
La diffusione del virus “Covid-19” ha messo a dura prova la resilienza non soltanto del sistema sanitario, ma anche di tutto il tessuto produttivo italiano.
L’emergenza sanitaria purtroppo si tradurrà ben presto in un’ondata di insolvenze aziendali, di cui finora non si sono visti che i primi effetti. Nel medio periodo infatti ci si attende un nuovo boom di procedure concorsuali.
Il codice della crisi al 2021
Anche per questo motivo, il Codice della crisi d’impresa è stato fatto slittare al 01/09/2021 e con esso la grande novità delle procedure di allerta e degli indici della crisi applicabili alle PMI. Alcune norme sono però già entrate in vigore a marzo 2019 e tra queste figura il nuovo obbligo per le società di dotarsi di assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati a rilevare tempestivamente la crisi e la perdita della continuità aziendale (art. 2086, comma 2 c.c.).
Gli assetti organizzativi adeguati
Il concetto di “assetti organizzativi adeguati” è chiaramente ampio, e può comprendere, per esempio:
- procedure e linee guida;
- funzioni e competenze;
- KPI da monitorare;
- modelli di rating;
- controllo di gestione e budgeting;
- pianificazione finanziaria e tesoreria;
- prassi e norme ISO.
Considerato quindi che, tra gli strumenti di prevenzione, la Riforma fallimentare promuove proprio la pianificazione finanziaria e il controllo sui flussi di cassa, non può non evidenziarsi che: da un lato, uno dei fattori che rendono l’emergenza Covid-19 così devastante per le imprese è proprio la l’incapacità di far fronte a una crisi di liquidità; dall’altro lato, anche se la portata di questa emergenza era in parte imprevedibile, dotarsi di assetti organizzativi, amministrativi e contabili era proprio una delle cose da fare per arrivare pronti a uno scenario di questo tipo.
D’altro canto, gestire la continuità operativa significa proprio saper affrontare scenari potenzialmente in grado di interrompere l’erogazione di prodotti e servizi, mantenendo livelli adeguati di performance capaci di sostenere il business aziendale e, al contempo, soddisfacenti livelli di sicurezza.
Le norme ISO in materia
A questo proposito, le norme ISO 22301:2019 (Business continuity management system) e ISO 31000:2018 (Risk management — Principles and guidelines) rappresentano i cardini per la realizzazione di un sistema di gestione della continuità operativa, migliorando la capacità di reazione dell’azienda nei confronti di eventi di natura disastrosa, quale può essere una crisi pandemica, i cui effetti dureranno probabilmente per diversi mesi. In questo senso, valutare efficacemente il rischio e definire correttamente gli scenari di crisi sono passaggi ineludibili per misurare gli effetti delle azioni di prevenzione e reazione messe in campo.
Si tratta di procedimenti certificabili, costituiti da un serie di prassi volte a conservare la Continuità Operativa in caso di condizioni avverse e a ridurre l’impatto di potenziali incidenti, che possono accadere sia nel settore manifatturiero sia in quello terziario dei servizi e possono compromettere o interrompere le attività.
Business Continuity vs. Disaster Recovery
Lo standard ISO 22301 afferma inoltre l’importanza dei piani di Business Continuity rispetto al Disaster Recovery (cioè l'insieme delle misure atte a ripristinare sistemi, dati e infrastrutture necessarie all'erogazione di servizi di business, a fronte di gravi emergenze che intacchino la regolare attività dell’impresa). Il Disaster recovery interviene però dopo la verificazione dell’evento e la sua stabilizzazione, mentre la Business Continuity agisce soprattuto sugli aspetti preventivi e di risposta tempestiva all’evento.
GDPR e continuità operativa
Va ricordato inoltre che anche il GDPR (Re. UE 2016/679), pur non citandola espressamente, considera la “continuità operativa”, laddove prevede che titolare e responsabile del trattamento devono mettere in atto misure tecniche e organizzative adeguate a garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio e implementare una vera strategia di continuità operativa, che sia periodicamente testata in modo da poterne dimostrare l’efficacia.
Lo strumento della Business Impact Analysis
Nell’attuale contesto economico è fortemente sentita l’esigenza di comprendere e affrontare la complessa gamma di minacce che possono recare danno alle operazioni aziendali. A questo proposito, la BIA (Business Impact Analysis) è il metodo più utilizzato per verificare e quantificare gli effetti sul business causati da eventi che provocano l’interruzione della produzione di beni e/o dell’erogazione di servizi. Per raggiungere questi risultati, la BIA deve considerare ogni servizio e processo lavorativo. Ognuno di questi step va trattato con scrupolo, perché un’errata valutazione può esporre l’azienda a pericoli derivanti sia dalla mancata adozione di misure adeguate oppure a investimenti sproporzionati.
In conclusione, definire un’appropriata strategia di Business continuity vuol dire dare corpo e sostanza alla valutazione del rischio e dotarsi degli assetti organizzativi più appropriati per prevenire possibili crisi. In questo senso vanno accolte positivamente le recenti Prassi di Riferimento UNI/PdR 44:2018 in tema di “Credit management - Servizio di credit management, requisiti dei profili professionali del credit management e indirizzi operativi per la valutazione di conformità” (promossa da ACMI) e soprattutto UNI/PdR 63:2019 in tema di “Attività di tesoreria - Servizio di tesoreria, requisiti del profilo professionale di tesoriere e indirizzi operativi per la valutazione di conformità” (promossa da AITI).
L’adozione proattiva di prassi e standard ISO da parte delle aziende è certamente uno dei tasselli per costruire assetti organizzativi adeguati sia a prevenire e risolvere tempestivamente una crisi sia a preservare la Business continuity. La successiva certificazione di questi processi non è che l’avvio di un percorso virtuoso di tracciamento, revisione e miglioramento.