L’uovo di Pasqua non è ESG-friendly

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Se pensate che l’uovo di cioccolato sia tra le poche cose apprezzabili di questa Pasqua in quarantena, beh, vi sbagliate.

 

L'impatto sociale e ambientale del cacao

A rovinare la nostra idea dell’uovo pasquale arriva Katherine Davidson, gestore del fondo Schroder ISF Global Sustainable Growth di Schroders, che ha diffuso un’analisi proprio sull’impatto ambientale e sociale del cacao. Come sostengono molti simpatizzanti del veganesimo, i cibi non sono tutti uguali dal punto di vista delle loro conseguenze. Ma non sempre questo ragionamento è pro-vegan, anzi.

L'impronta CO2 degli alimenti

Di “impronta di carbonio degli alimenti” si sente parlare molto più frequentemente da qualche anno: per produrre una caloria di un determinato cibo, infatti, sono necessarie attività inquinanti. Il pensiero più immediato è il trasporto, sia del cibo finito (un mango maturo arrivato per via aerea è una bontà, ma l’aereo inquina) sia delle materie prime per produrlo (pensiamo banalmente ai mangimi per gli allevamenti oppure al concime). E che dire di prodotti agricoli o allevamenti che richiedono di deforestare grandi aree per fare spazi a coltivazioni o pascoli? Il problema ecologico delle emissioni “organiche” degli animali fa sempre sorridere, ma è una realtà. E si può andare avanti a elencare aspetti come la lavorazione degli alimenti, il loro confezionamento e così via.

Cacao, latticini, zucchero, olio di palma...

Che c’entrano le uova di Pasqua? Brutte notizie. Il cioccolato inquina. Con una battuta, si potrebbe ricordare che tutte le cose buone nella vita fanno male, ma in effetti Katherine Davidson evidenzia come gli ingredienti di un uovo di Pasqua al cioccolato al latte non siano proprio eco-friendly. Cacao, latticini, zucchero, olio di palma. 1 kg di cioccolato al latte, con questi ingredienti, richiede l’emissione di una quantità di gas serra prossima a quella necessaria per avere 1 kg di cattivissima carne rossa. Vediamo perché.

Il problema è il cacao

Lasciamo perdere gli ingredienti minori, soprattutto il discussissimo olio di palma, e soffermiamoci su sua Maestà, il cacao. L’impatto sul terreno legato alle coltivazioni di cacao è la seconda voce per l’impronta di carbonio del cioccolato. Non sono solo le emissioni di gas serra a pregiudicare i criteri ESG dell’uovo di Pasqua. C’è anche un problema sociale.  

Lavoro minorile e coltivazioni di cacao

Le grandi marche del cioccolato sono riconducibili ad alcuni Paesi, tra cui Svizzera e Stati Uniti d’America. Ma il cacao viene coltivato altrove, soprattutto in Ghana e in Costa d’Avorio. E qui, secondo la Davidson, ci sono grandi dubbi sul trattamento dei lavoratori. Le politiche delle multinazionali sugli standard di lavoro sono realmente applicate? Si stimano almeno 2 milioni di bambini al lavoro nelle fattorie delle rispettive famiglie: le aziende di cioccolato si sono impegnate già nel 2001 per azzerare il lavoro minorile nelle loro catene di fornitura, ma non hanno rispettato questo obiettivo già tre volte: nel 2005, nel 2008 e nel 2010. La Davidson segnala anche alcune stime, secondo le quali il lavoro minorile nelle coltivazioni di cacao è addirittura aumentano.

6 milioni di piccoli produttori, poco tracciabili

Il 90% della produzione globale di cacao è legata a piccoli agricoltori, circa 6 milioni. Le grandi aziende del cacao non possono materialmente tracciare chi di loro abbia coltivato la materia prima, tantomeno se ha impiegato minorenni. La Davidson riporta che Nestlé e Hershey tracciano circa il 50% del cacao utilizzato fino al coltivatore, la Mars il 25% circa.  

Ridurre la povertà

Come risolvere il problema? Alcune grandi aziende stanno orientandosi per combattere la povertà che porta le famiglie a impiegare i minori. Sostenendo cooperative, pagando un premio ai coltivatori e sostenendoli nella diversificazione delle coltivazioni, per migliorarne il reddito. Siamo, però, ai primi passi di questo percorso.

Equo e solidale? Non sempre lo è davvero

“Ma io compro equo e solidale”, potrebbe dire qualcuno. L’aumento della domanda di prodotti etici, purtroppo, ha portato alla nascita di diversi schemi, con standard diversi. E ha incoraggiato un fenomeno detto “fair washing”, in pratica il far passare per equo e solidale ciò che non lo è affatto. Con conseguenti scandali e revoca delle certificazioni che danneggiano anche la reputazione di chi sta facendo bene.

Anche la confezione inquina

Ultimo motivo per cui l’uovo di Pasqua è cattivo: il packaging. L’uovo di cioccolato è un regalo ed è quindi impacchettato in modo vistoso, con materiali in quantità decisamente superiori al necessario e spesso non riciclabili.

Un uovo di Pasqua più sostenibile? È fondente

Non tutto è perduto. La Davidson indica qualche soluzione per chi vuole gustarsi l’uovo di Pasqua con i soli sensi di colpa legati alla dieta: scegliere un cioccolato vegano, senza latticini. Ancora meglio, un fondente. Conterrà solo cacao: ma il cioccolato senza cacao, quello forse ci farebbe ancora più male.

 

La Rivista

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