giga. Il Report, realizzato da Vanson Bourne su un campione di 1.575 decisori (di cui 125 aziende italiane) conferma che le aziende non sono certe di riuscire a soddisfare le richieste dei clienti per quanto riguarda l’accesso ininterrotto a dati e applicazioni. In Italia, è “molto d’accordo” il 10% degli intervistati ed è “d’accordo” un ulteriore 36%. Il 42% dichiara un gap tra la velocità attesa dal business per ripristinare la funzionalità delle applicazioni e quella effettiva.

L’idea di “always on”

Il fatto è che l’idea tradizionale di disaster recovery è finita in soffitta. Se un dato, oggi, non è disponibile, non è solo per terremoti, allagamenti o altri disastri. Se una parte dei dati dell’azienda è in cloud, un dato può semplicemente non essere disponibile per un guasto. Non c’è nulla da recuperare: il dato non è perso. Semplicemente non è disponibile in quel momento. Il concetto di azienda “always on” ne esce rafforzato: in un mondo “as a service”, anche un’ora di disservizio ha un impatto fortissimo sul business.

SLA a 15 minuti per il 51%

Ed ecco infatti che il 51% del campione italiano ritiene che le applicazioni critiche debbano essere protette con SLA di recupero in 15 minuti. E il 42% richiede 15 minuti di SLA per il ripristino anche delle applicazioni non mission critical. Il tempo di tolleranza è letteralmente precipitato nel giro di qualche anno. «Per alcuni clienti – aggiunge Gianluca Mazzotta, Presales Manager Emea di Veeam Software – non è tollerabile neanche un quarto d’ora di downtime. Il top management è ormai perfettamente cosciente del ruolo della tecnologia per il business: il 35% del campione ritiene che un downtime sia un rischio per l’immagine del brand, il 43% per la fiducia di clienti e consumatori». Per l’Italia si aggiunge il mancato rispetto dei vincoli e dei parametri che permettono, ad esempio, di mantenere una licenza, un accreditamento o di partecipare a determinate gare.

L’ostacolo? Sorpresa: i sistemi legacy

Curiosamente, solo l’11% ritiene che le iniziative di “smarter data management” saranno critiche per i prossimi due anni, anche se in generale l’intero campione (100%!) concorda che un approccio migliorato ai dati porterebbe benefici al business. Tra i fattori che frenano questa evoluzione, con una percentuale doppia rispetto a mancanza di budget, tempo e supporto del senior management, spicca qualcosa che le banche conoscono molto bene: i sistemi legacy, indicati dal 71%. «Il settore finanziario e le banche hanno comunque iniziato a muoversi in ambito cloud – commenta Mazzotta – dopo qualche anno di attesa. Gli executive manager hanno la volontà di procedere rapidamente, anche per rispondere alla sfida del FinTech. Per le banche restano centrali alcune tematiche classiche, dalla business continuity alla gestione e protezione del dato. Sicuramente c’è grande attenzione alla fruibilità dei dati: le istituzioni finanziarie sono oggi chiamate a essere più veloci e hanno bisogno di soluzioni IT di contorno che supportino questa velocità».

Gestire il dato per sviluppare il business

«In Italia e negli altri Paesi – conclude Zammar – assistiamo a una trasformazione del mondo bancario verso modelli snelli, flessibili e agili. La banca tradizionale, in realtà, è già cambiata: tutti puntano all’omnicanalità, che richiede architetture aperte e flessibili. Sul mercato vediamo grande attenzione al modo in cui viene gestito il dato: non quello transazionale, legato al business più tradizionale, quanto i dati che permettono alle banche di sviluppare nuovi servizi e aprirsi ad altri settori, oltre che a migliorare la user experience. In banca stanno già lavorando diversi data scientist proprio per gestire e analizzare i dati, con l’obiettivo di attrarre nuovi clienti e generare profitti con nuovi business».
 

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